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18 settembre 2008
Fine del capitalismo? Ma non diciamo...
Il titolo di Libero “Fine del capitalismo”, fortunatamente, non corrisponde ai contenuti del quotidiano, dove un ottimo pezzo di Antonio Martino invita a non perdere la testa. Tuttavia l’affermazione “Il capitalismo è finito” è condivisa da una maggioranza di gente che ha sperato per più di un secolo di vedere passare il cadavere del capitalismo. Negli ultimi due decenni, in particolare, milioni di italiani hanno sperato nella fine del capitalismo per ragioni personali: si sono sentiti frustrati dal successo della globalizzazione, impauriti dalla possibilità di veder finire i propri privilegi corporativi che garantiscono posti di lavoro e stipendi senza chiedere merito o creatività. La globalizzazione è lo spauracchio per tutti quanti credono che si possa guadagnare senza far lavorare la mente. E ora, tutti costoro, gongolano nel veder fallire colossi finanziari americani come Lehman Brothers, gridano che la globalizzazione è fallita e chiedono ad alta voce più intervento dello Stato. La seconda ragione per cui la maggioranza degli italiani spera nella fine del capitalismo è etica. La stragrande maggioranza dei miei compatrioti è stata educata a un’etica comunitarista o collettivista, tipiche sia del cattolicesimo che di ogni forma di socialismo. In base a queste visioni del mondo, il capitalismo corrompe la comunità o la collettività nel suo insieme, perché permette all’individuo di disobbedire alla famiglia e al gruppo di appartenenza allettandolo con il guadagno personale. Tutti costoro sono sempre stati anti-capitalisti, sia nei periodi d’oro della globalizzazione (anni ‘80 e ‘90) sia in questi tempi più difficili. Ora, semplicemente, stanno venendo allo scoperto, approfittando della crisi per gridare slogan catastrofisti.
Ma, pregiudizi a parte, il capitalismo è veramente fallito? No, è semplicemente fallita la Lehman Brothers, uno dei tanti soggetti (sia pur enorme e con 150 anni di storia alle spalle) che operano nel libero mercato. E lo Stato ha fatto bene a non intervenire per salvarla, perché 613 miliardi di dollari erano veramente troppi per le tasche dei contribuenti americani. Poi è fallita la AiG e in questo caso lo Stato ha fatto malissimo a intervenire con un prestito ponte di 85 miliardi di dollari: una cifra che aumenterà la spesa pubblica, comporterà un aumento delle tasse che a sua volta peserà moltissimo nel bilancio di aziende anche più deboli del colosso fallito. Il rischio è che gli elettori americani perdano la testa e chiedano sempre più interventi statali per salvare le banche in crisi, non rendendosi conto che saranno loro a pagare (con le tasse) il salvataggio. Ma lasciando fallire i colossi in crisi, non vi sarebbe alcuna “crisi del capitalismo”. Il capitalismo non è un’utopia, non è un sistema sociale che promette “soldi, casa e lavoro per tutti”: nel sistema capitalista chiunque è libero di avviare la sua attività, chiunque può avere successo (se accontenta il pubblico e fa bene i conti) e chiunque può fallire, se non soddisfa la domanda o se fa male i conti. I dirigenti della Lehman Brothers hanno fatto male i conti. Chiunque abbia investito nella Lehman Brothers ha fatto male i conti, o ha avuto molta sfortuna. Fa parte del gioco: nel capitalismo nessuno concede privilegi e nessuno discrimina, semplicemente si può avere successo o fallire in base alle proprie scelte. In questo caso, molti hanno perso, ma molti altri continueranno a vincere. Pretendere il salvataggio, sarebbe, a questo punto, come andare a giocare al Casinò, perdere e poi minacciare i gestori, con le armi in pugno, per farsi ridare i soldi perduti: un atto di pura rapina.
| inviato da oggettivista il 18/9/2008 alle 13:6 | |
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