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22 ottobre 2009

Documento anti-Tremonti, quando il rimedio è quasi peggiore del male

Quando si è diffusa la notizia di un documento del Pdl che propone una politica economica alternativa a quella del ministro Tremonti, ho tirato un sospiro di sollievo. “Meno male” – è stata la mia primissima impressione – “qualche liberale deve essere rimasto nel Pdl, qualcuno si ribella a un ministro che un giorno condanna la deregulation, il giorno dopo le privatizzazioni, il terzo propone la Banca per il Mezzogiorno e il quarto, invece di fermarsi e riposare, rimpiange pure il posto fisso”. Ma era una pia illusione purtroppo. La barricata liberale eretta nelle file del Pdl contro il ministro socialista ha cessato improvvisamente di esistere nei miei sogni. Era, giustappunto, solo un sogno. Il documento anti-Tremonti esiste, pare sia condiviso da ministri e parlamentari del Pdl, ma non è assolutamente un’alternativa liberale allo statalismo di Tremonti. Anzi, in molti casi scavalca Tremonti a sinistra.

C’è solo un punto che posso condividere ed è la riduzione delle tasse, il primo paragrafo del documento:

“La prima iniziativa da intraprendere è una immediata e consistente riduzione dell'imposta di reddito delle persone fisiche (IRE); riduzione da inserire in un percorso, graduale ma annunciato fin da subito nei tempi e nei modi, che conduca alla realizzazione di quelle due sole aliquote a suo tempo promesse e di una contestuale e conseguente riduzione generale della pressione fiscale nel nostro paese”.

Bene, l’abbassamento delle tasse richiede comunque un altro grande intervento strutturale: il taglio delle spese. Ma il documento ne fa cenno solo al punto 7, parlando di tagli irrilevanti (costi della politica). Strano: l’Italia è il Paese con il più alto debito pubblico d’Europa (quasi il 113,4% del Pil). Con meno tasse con cosa continueremmo a pagare le spese, se non le si taglia?

Il documento prova a dare una risposta al punto successivo:

“Anche nel tetto dell'aumento delle entrate conseguente al rilancio della domanda interna, la riduzione dell'IRE produrrà un aumento del deficit pubblico. Che andrà compensato, almeno in una prospettiva di medio-lungo periodo con un graduale innalzamento dell'età pensionabile per uomini e donne, nel settore pubblico e privato. Una riforma di questo tipo dovrebbe mettere al riparo da reazioni negative dei mercati e degli organismi internazionali”.

L’aumento dell’età pensionabile potrebbe non bastare. Il problema è demografico, non solo economico. Abbiamo una natalità bassissima (8,18 nati ogni 1000 abitanti), una percentuale sempre più alta di anziani (gli over 65 sono esattamente un quinto della popolazione). Se manteniamo l’attuale sistema previdenziale, in cui sono i lavoratori a pagare la pensione a chi non lavora più, una base decrescente di lavoratori non riuscirà più a mantenere una crescente popolazione di pensionati. Alzando l’età pensionabile non facciamo altro che costringere la gente a lavorare più a lungo (e ditemi voi che produttività ha un sessantenne, quando i cinquantenni medi già non sanno usare il computer!) e a rimandare, ma non risolvere, lo scoppio del sistema. Di sicuro questa misura non sanerebbe il debito pubblico. E non risolverebbe il problema previdenziale, la cui salvezza può arrivare solo dall’introduzione di un sistema a capitalizzazione (pensioni private, ogni lavoratore risparmia e investe su un proprio conto personale e decide i tempi del suo pensionamento).

Fin qui ci sono i peccati veniali di questo documento. Adesso iniziano i peccati mortali:

“Anche nell'attuale fase di timida ripresa economica, si conferma una dinamica stentata degli investimenti privati. E' questo il momento per avviare con decisione un forte e immediato programma di investimenti pubblici, che aiuti a sostenere l'economia almeno fin quando riprenderanno gli investimenti privati, e che produca effetti di lungo periodo in termini di efficienza complessiva del nostro sistema economico”.

Benissimo! Allora, se la gente non ha abbastanza soldi in tasca per fare investimenti di rischio, allora prendiamo ancora più soldi dalle sue tasche per fare investimenti pubblici. Operazioni in cui non è il singolo risparmiatore/investitore a decidere su cosa rischiare, ma è lo Stato a decidere al posto suo. Complimenti per la logica!

“In particolare è possibile dare impulso deciso alla produzione di energia elettrica da impianti nucleari. La tecnologia è disponibile. Le nostre imprese stanno velocemente definendo un quadro di accordi internazionali. Sul mercato esistono ampie disponibilità a finanziarie questi investimenti, sempre che si assicuri alle imprese chiamate a realizzare un quadro tariffario certo e prevedibile. Le stesse preclusioni di una parte di opinione pubblica ed enti locali stanno venendo meno. Ne trarrà beneficio la competitività del Paese”.

Premetto che non sono contrario all’energia nucleare. Anzi, penso sia la soluzione a molti dei nostri problemi e mi sono sempre battuto per il suo ritorno in Italia dopo il referendum del 1987. Ma un programma nucleare ha la brutta caratteristica di costare tanto senza produrre ricchezza per un numero spropositato di anni: 10, anche 15 anni necessari per costruire le centrali. Poi inizia a produrre energia e allora inizia ad essere una scelta conveniente. In tempi di crisi come questo è proprio necessario imbarcarci in una spesa enorme e di lungo periodo che inizierà a fruttare nella prossima generazione? Non è meglio aspettare che ci sia un po’ più di ricchezza in giro e avere i conti a posto?

“Con l'esperienza abruzzese si è dimostrato che la costruzione di case pubbliche può essere realizzata in un tempo misurabile nelle settimane e non nei lustri. Non ci sono più scuse per una pronta realizzazione di un vasto programma di edilizia pubblica a sostegno delle famiglie più in difficoltà e delle nuove coppie”.

Eccola qui la vecchia illusione della casa popolare, sogno di fascisti e democristiani, dei tempi andati. L’esperienza ci mostra come la costruzione di case popolari a) non abbassa il prezzo delle case private b) non garantisce un tetto alla gente bisognosa, ma solo ai raccomandati c) i piani-casa non rendono la società più benestante, ma hanno sempre creato una vera e propria industria della corruzione d) i piani-casa non rendono la società più sana, ma hanno sempre diffuso la delinquenza dovuta a vicinanze e coesistenze condominiali malsane. E poi, ripeto: coi quali soldi e con i soldi di chi si dovrebbero attuare questi programmi di edilizia pubblica?

“Più in generale, è necessario accelerare tutti gli investimenti infrastrutturali pubblici. Anche in questo caso si produrrebbe un rigonfiamento immediato del deficit pubblico. Ma non dovrebbe essere difficile convincere i mercati delle bontà dell'operazione, ove si presenti un programma che porta ad anticipare spese infrastrutturali già previste; guardando a un orizzonte temporale ad esempio decennale, si tratterebbe non già di un aumento complessivo del deficit pubblico, bensì di una sua rimodulazione temporale. Con in più il beneficio di finanziare queste opere sul mercato in un momento nel quale i tassi d'interesse sono particolarmente bassi. E una parte di queste infrastrutture dovrebbe essere finanziata con una accelerazione nella spesa dei fondi europei”.

Olè, altre spese. Ripeto: il nostro debito pubblico è il 113,4% del Pil. Che fiducia volete che ci diano i mercati se apriamo ancora il nostro portafoglio pubblico? A un certo punto penso che anche a Bruxelles inizino a stancarsi di pompare fondi all’Italia per le sue infrastrutture (se non si sono già stancati). E poi: come fanno le infrastrutture in Italia? L’esplosione del treno a Viareggio, i continui ritardi dei treni più moderni e costosi, la viabilità del Sud che è degna di quella di un Paese arabo sono solo alcuni dei tantissimi esempi di come vengono realizzate le grandi opere in Italia. Vogliamo dare un po’ più di fiducia ai privati più intraprendenti o vogliamo continuare a costruire costosi e inefficienti colossi di Stato? I redattori di questo documento devono essersi resi conto che mancava un tassello (vedi alla voce: dove risparmio per poter spendere tutta ‘sta roba, abbassando pure le tasse?). E allora hanno scritto:

“Al rilancio della spesa per investimenti deve accompagnarsi un deciso contenimento della spesa corrente. A partire dai costi della politica; quelli diretti (numero e remunerazione dei componenti delle assemblee elettive e degli organi di governo ai vari livelli), ma anche quelli indiretti, legati al pletorico mondo delle società partecipate degli enti locali”.

Lodevole, ma pochissimo. I costi della politica sono solo una minima parte della gigantesca spesa pubblica italiana. Il gosso (un quarto del totale) è costituito dalle spese sociali (sanità, pensioni e altri servizi sociali), seguito dalla spesa per interessi sul debito pubblico e dall’istruzione. Un riformatore che abbia veramente coraggio dovrebbe metter mano a una riforma della sanità, dell’istruzione e del sistema previdenziale, il tutto in chiave di privatizzazione. Qualcuno ha il coraggio? No? Allora è inutile parlare di riduzione delle spese.

“La ripresa non potrà decollare senza un adeguato sostegno del sistema creditizio. Ma qui occorre una svolta decisiva rispetto alle politiche e agli annunci recenti. Se sono le imprese ad aver bisogno di aiuto, non ha senso proporre aiuti alle banche, nella speranza che queste poi aiuteranno le imprese; si aiutino invece direttamente le imprese: gli strumenti della garanzia di credito hanno dimostrato di funzionare bene; c'è una forte necessità di aiuti alla innovazione tecnologica; un forte aumento della dotazione finanziaria assicurata a questi strumenti funzionerà mille volte meglio degli aiuto promessi dalle banche e da queste poco utilizzati”.

Se è lecito chiedersi perché aiutare le banche fallite, perché dovremmo aiutare le imprese fallite? Perché non lasciamo che da questa crisi sopravvivano realmente i migliori? Se siamo davvero preoccupati per la possibile impennata della disoccupazione, perché non pensiamo a qualche forma di sostegno per i disoccupati invece che agli imprenditori che li hanno gettati su un marciapiede?

“E' del tutto controproducente minacciare le banche con l'istituzione di nuove banche pubbliche. E' difficile che per questa via - come l'esperienza insegna - giunga buon credito a buone imprese. Servono invece buone banche private, in concorrenza fra loro; serve una disciplina severissima che contrasti eventuali accordi a cartelli; servono regole certe e semplici riguardo la trasparenza di prezzi, tassi, commissioni. Ma senza ingerenze della politica, che presto o tardi produrrebbero i danni del passato”.

Si può essere d’accordo con il principio, ma la soluzione è tanto “minacciosa” per le banche private quanto l’istituzione di nuove banche pubbliche. Se lo Stato pone regole “severissime” su: accordi, cartelli, prezzi, tassi, commissioni… come fa ad operare una banca privata?

“Il nuovo impulso alla politica economica deve accompagnarsi a una azione riformatrice più vasta, anch'erra capace di importanti effetti economici. La riforma della giustizia, accrescendo celerità e qualità dei giudizi, è suscettibile di importanti effetti positivi sul mondo delle imprese oggi condannate alla incertezza permanente riguardo la capacità di far valere i propri diritti. Riforme istituzionali che accrescano la forza e l'efficacia dell'azione di Governo, garantendo l'attuazione dei programmi elettorali enunciati dalla coalizione maggioritaria, saranno in grado di ridurre l'incertezza sulle politiche future; e l'incertezza è il peggior nemico della crescita economica”.

Manca la cosa fondamentale: il diritto di proprietà. Solo garantendo pienamente il rispetto del diritto di proprietà il mercato in Italia può decollare di nuovo. Il giudizio celere, da solo, non è un rimedio. Anzi, se un magistrato, a tempo di record, condanna il proprietario a favore del “bisognoso”, il creditore a favore del debitore, l’economia non è affatto destinata a ridecollare. Idem dicasi per le riforme istituzionali: quel che deve cambiare in Italia è la legge, che non protegge abbastanza il cittadino dall’ingerenza dello Stato. Con le leggi e con la mentalità dei politici di questi anni, istituzioni che accrescono “la forza e l’efficacia del governo” non faranno altro che accelerare i tempi. I tempi della nostra completa sottomissione allo Stato.

Se questa è l’unica alternativa a Tremonti ritorna la solita depressiva riflessione: in Italia non esiste più alcuna opposizione a un programma economico socialista. Fanno specie i politici di sinistra che ridono delle dichiarazioni di Tremonti: loro, quando erano al governo, hanno fatto molto peggio. Sono stati il governo della spesa pubblica, dello strangolamento tramite tasse e del blocco totale (per motivi ecologici) del progresso in Italia. La Lega, che è nato come partito anti-tasse, è in realtà una delle principali ispiratrici dello statalismo tremontiano. Fini, che si atteggia tanto a liberale quando parla di eutanasia e diritti agli immigrati (ma sono cose liberali poi?), non appena tocca i temi economici torna alle vecchie posizioni della destra sociale. Persino l’Udc non ha diritto di parola: quando era al governo, assieme a Berlusconi, attaccava sempre Tremonti da sinistra, rimpiangendo le vecchie politiche sociali della Dc. Non c’è alternativa. Moriremo statalisti?



19 ottobre 2009

Tremonti e la fiaba del posto fisso

E già, adesso abbiamo Tremonti che difende anche il posto fisso. Il posto fisso. Una roba che nemmeno la Cgil vuole più difendere, perché si rende conto che è superato dai tempi, dalla tecnologia degli anni 2000, dal senso comune delle ultime due o tre generazioni. Difendere il posto fisso su scala nazionale, da parte di un ministro dell’Economia, è un po’ come… che so… difendere i diritti dei mezzadri o dei contadini senza terra. Una cosa che faceva chic nei primi del ‘900.

Ma Tremonti ha veramente difeso il posto fisso? Ho letto male? Cito da agenzia: "Non credo - ha detto il ministro - che la mobilità sia di per sé un valore. Per una struttura sociale come la nostra, il posto fisso è la base su cui costruire una famiglia. La stabilità del lavoro è alla base della stabilità sociale". E poi, come un qualsiasi comunista e socialista di casa nostra, si è messo a fare le pulci al sistema americano, tirando fuori i soliti luoghi comuni, triti e ritriti: "Un conto è avere un posto di lavoro fisso o variabile in un contesto di welfare come quello europeo, un conto è avere uno stipendio senza sanità e servizi. Negli Stati Uniti i fondi pensione dipendono da Wall Street, e se le cose vanno male ti ritrovi a mangiare kit kat in una roulotte e neghi la scuola ai tuoi figli". Negli Usa nessuno nega la scuola ai figli e nessuno nega la sanità (ci sono Medicare e Medicaid), ma vabbé… Negli Stati Uniti, tra le altre cose, c’è il lavoro. Da noi no. Negli Stati Uniti, al massimo della crisi, sono arrivati al record del 7% di disoccupazione. Per loro è un trauma, era da 30 anni che non avevano così tante persone senza lavoro (di solito hanno il 3-4% di disoccupati). Per noi il 7% non è un trauma, è la norma. Nel Sud, il 7% è addirittura un dato positivo, di crescita. Noi abbiamo già raggiunto da un pezzo quel livello di disoccupazione, anche quandonon eravamo in crisi. Negli Usa c’è lavoro perché c’è una maggior libertà (non assoluta, ma più che in Italia) di contratto. Un datore di lavoro ha libertà di assumere e di licenziare, un dipendente ha più possibilità di cambiare impiego. Mi resta impresso nella mente l’episodio di quell’ufficiale di aviazione che si licenziò dalle forze armate nel 1999, in segno di protesta contro la guerra in Kosovo e ricevette più di 900 (novecento) offerte di lavoro in una settimana. In America, se vali, non vivi in una roulotte. Da noi, anche se vali, rischi di non trovare lavoro. Perché gente che non ha assolutamente voglia di lavorare non può essere licenziata. Andiamo avanti così, facciamoci del male.




permalink | inviato da oggettivista il 19/10/2009 alle 21:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


17 ottobre 2009

Una cura per il sistema-Italia

Allora, iniziamo col dire che, mentre sto scrivendo, sto aspettando il tecnico che mi deve cambiare il contatore elettrico. Doveva essere qui alle 11, adesso sono le 12,15 e non è ancora arrivato, senza né avvisare né tantomeno scusarsi. Ho telefonato alla ditta: una voce annoiata, tipica di uno che non ha voglia di rispondere al telefono, afferma che “sta arrivando”.

Adesso sono le 12,50 e il tecnico non si vede ancora. La solita voce annoiata, questa volta ha tagliato con un “scusi, ho una chiamata sull’altra linea”. Nel frattempo ho perso tutti gli appuntamenti di questa mattina. Sono le 13,15 e la ditta questa volta non mi risponde nemmeno. Scoppio di rabbia. Devo dire a qualcuno quello che sto passando.

Ho telefonato a un paio di amici e ai miei genitori. Tutti hanno l’aria rassegnata. Mi sembra proprio di vederli dall’altra parte della cornetta: ti guardano con sufficienza, alzano le spalle, ti dicono: “E’ così, di cosa ti stupisci?”. Eccolo qui, il sistema Italia. Ormai siamo talmente abituati ai disservizi che, quando si ci presentano davanti per noi è una cosa normale come la pioggia o il vento. E’ una cosa che “si sa”. Si sa che gli autobus arrivano sempre con 10, 15, 20 minuti di ritardo, che il passante ferroviario ha come minimo 5 minuti di ritardo (e quando piove, anche se è sotterraneo, magicamente si ferma). Si sa che se prendi un treno per andare in un’altra città italiana, il ritardo rischi di farlo di 3 ore. Si sa che se mandi un computer in riparazione aspetti 2 mesi (io sono al secondo mese e mezzo di attesa per il mio computer nuovo, comprato già rotto all’origine). E si sa ovviamente che, delle cose che compri, è molto probabile che una su dieci è difettosa all’origine. Si sa che, se sei un lavoratore autonomo, i clienti non ti pagano. Se lo fanno, si sa che lo fanno con ritardi di 3, 6, 8 mesi o anche di più. Si sa che se chiedi qualcosa a un fornitore, questo te la manda con minimo una settimana di ritardo e magari quando ti arriva vedi anche che è rotta o è un’altra cosa e devi rifare la richiesta.

Questo sistema è talmente consolidato che la gente ormai lo accetta come la pioggia o il vento. Diventa impossibile lamentarsi: perché, ti dicono, ti stupisci che la pioggia è bagnata? Ti lamenti perché il vento fischia? Ma sei nato ieri o cosa?!

Oppure, l’altra reazione, speculare e opposta, è quella della lagna o della minaccia permanente. E’ quello della gente esasperata che minaccia di far causa a tutti per qualsiasi cosa. E’ l’esasperazione del cliente che chiama il call center e vuole far causa al centralinista prima che questi dica un “pronto” perché l’attesa è lunga. E’ quella di chi vuol far causa al barista perché ti porta una birra che ritiene troppo piccola. O di chi fa causa al cameriere che inciampa nella sua sedia. Il più delle volte è gente che se la prende con i più deboli e per i motivi più stupidi. Pare stia diventando una caratteristica di noi milanesi: lamentati sempre e tieni pronto il numero del tuo avvocato. Da quel che vedo non è solo una caratteristica dei milanesi. Siamo veramente diventati un popolo costituito per metà da lagnosi, per l’altra metà da esasperati. Abbiamo bisogno, a questo punto, di sole due categorie professionali: avvocati e psicologi.

Ah ecco, il tecnico è finalmente arrivato. Con due ore di ritardo. Non parla molto, ma ha l’aria incazzata, esasperata, vendicativa. Guai a dirgli qualcosa sul suo ritardo di due ore, evidentemente non dipende da lui. E da quel che vedo queste due ore di ritardo gli sono costate molto, in termini di stress e di fatica. Se gli dici qualcosa ti ficca il cacciavite in gola. Ecco: questa è l’altra faccia del sistema Italia. Tutti sono “vittime”. Magicamente si perdono nel nulla le vie che portano a capire chi è responsabile di un disservizio. Capita nelle piccolissime cose: quando l’autista di autobus che arriva con 20 minuti di ritardo, facendoti perdere il treno, l’aereo o minuti preziosi di lavoro, ti guarda con aria di rivendicazione e dice: “ringraziami che sono arrivato; io sono qui a guidare, del mio collega che doveva passare prima di me non so niente!”. Capita nelle cose più enormi: quando un treno carico di Gps è esploso a Viareggio provocando una piccola Hiroshima nell’Italia centrale, le responsabilità si sono improvvisamente frammentate in una serie infinita di scarica-barile: colpa delle ferrovie, no di chi fa i vagoni, anzi no dei binari e di chi li ha costruiti, anzi colpa della manutezione, no nemmeno, della ditta che ha fabbricato e venduto i bulloni…

E’ soprattutto questa la caratteristica più assurda del “sistema Italia”, che tutti si lamentano, ma nessuno riesce a trovare un responsabile. A livello “macro” è impossibile risalire a una causa unica. Da come appare, il sistema Italia è assolutamente irriformabile. In realtà una soluzione vi sarebbe: l’unico sistema in cui si è spinti ad assumersi la propria responsabilità è il libero mercato. In un sistema di mercato, vivi finché soddisfi il cliente. Se non soddisfi il cliente perché sei inefficiente, fallisci. Ma la gente non vuole libero mercato. Quindi il problema è: l’etica degli italiani. Sto per partire con il solito pistolotto sulla presunta mancanza di senso civico negli italiani? Neanche per idea. Il senso civico che ci insegnano nelle scuole è il problema, non la soluzione. Per senso civico intendo quella mentalità in base alla quale devi lavorare per il bene della “società”, prima ancora che per il tuo bene. Dall’Unità d’Italia in poi ti insegnavano che dovevi sacrificarti per la patria. Poi il fascismo ha finalmente affossato questo tipo di etica. Lavorare e morire per gente come Mussolini e Hitler, per di più per perdere la guerra, non è il massimo della vita. Nell’ultimo mezzo secolo, il senso civico che tira di più è quello cattolico (prima viene il bene della comunità e poi il tuo) e quello comunista (prima viene il bene della tua classe sociale e poi il tuo). Il problema è proprio nel collettivismo. Se dai priorità al bene della collettività, rischi da un lato di rimanere deluso dalla bontà di questa collettività. E dall’altra rischi di snervarti per mancanza di incentivi individuali se lavori bene. Il cattolico comunitarista che entra in un’azienda e lavora per il bene della comunità, cooperando diligentemente con il suo datore di lavoro, rischia di rimanere scottato dal cinismo del “padrone” che sfrutta la sua bontà a suo esclusivo vantaggio. E il cattolico che resta scottato da questa esperienza, il più delle volte, passa alla versione eretica e meno paziente del cattolicesimo: il comunismo. Il comunismo, in soldoni, si traduce in scontro. E lo scontro (terrorismo, rivoluzioni e dittature del proletariato a parte) si concretizza in: non lavorare. Non lavorare per principio, per non fare gli interessi del “padrone”, per chiedere stipendi sempre più alti e orari sempre più ridotti, fino al fallimento dell’azienda. Dall’altra parte, il comunista o il cattolico che sono privati di soddisfazioni individuali per troppo tempo, nemmeno dopo anni di duro lavoro o duri scontri, tendono a diventare quanto prima degli squali: gente che rigetta ogni codice morale e che vuole farsi strada anche sulla pelle degli altri. C’è chi parte subito, chi parte prima, chi parte solo dopo anni di delusioni, ma alla fine troppa gente arriva all conclusione che: “io mica sono nato ieri. La società mica è buona, l’importante è approfittarne”. E le cose iniziano ad andare veramente male. La burocrazia si riempie di impiegati e funzionari che prendono lo stipendio per non lavorare, perché “non sono mica nati ieri”. Le aziende si riempiono di manager irresponsabili che mungono l’azienda e poi la lasciano in condizioni miserabili, pur guadagnandoci, perché “non sono mica nati ieri”. Siamo pieni di imprenditori che, invece di produrre, passano tutto il tempo a cercare appoggi politici, tanto è lo Stato che li finanzia o li protegge in caso di fallimento, perché “non sono mica nati ieri”. L’Italia si riempie di finte aziende e finte burocrazie che hanno l’unico scopo di attirare soldi a palate dallo Stato o dall’Unione Europea, perché i burocrati “non sono mica nati ieri”.

Ecco perché il senso civico collettivista è l’origine dei nostri problemi, non la soluzione. La soluzione si potrebbe avere, semmai, riportando il nostro sistema morale alla realtà: alla realtà di un uomo naturalmente egoista, che mira ad avere premi e incentivi, mentre rigetta il sacrificio. Un bel bagno di realtà, anche nell’etica, farebbe bene: l’egoismo ci curerebbe dai nostri mali, non ci farebbe peggiorare. Ci vuole il sano egoismo di gente che cerca di essere indipendente: indipendente dal potere, indipendente dall’aiuto altrui. Questo andrebbe insegnato sin da subito: vedi di cavartela da solo.




permalink | inviato da oggettivista il 17/10/2009 alle 16:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


18 settembre 2009

Caro populista che vuoi il ritiro dall'Afghanistan...

Caro populista che vuoi il ritiro dei nostri ragazzi dall’Afghanistan,

lo so che sei rimasto colpito dalle immagini dei parà italiani ammazzati a freddo nel centro di Kabul, nel cuore di quella che dovrebbe essere la zona più sicura del Paese. Lo so che pensi che questa guerra non si possa vincere. Lo so che pensi che ci stiamo battendo in difesa di un governo corrotto e per di più non voluto dalla popolazione locale. Che non vale la pena di combattere per Karzai, dopo che questo ha provato a emettere leggi che legalizzano lo stupro entro le mura domestiche e ha vinto le elezioni nonostante 1 milione e mezzo di schede siano state contestate dagli osservatori europei. Lo so che ti senti al sicuro, parte di una maggioranza assoluta della popolazione (60% secondo il sondaggio di Mannheimer) che la pensa come te. Capisco la tua rabbia, caro populista. Capisco che, di istinto, ti venga da dire: “lasciamo che quei baluba si imbroglino e si scannino tra loro, non voglio più vedere una sola goccia di sangue italiano versata sulle loro fottute montagne”. Ma è proprio qui che sbagli: quei baluba non si limitano a scannarsi fra di loro. Vogliono scannare te. Ti ricordi che cosa è successo l’11 settembre del 2001? Forse no e se te ne ricordi so anche che adesso stai facendo gli occhi al cielo. Perché di quel giorno non se ne parla più. Obama non si è nemmeno degnato di celebrare la memoria di quell’attacco a New York. E quelli che ne parlano ancora quotidianamente sono solo i complottisti, neofasciti e neocomunisti o libertari molto “paleo” che pensano che dietro quei due aerei che si sono schiantati sul World Trade Center non ci siano i terroristi di Al Qaeda, ma i neocon, Bush e gli ebrei. Ma queste teorie non sono vere e sono convinto che, se tu le leggi bene, ti accorgi che sono delle patacche, scritte senza lo straccio di una prova che sia una, mosse solo dall’odio (anarchico, comunista o fascista, il risultato non cambia) contro il governo americano. La realtà è ben diversa ed è sotto gli occhi di tutti. La realtà è che un pezzo di mondo, che vuole imporre l’Islam con la forza, ti odia e vorrebbe ammazzare anche te alla prima occasione buona. Sì: ti vorrebbe morto, anche se tu non hai mai visto un integralista islamico in vita tua. Ti vuole morto perché sei cristiano, o agnostico, o ateo, o ebreo, o musulmano ma non appartenente alla sua corrente teologica. Ti vuole cadavere perché sei cittadino di un Paese che quella parte di mondo considera blasfemo, corrotto e degno di essere estirpato con la violenza.

Quindi, caro populista, se ci pensi bene, non ti conviene fare il populista. Non ti conviene dire una cosa come “ritiriamoci dall’Afghanistan” solo perché l’istinto della “massa” suggerisce di dirlo. Perché sono convinto che se capita un altro 11 settembre in casa nostra, se un tuo amico, parente o conoscente ci lascia la pelle (e il rischio è concreto, non stiamo parlando di fantasie) tu sarai il primo a dire: “andiamo là, spezziamogli le ossa, bombardiamoli a casa loro”, con la stessa foga con cui adesso stai dicendo “andiamocene dall’Afghanistan”. O mi vuoi dire che è meglio combattere gli integralisti islamici qui in casa nostra? Secondo te è davvero meglio aspettare che i terroristi vengano qui? Credi che si possa evitare un attentato controllando l’immigrazione? Ma non diciamo ca...te! L’11 settembre è stata un’operazione militare condotta da un rispettabilissimo ingegnere laureato in Germania, un uomo tranquillo che tu stesso avresti regolarizzato ad occhi chiusi. Vuoi cacciare tutti i musulmani? Fai pure: non risolvi niente, perché Al Qaeda inizierà a reclutare fanatici non musulmani se serve: di fanatici ne trova tantissimi in Occidente, gente disposta a massacrare nel nome di ideologie morte e pronta a farsi pagare dal primo jihadista deciso ad agire. Se credi di poter combattere il terrorismo con l’intelligence, sappi che non sarai mai al sicuro. L’intelligence da sola non ha mai vinto una guerra che è una. Quando ti trovi di fronte un nemico che prova ad ammazzarci tutti i santi mesi (perché Al Qaeda pianifica attentati tutti i santi mesi, sappilo), uno o due attentati andranno comunque a segno. E sono già troppi. In compenso, se vuoi dare poteri assoluti allo Stato per combattere il terrorismo, sappi anche che il tuo telefono sarà messo sotto controllo, che arriveranno a chiederti il passaporto anche per spostarti da Lodi a Milano, o da Caserta a Napoli, che istituiranno i check point sulle autostrade e che ti faranno una perquisizione anche prima di entrare al bar. Vuoi vivere così? No? Allora sappi, caro populista, che l’unico modo per vivere da uomo libero ed evitare che quei bastardi ti mettano una bomba nella tua città, è andare a combatterli a casa loro, in Afghanistan, in Pakistan, in Iraq, in Somalia, nel Sahara, in Indonesia, ovunque facciano il nido e si organizzino. Dimenticati del presidente Karzai. Chissenefrega di Karzai: potrebbe esserci lui come qualsiasi altro governo in Afghanistan, tanto in quei posti non c’è da fidarsi di nessuno, tutti più o meno odiano i cristiani, gli ebrei e i “senza Dio”. Non pensare che mandiamo i nostri volontari in Afghanistan perché difendano questi viscidi politici locali. Pensa che stanno combattendo per noi, per difendere le nostre case, per evitare che un domani non ci sia un fungo di fumo e detriti al posto della cupola di San Pietro o della cattedrale di Bologna. Pensa bene a queste immagini, sappi che rischiamo di vederle da un momento all’altro. E poi dimmi se sei ancora convinto di ritirare i nostri soldati dall’Afghanistan.




permalink | inviato da oggettivista il 18/9/2009 alle 14:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (27) | Versione per la stampa


11 settembre 2009

11 settembre: Paura della Libertà

La guerra contro il terrorismo, incominciata in risposta all’attacco di New York e Washington l’11 settembre del 2001, non è uno scontro fra civiltà diverse. Non è una guerra di religione, né una guerra tra ricchi del mondo contro poveri del mondo. E nemmeno un pretesto preso dagli Stati Uniti per espandersi in tutto il mondo e sedare il dissenso interno. E’ una guerra dichiarata contro un nemico che, per sua scelta, odia la modernità. Il Rinascimento e poi l’Illuminismo hanno dato il via a una profonda trasformazione della civiltà umana: da società chiuse, tecnologicamente statiche, caratterizzate da un’attribuzione di ruoli rigida e immutabile, l’umanità ha incominciato a muoversi verso un’unica società aperta, in cui ogni individuo può determinare il suo futuro e decidere il suo ruolo, secondo la sua, personale, volontà. Una trasformazione traumatica della vita aggregata di fronte alla quale le religioni tradizionali si sono adattate o, spaventandosi, hanno reagito con la forza. Il Cristianesimo, nei secoli, si è in gran parte adattato alla società aperta. L’Islam, proprio in quanto ex civiltà religiosa dominante e grande sconfitto del XX secolo, si è adattato solo in parte. La “paura della libertà”, che nell’Europa laica ha preso le sembianze mostruose delle religioni atee, dei totalitarismi comunista e nazionalsocialista, nel mondo islamico prende le forme dell’integralismo religioso: una parte di Islam che cerca di far rivivere presunti antichi splendori, di tornare a un’origine mitizzata, combattendo la modernità in tutti i suoi aspetti.

Nell’attuale dibattito culturale, questa particolare interpretazione della guerra al terrorismo, è sostenuta solo dagli Oggettivisti. Del tutto sconosciuti in Europa, abbastanza popolari negli Stati Uniti, sono un gruppo di filosofi allievi di Ayn Rand, romanziera e filosofa russa che, fuggita dall’Urss, ha esaltato più di chiunque altro la moralità e il successo del capitalismo americano, “l’unico sistema in cui gli individui si rapportano gli uni agli altri, non come vittime e carnefici, non come padroni e schiavi, ma come mercanti liberi, attraverso lo scambio consensuale per il mutuo beneficio”. La sua filosofia individualista radicale affascina ancora milioni di americani, che comprano i suoi libri (soprattutto i suoi romanzi filosofici “La fonte meravigliosa” e “La rivolta di Atlante”) o frequentano i corsi organizzati dalle associazioni fondate dagli allievi della Rand. A vent’anni dalla scomparsa della sua fondatrice, la filosofia oggettivista si dimostra ancora vivissima, sia nel dibattito culturale americano, sia nel movimentismo politico. Soprattutto dopo l’11 settembre, gli Oggettivisti sono letteralmente in prima linea nella battaglia delle idee che, negli Stati Uniti, si sta combattendo parallelamente alla guerra contro il terrorismo. Una battaglia che gli Oggettivisti sono disposti a combattere contro tutti: contro la destra religiosa, che identifica il nemico nell’Islam in sé; contro i liberal, che puntano il dito sulle presunte colpe dell’Occidente; contro i libertari e la Old Right isolazionista, che identifica l’origine dell’odio antiamericano nel presunto espansionismo statunitense.

“I valori sotto attacco…” scrivono i ricercatori del “The Objectivist Center” nella loro dichiarazione sull’11 settembre “… sono quelli fondamentali di una società secolare moderna. Nonostante siano stati formulati per la prima volta con l’Illuminismo europeo e siano pienamente abbracciati in America, questi valori non sono necessariamente occidentali o americani. Sono valori necessari alla difesa vita umana in quanto tale e fondamentali per il successo di qualsiasi civiltà. Allo stesso modo, il rigetto nichilista di questi valori è non è né peculiare all’Islam, né è condiviso da tutti coloro che aderiscono a quella religione. Il conflitto, fondamentalmente, non è fra la civiltà islamica e quella occidentale, né fra l’Islam e la Cristianità. E’ un conflitto fra la civiltà e il nichilismo.” Per nichilismo, ovviamente, qui non si intende la filosofia di Nietzche, ma la negazione e l’avversione della morale, una morale che è possibile applicare solo agli individui e alle loro scelte, che è possibile rispettare solo in una società aperta. In molti scritti oggettivisti, traspare l’interpretazione del radicalismo islamico come una filosofia puramente distruttiva: “Questi zelanti (i radicali islamici, ndr) stanno spingendo l’integralismo islamico verso una forma nichilismo puro, un scusa, che si nutre di invidia e che è guidata da puro odio, per l’annullamento di qualsiasi valore civile”, scrive James Bidinotto (The Objectivist Center). E’ una cultura che non intende costruire una società nuova e alternativa, ma che è unicamente finalizzata alla distruzione di tutto ciò che è “moderno” e “diverso”, dalle statue dei Buddha in Afghanistan alle Torri Gemelle di New York, a negare diritti e libertà, non a crearne di nuovi. E Robert Tracinski (Ayn Rand Institute) definisce l’Islamismo radicale esplicitamente come una “cultura della morte”, citando testualmente un dirigente del regime talebano, Mohammed Hussein Mostassed, il quale sosteneva che: “Gli Americani stanno combattendo per vivere e per godere dei beni terreni. Ma noi stiamo combattendo perché possiamo morire nel nome di Dio.” Precisamente quello che sostengono gli Oggettivisti, solo visto dall’altra parte.

Questa “cultura della morte” è una scelta consapevole, una posizione filosofica e politica scientemente adottata dai terroristi e dai regimi che li sponsorizzano. Non è una risposta a una politica aggressiva dell’Occidente. Tutti i ricercatori oggettivisti, al pari dei loro colleghi neoconservatori, non finiscono di sottolineare il particolare che la politica statunitense è sempre stata difensiva, almeno per quanto riguarda la regione mediorientale. Gli Stati Uniti non hanno mai posseduto colonie nel Medio Oriente e si sono limitati a proteggere l’esistenza di Israele, l’unica società aperta nella regione, essa stessa costretta a guerre difensive contro vicini aggressivi. Leonard Peikoff, presidente dell’Ayn Rand Institute ed erede legale della filosofa fondatrice, fa notare, anzi, come a qualsiasi concessione americana a vantaggio, prima del nazionalismo arabo, poi dell’islamismo, sia seguita un’intensificazione e una radicalizzazione dell’odio antiamericano. Nella storia dei rapporti fra gli Stati Uniti e i suoi nemici mediorientali, Peikoff non rintraccia alcuna dinamica di “azione-reazione”, ma solo una progressiva offensiva anti-occidentale e anti-americana, prima incentrata sulla nazionalizzazione dell’industria petrolifera, poi sulla graduale soppressione di tutti i diritti individuali fondamentali e infine sul confronto aperto, terroristico. Il terrorismo non nasce, dunque, per difendersi da qualcosa, ma è l’ultimo stadio di un’offensiva.

Il radicalismo islamico, inoltre, non è dettato dalla miseria. L’obiezione oggettivista a questa tesi (diffusa negli ambienti progressisti) è principalmente filosofica: l’uomo è dotato di libero arbitrio e sono le sue scelte a determinare sempre, in ultima istanza, le sue azioni. La miseria e la ricchezza, in sé, non determinano nulla.

E poi è da notare che tutti i principali terroristi e i regimi che li sponsorizzano sono ricchissimi.

L’odio che muove i radicali islamici non è rivolto contro la religione cristiana. Per lo meno: non solo. Non è il prosieguo della millenaria lotta fra Cristianità e Islam, perché non solo i Cristiani sono colpiti dal radicalismo islamico, ma anche tutti i Musulmani non radicali, gli Induisti, gli Ebrei, i Buddisti, i laici, gli atei… E il bersaglio principale dei radicali islamici, la loro fonte di odio, sono proprio le società meno religiose, più secolari, più libere e multiculturali e i loro simboli di libertà e benessere. Non è un caso che l’11 settembre, il più spettacolare attacco dei radicali islamici sia stato effettuato contro il simbolo del capitalismo mondiale, il World Trade Center e non contro un bersaglio religioso.

A due anni dall’abbattimento delle Torri Gemelle, a due anni dalla dichiarazione di guerra al terrorismo, come si stanno difendendo le nostre società aperte dall’attacco degli “adoratori di morte”, per usare i termini forti di Tracinski? “Male”, rispondono all’unisono gli oggettivisti, contrapponendosi all’ottimismo dei neoconservatori. “Stiamo ancora perdendo la guerra contro il terrorismo” ha sostenuto Yaron Brook (Ayn Rand Institute) in una conferenza tenutasi a Irvine, in California. E le frecce che può scoccare dall’arco della sua tesi, purtroppo, non sono poche: i principali sponsor del terrorismo, quali i regimi di Iran, Arabia Saudita, Siria, Pakistan, sono ancora al potere; la filosofia del radicalismo islamico non si considera sconfitta; la guerra continua in Israele, con gravi perdite per gli Israeliani. “Questa è una guerra ideologica” – sostiene Onkar Ghate (Ayn Rand Institute) – “un fatto che il nostro governo rifiuta di accettare. (…) Stupisce la paura che i politici hanno nel nominare il nostro nemico - l’Islamismo militante - e l’abitudine che hanno nel condannare il terrorismo, che è un mezzo usato dal nemico e non il nemico stesso.” Cattivi politici? Cecità nell’analisi? Non solo. I motivi di una mancata vittoria contro il terrorismo sono soprattutto culturali. James Bidinotto, nello specifico della guerra al terrorismo, individua tre branche della cultura occidentale che remano contro la causa della società aperta e della sua stessa sopravvivenza.

La prima di queste è il multiculturalismo. Discendente diretto del “mito del buon selvaggio” di Rousseau, è una filosofia che porta a sognare e mitizzare la natura, l’umanità primitiva del “buon selvaggio”, le società pre-industriali e a odiare il capitalismo e il progresso scientifico ad esso intrinsecamente legato. Dall’ecologismo al multiculturalismo e al relativismo morale la distanza è breve: il rispetto e talvolta l’ammirazione per società primitive, pre-industriali, o comunque radicalmente opposte alla società aperta occidentale, porta inevitabilmente all’affermazione che tutti i sistemi sociali e politici sono moralmente equivalenti. Le ricadute pratiche di quello che Tracinski (sulla scia di Ayn Rand) chiama “primitivismo” sulla guerra al terrorismo sono evidenti: si stenta, sia a livello di opinione pubblica, sia nelle alte sfere della diplomazia, a considerare illegittimi regimi tirannici che, oltre a minacciare la nostra sicurezza, torturano i loro stessi cittadini. Li si legittima, si cerca di comprendere le loro ragioni, in base alla loro cultura. In parole povere: non solo ci si rifiuta di giudicarli, ma li si sottovaluta o si ignora del tutto il pericolo che costituiscono.

Un secondo grosso ostacolo frapposto alla guerra contro il terrorismo è l’altruismo, il bersaglio morale polemico preferito da Ayn Rand. L’idea, tipica di gran parte della filosofia morale occidentale, secondo cui è morale ciò che implica il sacrificio di sé a beneficio di altri, del prossimo, della società. Nel nome di valori altruistici, i responsabili della politica estera statunitense, non hanno il coraggio di combattere dichiaratamente per la sicurezza dei cittadini americani. La “guerra al terrorismo” (solo il nome che le è stato dato è un programma), è condotta nel nome della “sicurezza collettiva”. Gli Stati Uniti non si pongono nella parte dell’aggredito che è legittimato a rispondere, con tutti i mezzi necessari alla vittoria contro l’aggressore, ma come la grande potenza che è disposta a sacrificare parte della sua sicurezza per la libertà del Mondo dal terrorismo. Nella guerra al terrorismo, i risultati pratici di questa politica altruistica sono essenzialmente due: il sacrificio della sicurezza dell’alleata Israele (a beneficio di un accordo con i Palestinesi che “disinneschi l’odio arabo e islamico”) e la remissione delle azioni di forza statunitensi al consenso dell’Onu. Benché la guerra in Iraq sia stata condotta unilateralmente da Stati Uniti e Gran Bretagna, la decisione statunitense di passare attraverso il consenso dell’Onu (costituita anche da dittature nemiche degli Stati Uniti) prima di agire, ha influito moltissimo sulla durata e sulla gestione della crisi, a svantaggio dell’immagine e della sicurezza degli Stati Uniti.

Terzo ostacolo: il comportamentismo, moda diffusa in tutte le scienze sociali e politiche, secondo cui tutte le azioni umane sono determinate non da scelte, ma dall’ambiente sociale circostante. In base a questa logica, buona parte dell’opinione pubblica (soprattutto progressista, ma anche libertaria) inverte il rapporto fra aggressori e aggrediti. Se i radicali islamici aggrediscono gli Stati Uniti, vuol dire che sicuramente, avranno subito precedenti aggressioni e vessazioni. Tutto viene letto nei termini di “spirale di violenza”, in cui aggressore e aggredito appaiono come due serpenti che si mordono la coda. Una mentalità diffusa che ha ricadute pesanti sulla guerra al terrorismo, che fa sentire in colpa i difensori, inducendoli a non sfruttare appieno le vittorie, che costringe a promettere aiuti e concessioni (sia in termini economici, che politici) a favore dell’aggressore. Una mentalità che, dall’altra parte, rassicura gli aggressori e conferma loro la giustezza della loro violenza.

Quarto ostacolo: il pragmatismo, cioè “quel vuoto chiamato filosofia” come Bidinotto definisce l’unica corrente filosofica nata sul suolo statunitense. Secondo il pragmatismo nessuna generalizzazione è possibile e nessuno standard è universalmente applicabile; che nulla è da considerarsi completamente vero o falso, giusto o sbagliato; che ciascuna situazione deve essere affrontata a sé, separatamente dal suo contesto; che la soluzione migliore è quella fondata sul compromesso fra le parti, dando ascolto alle pretese di entrambe. La mentalità pragmatica, ha ricadute ancor più gravi nella guerra al terrorismo: la politica estera statunitense non ha una direzione di lungo periodo, ma è in grado di fornire solo soluzioni a problemi di breve termine. Non stupisce che all’alba dell’11 settembre l’apparato di sicurezza statunitense fosse completamente inadeguato alla sfida che si trovava ad affrontare: la fine della minaccia sovietica aveva indotto a smantellare gran parte dell’intelligence. Anche negli ultimi mesi, la politica statunitense tende ad affrontare solo alcuni segmenti del nemico, ma non a combatterlo nel suo insieme. Gli Stati Uniti finanziano ancora alcuni dei principali sponsor del terrorismo, quali l’Arabia Saudita e il Pakistan e considerano come un valido interlocutore una leadership palestinese, che invece è legata a doppio spago con il terrorismo dei radicali islamici. Il Dipartimento di Stato stenta ad identificare i legami fra i vari regimi e i vari gruppi terroristici e preferisce, di volta in volta, credere di essere amico degli sciiti contro i sunniti, dei “radicali” contro i “moderati”, dei nazionalisti contro gli islamici… senza rendersi conto di trovarsi a combattere contro “tante gang mafiose che si sono unite contro un comune nemico”, stando all’analisi del neoconservatore Micheal Ledeen. Peggio ancora: la mentalità pragmatica induce a non credere a quello che i radicali islamici dichiarano di voler fare nell’immediato futuro. Perché nella mente di un pragmatico, parole e azioni sono due cose distinte. Così era durante la Guerra Fredda, quando i pragmatici del Dipartimento di Stato non credevano che l’Urss volesse seriamente esportare la rivoluzione, così è oggi con la guerra al terrorismo. Osama Bin Laden aveva dichiarato pubblicamente e per iscritto ciò che avrebbe voluto fare l’11 settembre. E lo ha fatto. Indisturbato.



8 settembre 2009

Chavez, a Venezia risveglia la voglia di dittatura

E cosa si dovrebbe dire quando un dittatore viene accolto da eroe al Mostra del cinema di Venezia? Solo una cosa: che in Italia c’è tanta voglia di dittatura. Questa è purtroppo l’Italia di oggi e le alternative sono sempre più mute, piccole e sterili.

Avevo sperato in contro-manifestazioni a Venezia, non dico dei dissidenti, ma almeno di quegli imprenditori che sotto il tiranno Chavez hanno perso tutti i loro averi da un momento all’altro. Non c’era nessuno, solo qualche cartello. Avevo sperato in qualche domanda cattiva da parte dei giornalisti, che si lamentano tanto del “regime” imminente qui in Italia e che avevano l’occasione, ieri, di andare a stuzzicare un dittatore vero, a capo di un regime vero, che nell’arco di pochi anni ha fatto chiudere una trentina di emittenti, monopolizza gli spazi televisivi, propina al popolo prediche da Grande Fratello. E invece: niente. Avevo sperato in un guizzo di orgoglio degli organizzatori della Mostra del Cinema. Speravo che qualcuno, come il rettore della Columbia University che aveva invitato Ahmadinejad a parlare nel suo ateneo, introducesse al pubblico il tiranno per quello che era: un “crudele dittatore”, esponendolo al pubblico ludibrio. E invece: niente, solo onori, tappeto rosso e firma di autografi. La forza è stata usata, civilmente, per allontanare i tifosi più esagitati. Speravo almeno che di fronte ai vari, ridicoli, discorsi non richiesti di Chavez, sul popolo, Dio, il cristianesimo e la lotta anticolonialista (a quasi due secoli dall’indipendenza venezuelana) scoppiassero risate, almeno da parte di una minoranza del pubblico. E invece: applausi, slogan e inno del Venezuela. Cosa ci aspettavamo dalla sinistra? Loro vogliono la dittatura, lo hanno sempre detto, lo hanno sempre fatto: quando va bene vogliono che un autorità politica diriga l’economia, quando va male vogliono che un’autorità assolutista diriga anche le nostre vite private. Si lamentano della censura solo quando qualcuno impedisce loro di prendere il potere assoluto. Non dobbiamo stupirci, la sinistra funziona così dai primi del ‘900. Nei primi anni 2000, in un decennio di lotta contro “l’esportazione della democrazia” di Bush ci hanno abituato a ragionare contro la democrazia e a favore delle dittature. I media e i professori universitari, i centri studi e le maestre elementari ci insegnano che i dittatori sono esponenti di una cultura diversa, che va rispettata. Il grande “change” introdotto dal messiah Obama nella politica estera è questo: dopo la “arroganza” democratica di Bush, oggi dobbiamo amare i dittatori come noi stessi. E’ il segno dei tempi.

E’ difficilissimo anche trovarla un’alternativa a questo mainstream. Proprio ieri, mentre Chavez sfilava al Lido, la Farnesina (che non è controllata dagli stessi nostalgici delle dittature comuniste di Venezia) confermava l’appoggio della candidatura di Farouk Hosny alla guida dell’Unesco. E così, con la nostra benedizione, avremo un antisemita esplicito, che dichiara di voler bruciare i libri scritti da ebrei, a capo di un organismo Onu che dovrebbe proteggere il patrimonio culturale dell’umanità. E’ difficile trovare un alternativa all’amore dei dittatori che la sinistra nutre da un secolo, quando il premier di centro-destra va ad abbracciare il dittatore Gheddafi, si dichiara amico intimo del dittatore Putin, manda il ministro degli esteri a stringere la mano al dittatore Assad.

E’ la “realpolitik”, insomma, basta con queste “pazze ideologie neocon” che vogliono combattere le dittature, difendere i diritti umani, liberare i popoli. Quelle sono robe da bambini, i veri uomini applaudono Chavez. E magari ne vogliono uno anche per l’Italia. Così da far tornare la Mostra del cinema di Venezia ai fasti di una volta: con Goebbels ospite e “Suss l’ebreo” (tragico preludio all’Olocausto) applaudito in sala.



4 settembre 2009

La piaga della diplomazia postmoderna

E adesso che cosa si fa con il nuovo Iran di Mahmoud Ahmadinejad? Con un governo in cui figura anche Ahmad Vahidi, ricercato per terrorismo internazionale? Si dialoga con i terroristi? Ci si siede attorno a un tavolo con un uomo che vuole distruggere Israele, accompagnato da un ministro che ha fatto uccidere a freddo 85 persone a Buenos Aires, facendo saltare in aria un centro umanitario della comunità ebraica? Non so quanti altri paradossi dovremo subire da questa diplomazia postmoderna, che pretende di considerare come interlocutore chi dichiara apertamente di non voler trattare.

Una delle caratteristiche della diplomazia postmoderna è il negoziato infinito. L’altra caratteristica è la guerra che è, allo stesso tempo, una non-guerra.

Il negoziato dovrebbe essere un dialogo fra due parti che hanno voglia di trattare per comporre interessi divergenti. Il negoziato con chi non vuol trattare è una contraddizione in termini. Quando non esistono argomenti, né valori in comune con la controparte, non c’è nulla da comporre. Come faceva notare il giornalista dissidente iraniano Amir Taheri, c’è solo una gran perdita di tempo e denaro speso in una serie di incontri volti a definire, non gli interessi in gioco, ma i termini stessi della discussione. Il dialogo in sé, perennemente rimandato, non inizia mai. In sette anni di negoziato con l’Iran non si è infatti mai arrivati al nocciolo della questione: alla rinuncia, da parte del regime di Teheran, del suo programma nucleare, pericoloso sia per Israele che per l’Europa (entrambi sotto tiro dei nuovi missili, potenzialmente nucleari), onde evitare lo scoppio di una guerra. La stessa cosa la vediamo con il cosiddetto “processo di pace” nel Medio Oriente, un negoziato che dura, inframmezzato da nuovi conflitti, fin dal 1993. Anche in questo caso non si arriva mai al nocciolo della questione: il riconoscimento di Israele da parte di un movimento palestinese che è stato militarmente sconfitto in ben tre occasioni (in Libano, nella I Intifadah e poi anche dopo la II Intifadah). Anche nel negoziato mediorientale si continua a discutere sui termini del dialogo (la “road map”), ma non si dialoga.

L’altro fenomeno tipico delle relazioni internazionali post-moderne è la guerra/non-guerra. Ayn Rand aveva analizzato questo fenomeno in Vietnam. Ufficialmente gli Stati Uniti non avevano mai dichiarato guerra al Vietnam del Nord. Ma hanno mandato ugualmente truppe al Vietnam del Sud per combattere contro i nordvietnamiti. Ma non essendo in guerra con il Vietnam del Nord, le stesse truppe non potevano agire se non in missioni difensive e con tante e tali regole restrittive da non poter ottenere risultati decisivi. Alla fine questa non-guerra è costata più di 50mila morti e un ritiro degli Stati Uniti da tutto il Sud-Est asiatico (per non parlare del prezzo pagato dalla popolazione locale abbandonata alla furia dei vincitori comunisti). Le altre guerre/non-guerre a cui stiamo assistendo in questi anni sono l’Afghanistan e l’Iraq. Gli Usa non hanno mai dichiarato ufficialmente guerra al regime talebano. Hanno mandato truppe per sostenere un governo locale non talebano (e parecchio inaffidabile, da quel che si vede) e restano sul territorio per “stabilizzare” la situazione. Ora, dopo 8 anni di tentativi di stabilizzazione, gli americani iniziano ad esserne anche abbastanza stufi. Ed è comprensibile che lo siano. In Iraq gli americani sono intervenuti militarmente contro il regime di Saddam Hussein, ma non hanno mai dichiarato guerra all’Iraq. Non hanno combattuto contro l’Iraq, ma per il popolo iracheno e contro il suo regime. Non hanno neppure potuto issare la bandiera americana su Baghdad, quando l’hanno conquistata, perché dovevano agire nel nome e per conto del popolo iracheno. La guerra è andata ugualmente bene, ma questa ambiguità ha creato un dopoguerra catastrofico, perché gli americani non hanno avuto alcun appiglio (strategico, militare, politico) per applicare una politica di occupazione su un nemico sconfitto. E quindi le bande armate presenti nel Paese stanno continuando a infliggere perdite al vincitore ancora sei anni dopo la caduta di Saddam.

Questi mezzi negoziati e queste mezze guerre, come constatava Ayn Rand ai tempi del Vietnam, servono a fuggire da realtà che non ci piacciono. La realtà nel Vietnam era: un regime comunista che invade un alleato degli Usa. La reazione degli Usa poteva essere: non intervenire (perché il Vietnam era un teatro di guerra troppo piccolo e lontano per minacciare la sicurezza nazionale degli Stati Uniti), o intervenire dichiarando guerra al Vietnam del Nord al fine di costringerlo alla resa (e prepararsi, però, all’eventuale reazione militare della Cina e dell’Urss). Lo stesso dilemma si ripete, in realtà, anche nei casi che abbiamo visto finora: per l’Iran, per il Medio Oriente, per l’Afghanistan e per l’Iraq. In Iran l’alternativa che la realtà ci pone è: distruggere gli impianti nucleari iraniani (a costo di arrivare a una guerra più ampia) o lasciare che il regime di Teheran si doti di armi atomiche, con cui può distruggere Israele e minacciare l’Europa, sperando che il Paese in questione sia troppo debole per costituire una minaccia seria. Per il Medio Oriente l’alternativa che la realtà ci pone è: dettare le condizioni di resa a un movimento palestinese sconfitto o riprendere guerra e occupazione militare, incarcerando o uccidendo tutta la leadership di Fatah e Hamas. Per l’Afghanistan l’alternativa che la realtà ci pone è: mandare una forza di occupazione che controlli il territorio (e dunque si parla, all’incirca, di mezzo milione di uomini) e sconfigga i Talebani, oppure lasciare che a Kabul si instauri di nuovo un regime jihadista che protegge il terrorismo, confidando, ancora, nella lontananza e nella debolezza del nemico. Le alternative sono le stesse anche per l’Iraq: o si occupa militarmente quel territorio, o ci si ritira, lasciando gli iracheni nel loro caos, sperando che quest'ultimo non provochi l'ascesa di un regime terrorista troppo pericoloso per noi.

Perché i governi occidentali fuggono dalla realtà? Perché non affrontano le alternative reali e adottano mezze misure che fanno più male che bene? Forse è inutile constatare ancora che il politico contemporaneo non agisce in base alla realtà, ma in base al consenso. E che secondo la filosofia contemporanea, non c’è la realtà: ci sono solo punti di vista differenti. Quindi un politico contemporaneo, condizionato da questa filosofia, quando deve prendere una decisione (anche sulla sicurezza nazionale), non deve far altro che seguire quel che pensa la maggioranza dell’opinione pubblica e cercare di capire quali sono i punti di vista dei governi, amici e nemici. Scegliere fra guerra e neutralità, come imporrebbe la situazione sul campo, è troppo costoso in termini di immagine e di consenso. Si opta dunque sempre per la via di mezzo. Non perché funziona, ma perché massimizza il consenso. La guerra-che-guerra-non-è, dovrebbe soddisfare pacifisti e guerrafondai, così come il negoziato infinito. Finché qualcuno (come Mohammed Atta l’11 settembre 2001) non ci riporta violentemente ad aprire gli occhi sulla realtà.




permalink | inviato da oggettivista il 4/9/2009 alle 14:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


3 settembre 2009

Perché ribellarsi alla Realpolitik con Gheddafi

Chi non è compromesso con Gheddafi scagli la prima pietra. Il nostro governo è andato a festeggiare il 40mo della presa del potere del dittatore… proprio nel giorno in cui quest’ultimo invitava tutti i Paesi africani a rompere le relazioni con Israele e accusava gli ebrei di essere alle spalle di tutte le guerre. Berlusconi, con questa visita, vanta di aver raggiunto un grande risultato, perché così è possibile il respingimento dei clandestini, l’Eni può consolidare la sua posizione e le nostre imprese edilizie possono iniziare a investire: la prossima autostrada libica potrà diventare la nuova arteria del turismo mediterraneo. In Scozia, in compenso, hanno liberato il terrorista Al Megrahi, autore dell’attentato di Lockerbie (roba da 270 morti) rientrato trionfalmente in Libia. E se lo hanno liberato, non lo hanno fatto solo per motivi umanitari (perché è gravemente malato), ma soprattutto per la pressione del già zoppo governo Gordon Brown, che a sua volta ha agito probabilmente su pressione della British Petroleum, la quale non vede l’ora di concludere contratti miliardari con la Libia. Man mano che alcuni coraggiosi quotidiani come il Times scavano nella vicenda Al Megrahi, salta fuori un vero mercato arabo fra Londra e Tripoli. Si è mercanteggiato sulla memoria della povera poliziotta inglese, uccisa nel 1984 solo perché si trovava di fronte a una manifestazione di dissidenti libici… a Londra. Una vittima della repressione libica a distanza, assassinata da uno sgherro di regime nel cuore del mondo libero, adesso sarà oggetto di una nuova indagine della polizia, consentita dal regime totalitario nordafricano solo in cambio di un’altra indagine, dalle premesse assurde, sul presunto coinvolgimento dell’Mi5 in un tentativo di uccidere Gheddafi. E non si sa ancora quante altre cose il laburista Brown abbia patteggiato con un regime suo nemico, in cambio sempre della stessa cosa: l’interesse nazionale, la prospettiva di fare ricchi investimenti in un Paese “vergine”, che solo da questi ultimi due anni si sta aprendo al mercato. Chi si muove per primo ad accettare compromessi con il regime libico appare addirittura più furbo degli altri, perché "occupa" una fetta del nuovo bengodi promesso.

Di fronte alla liberazione di un terrorista, o alla partecipazione delle nostre Frecce Tricolori alla festa di un dittatore, la gente comune inorridisce. Ma i politici hanno la risposta pronta: “è realpolitik”, oppure “è interesse nazionale”. E forti di questi paroloni tacitano chiunque. L’uomo della strada si sente di nuovo piccolo e non mette più in discussione la scelta del suo rappresentante, anche se a prima vista gli fa schifo.

Ma è giusto che l’uomo della strada stia zitto? E’ giusto, è pratico, è conveniente per noi che si segua la “realpolitik”? La risposta è chiara: no. Prima di tutto perché un governo ha il dovere di proteggere l’incolumità dei suoi cittadini e NON ha alcun diritto di proteggere gli interessi economici di chi vuole investire all’estero.

In una società libera, in cui i diritti individuali siano veramente rispettati, gli imprenditori sono liberi di investire dove vogliono, a loro spese e a loro rischio e pericolo. Chiunque dovrebbe essere libero di investire in Libia, se proprio vuole. Ma, guarda caso, sinora pochissimi hanno potuto o voluto andare in quel Paese con le proprie forze. E’ troppo rischioso, le autorità locali si sono dimostrate violente e inaffidabili, il costo è altissimo, il rischio inaccettabile. Solo un imprenditore ultra-protetto dallo Stato può permettersi una simile operazione, dopo accordi intergovernativi ad hoc. E se lo Stato mette di mezzo appalti pubblici, sovvenzioni e accordi che richiedono una forte spesa della collettività per essere implementati, viola il diritto di proprietà dei suoi cittadini. Sottrae loro proprietà (tramite le tasse) a vantaggio di una sparuta minoranza. Come in molti altri casi, proteggendo investimenti in Paesi dittatoriali ad alto rischio, lo Stato si mette a promuovere, a spese della collettività, un’attività che è fuori mercato. Che in un mercato libero non emergerebbe mai. E come tutte le imprese protette dal pubblico, rappresenta più un costo che un ricavo.

Ancor più grave è il caso in cui lo Stato, per privilegiare gli investimenti di alcuni suoi imprenditori, sacrifica la sicurezza dei suoi cittadini. Su questo punto, sia Brown che Berlusconi sono convinti che la Libia, non solo non costituisca più una minaccia, ma addirittura sia un nuovo alleato nella guerra al terrorismo di Al Qaeda. Non c’è dubbio che Gheddafi stia combattendo il terrorismo islamico, all’interno del suo Paese (dove è all’opposizione). Ma è altrettanto indubbio che lo stia sostenendo all’estero (in primo luogo contro Israele). E non è detto che non riprenda, un giorno che sarà più tranquillo, anche la costruzione di armi di distruzione di massa, come ha sempre cercato di fare fino al 2003. Noi possiamo illuderci che, dando da mangiare al coccodrillo, questo non ci mangerà. Paesi molto vicini a noi stanno subendo ancora le angherie di questo dittatorello: la Svizzera ha ancora suoi cittadini tenuti in ostaggio in Libia, perché la polizia elvetica aveva fermato, per violenza, il figlioletto bullo di Gheddafi. L’impressione che se ne ricava è che, dando da mangiare a questo coccodrillo, non verremo neppure mangiati per ultimi: ci beccheremo i primi morsi in men che non si dica. Le dichiarazioni di Gheddafi al vertice dell’Unione Africana sono da intendersi come una dichiarazione di guerra al mondo occidentale, nel suo complesso. E le parole hanno un senso e un seguito immediato: quanti terroristi, quante bande armate, quanti pirati, quanti dittatori terzomondisti, da queste dichiarazioni, sentiranno di avere un nuovo motivo di essere nella lotta contro l’Occidente? Quanti ospiteranno terroristi, lasceranno carta bianca ai pirati, voteranno all’Onu contro le risoluzioni promosse da Usa e Gran Bretagna, pagheranno i terroristi palestinesi, incoraggiati dal presidente della più importante organizzazione sovranazionale africana? Queste sono le domande che ci dovremmo fare, prima di ammirare la liberazione di un terrorista malato o uno spettacolo delle Frecce Tricolori, il tutto fatto all’insegna della “realpolitik”.



1 settembre 2009

In difesa di una lampadina

Ecco fatto, sono tornato nel mio studio con una lampadina eco-compatibile a risparmio energetico e devo dire che la luce mi fa schifo. Non saprei come rendere la sensazione. Sì, è un po’ come sostituire lo zucchero con il dolcificante. Tutti e due raggiungono lo stesso scopo, ma fra il primo e il secondo c’è una differenza di gusto abissale. Quanto il primo è saporito e sano, quanto il secondo è scialbo e chimico. Ora la stanza è invasa da questa luce biancastra, innaturale, quasi funeraria. E rimpiango le care vecchie lampadine ad incandescenza, che ho ancora in salotto. Quando penso che dovrò sostituire pure quelle con le nuove false luci chimiche, mi viene quasi da star male.

A quanto pare anche moltissimi altri italiani la pensavano, o la pensano, come me, perché la vendita di lampadine a risparmio energetico era circa la metà (anche meno) di quella dei normali bulbi con i fili incandescenti che vediamo sin da quando siamo nati. I led, che fanno tanto chic e che sono ormai associati agli alberi di Natale e ai locali trendy con arredamento hi-tech, sono ancora meno venduti. Perché la domanda è sempre stata: e cosa me ne dovrei fare di ‘sta luce da fighetta?

In un mercato normale, dove ogni consumatore pensa se tenersi la luce da obitorio e pagare meno la bolletta o una vera luce vigorosa e pagare un po’ di più, la maggioranza avrebbe scelto la seconda opzione. Ma ci pensa il pianificatore a “raddrizzare” la nostra cattiva condotta di consumatore sprecone e irresponsabile. Dall’Unione Europea è arrivato l’ordine: tutti DEVONO scegliere la luce peggiore, quella a risparmio energetico, a partire da oggi. Di brutte leggi l’Ue ne ha già fatte tante. Ma mai come in questo caso mi sono sentito addosso il fiato del legislatore, che è persino entrato in casa mia a sostituirmi le lampadine. Questo diktat è stato giustificato con argomenti assurdi. Si dice che in questo modo risparmiamo gas e petrolio per la produzione elettrica e così ci rendiamo più indipendenti dai Paesi arabi. Fare più centrali nucleari… no? E poi chi ci dice che, nel frattempo, intanto che facciamo queste nuove, benedette centrali, dobbiamo necessariamente dipendere da Russia e Paesi arabi? Comprare gas liquido, usare altre fonti energetiche… le alternative ci sarebbero eccome. E poi (e in questo errore ci stavo cascando anch’io) dobbiamo smettere di comportarci e di ragionare come se fossimo tutti abitanti dello stesso condominio, o peggio, come se fossimo tutti la stessa famiglia. Noi non siamo nella stessa famiglia: ogni consumatore deve pensare a sé, ha i suoi interessi ed è in grado di farsi i conti in tasca. Se l’energia inizia a pesargli troppo, inizia a risparmiare. Se non gli pesa, consumi pure tutto quello che vuole. Quando il prezzo sale perché c’è scarsità di un bene, a questo punto è normale che la maggioranza adotti politiche di risparmio, anche quando si parla di energia elettrica. Quando il prezzo è basso va bene mettere l’aria condizionata anche nella cuccia del cane. Ma sostanzialmente sono scelte che devono fare i singoli consumatori, facendo i loro conti.

C’è poi un altro economico che giustifica questa legge che è roba da “Brave New World” di Aldous Huxley, il quale aveva previsto una società da incubo in cui sei costretto a comprare sempre cose (anche inutili) per dare lavoro agli operai. In una logica da “scava la buca e riempi la buca”, si pensa che sostituendo tutte le lampadine si darà più lavoro a elettricisti e a tutta la filiera della luce. Giuro: c’è gente, anche colta, che pensa che sia un bene. Peccato che uno dei vataggi (per il consumatore) delle nuove fonti di luce è che si sostituiscono in tempi più lunghi, quindi paradossalmente daranno meno lavoro e meno ricavi agli elettricisti.

Alla fine, gratta gratta, non ci sono motivi economici che giustificano questa scelta. Ci sono motivi ideologici. Questo cambiamento di luce si deve fare nel nome dell’ambiente, delle minori emissioni, del minor “spreco” di energia. Pur in assenza di una teoria climatica coerente, ormai tutti credono che i nostri consumi stiano generando un riscaldamento globale. Anche se molte prove dimostrano il contrario, si è ormai formata nei decenni una sorta di “coscienza collettiva” che crede nel global warming. E i politici sono bravissimi a soddisfare la domanda della coscienza collettiva di turno. Quindi buone lampadine a tutti. Io mi sono fatto la scorta di bulbi a incandescenza e inizio la mia luminosa resistenza individuale.




permalink | inviato da oggettivista il 1/9/2009 alle 22:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa


31 agosto 2009

Un revival dell'Asse

Benissimo, cari quattro lettori quattro, dopo una serie di articoli estivi sulla I Guerra Mondiale (quando si dice: un programma trasmesso quando l’audience è al minimo) torno dalle vacanze negli Stati Uniti per parlare di attualità. E purtroppo le notizie che mi accolgono non sono affatto buone. Ce ne sono tre, arrivate in simultanea, che non fanno pensare a niente di buono. Apparentemente si tratta di cose molto diverse tra loro, ma sono causate dalla diffusione della stessa ideologia anti-occidentale.

La prima è la vittoria in Giappone del partito democratico di Yukio Hatoyama. So può esultare per la prima alternanza al potere della democrazia giapponese dopo 55 anni di dominio liberaldemocratico? Assolutamente no. Il nuovo premier Hatoyama ha più volte attaccato il sistema capitalista, che considera definitivamente tramontato dopo la crisi dell’anno scorso. E vede il libero mercato internazionale solo come una propaggine del presunto imperialismo americano. Come soluzione propone una serie di misure per staccare il Giappone dall’orbita americana e riagganciarlo all’Asia. Siccome i rapporti di forza si sono invertiti rispetto a quelli degli anni ‘30, se Hatoyama dovesse riuscire nel suo intento, il Giappone non tornerebbe a cercare di dominare l’Asia, ma finirebbe direttamente nell’orbita cinese. Da “colonia” dell’America diverrebbe una colonia (senza virgolette) della Cina. Si realizzerebbe anche qui un’altra profezia di Samuel Huntington, che nel 1993, nel suo “Scontro di Civiltà” prevedeva il distacco del Giappone dall’orbita occidentale nel nome di un nuovo “asianesimo”, non più motivato dallo spirito imperiale, ma da una rivendicazione di orgoglio identitario contro l’Occidente. Una rinascita, con altri mezzi e altri termini, della stessa rivalità che c’era nel Pacifico prima della II Guerra Mondiale.

La seconda notizia è il vertice di Tripoli dell’Unione Africana presieduto da Muammar Gheddafi. Lungi dal diventare più “responsabile” una volta investito del prestigioso incarico internazionale, il vecchio dittatore libico ha dichiarato esplicitamente che gli ebrei di Israele sono la causa di tutti i conflitti nel Continente Nero. E che occorre chiudere le relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico a livello continentale. E’ la summa della teoria del complotto ebraico, questa volta applicato alla realtà africana, che riecheggia i tempi di Hitler. Sia i nazisti che Gheddafi dicono le stesse cose, i primi vedevano negli ebrei la causa della sconfitta tedesca nella I Guerra Mondiale e l’origine di tutti i conflitti europei. Gheddafi (come i suoi amici islamisti) crede che gli ebrei siano all’origine della miseria e delle guerre nel terzo mondo.

La terza notizia, meno grave, è il discorso di Putin alla vigilia del 70mo anniversario della II Guerra Mondiale. Il premier russo ha denunciato come “immorale” l’arcinoto patto Ribbentrop-Molotov, ma di fatto lo ha giustificato come risposta sovietica all’accordo di Monaco raggiunto da Francia e Gran Bretagna con la Germania hitleriana. Il ragionamento di fondo è questo: siccome le potenze occidentali avevano già accettato di cedere un pezzo di Europa a Hitler, spezzando il fronte antifascista, Stalin era “costretto” ad allearsi con la Germania. Per invadere mezza Europa. Solo un sovietico può fare un ragionamento del genere e crederci. Putin, ufficiale del Kgb, ancora dopo 70 anni, non ammette la cruda realtà: che Stalin, alleato con Hitler, o da solo, o con altri alleati, aveva l’unico obiettivo di esportare il comunismo con la forza, ovunque potesse. E che è stato Stalin, assieme a Hitler, a scatenare la II Guerra Mondiale.

Queste tre notizie fanno capire una sola cosa: che la memoria della vittoria delle democrazie nella II Guerra Mondiale sta svanendo del tutto. Merito dell’Urss che, sedendo al tavolo dei vincitori, ha condizionato tutta l’ideologia e la storiografia post-bellica, minando la legittimità (altrimenti indiscussa) di Gran Bretagna e Stati Uniti. Ma dopo il collasso dell’Urss non ci sono più scuse. Il revisionismo, politico oltre che storico, è merito anche di un Occidente che continua a sentirsi in colpa, a flagellarsi intellettualmente, anche dopo che è rimasto l’unico vincitore. Ci siamo bastonati in continuazione per i nostri peccati, veri o presunti che siano, del colonialismo, delle bombe atomiche, del razzismo. Abbiamo imparato nelle scuole che, quelle che sono le nostre massime virtù (l’individualismo, il capitalismo, lo sfruttamento delle risorse naturali, l’espansione della nostra civiltà nei cinque continenti con la globalizzazione) sono le nostre colpe peggiori. Ed ecco il risultato: a settanta anni suonati dallo scoppio della II Guerra Mondiale, con i nostri complimenti, le forze che avevamo creduto di sconfiggere definitivamente, ora stanno tornando in pista, armate delle stesse ideologie. E in alcuni casi anche con gli stessi propositi.


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