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4 settembre 2009

La piaga della diplomazia postmoderna

E adesso che cosa si fa con il nuovo Iran di Mahmoud Ahmadinejad? Con un governo in cui figura anche Ahmad Vahidi, ricercato per terrorismo internazionale? Si dialoga con i terroristi? Ci si siede attorno a un tavolo con un uomo che vuole distruggere Israele, accompagnato da un ministro che ha fatto uccidere a freddo 85 persone a Buenos Aires, facendo saltare in aria un centro umanitario della comunità ebraica? Non so quanti altri paradossi dovremo subire da questa diplomazia postmoderna, che pretende di considerare come interlocutore chi dichiara apertamente di non voler trattare.

Una delle caratteristiche della diplomazia postmoderna è il negoziato infinito. L’altra caratteristica è la guerra che è, allo stesso tempo, una non-guerra.

Il negoziato dovrebbe essere un dialogo fra due parti che hanno voglia di trattare per comporre interessi divergenti. Il negoziato con chi non vuol trattare è una contraddizione in termini. Quando non esistono argomenti, né valori in comune con la controparte, non c’è nulla da comporre. Come faceva notare il giornalista dissidente iraniano Amir Taheri, c’è solo una gran perdita di tempo e denaro speso in una serie di incontri volti a definire, non gli interessi in gioco, ma i termini stessi della discussione. Il dialogo in sé, perennemente rimandato, non inizia mai. In sette anni di negoziato con l’Iran non si è infatti mai arrivati al nocciolo della questione: alla rinuncia, da parte del regime di Teheran, del suo programma nucleare, pericoloso sia per Israele che per l’Europa (entrambi sotto tiro dei nuovi missili, potenzialmente nucleari), onde evitare lo scoppio di una guerra. La stessa cosa la vediamo con il cosiddetto “processo di pace” nel Medio Oriente, un negoziato che dura, inframmezzato da nuovi conflitti, fin dal 1993. Anche in questo caso non si arriva mai al nocciolo della questione: il riconoscimento di Israele da parte di un movimento palestinese che è stato militarmente sconfitto in ben tre occasioni (in Libano, nella I Intifadah e poi anche dopo la II Intifadah). Anche nel negoziato mediorientale si continua a discutere sui termini del dialogo (la “road map”), ma non si dialoga.

L’altro fenomeno tipico delle relazioni internazionali post-moderne è la guerra/non-guerra. Ayn Rand aveva analizzato questo fenomeno in Vietnam. Ufficialmente gli Stati Uniti non avevano mai dichiarato guerra al Vietnam del Nord. Ma hanno mandato ugualmente truppe al Vietnam del Sud per combattere contro i nordvietnamiti. Ma non essendo in guerra con il Vietnam del Nord, le stesse truppe non potevano agire se non in missioni difensive e con tante e tali regole restrittive da non poter ottenere risultati decisivi. Alla fine questa non-guerra è costata più di 50mila morti e un ritiro degli Stati Uniti da tutto il Sud-Est asiatico (per non parlare del prezzo pagato dalla popolazione locale abbandonata alla furia dei vincitori comunisti). Le altre guerre/non-guerre a cui stiamo assistendo in questi anni sono l’Afghanistan e l’Iraq. Gli Usa non hanno mai dichiarato ufficialmente guerra al regime talebano. Hanno mandato truppe per sostenere un governo locale non talebano (e parecchio inaffidabile, da quel che si vede) e restano sul territorio per “stabilizzare” la situazione. Ora, dopo 8 anni di tentativi di stabilizzazione, gli americani iniziano ad esserne anche abbastanza stufi. Ed è comprensibile che lo siano. In Iraq gli americani sono intervenuti militarmente contro il regime di Saddam Hussein, ma non hanno mai dichiarato guerra all’Iraq. Non hanno combattuto contro l’Iraq, ma per il popolo iracheno e contro il suo regime. Non hanno neppure potuto issare la bandiera americana su Baghdad, quando l’hanno conquistata, perché dovevano agire nel nome e per conto del popolo iracheno. La guerra è andata ugualmente bene, ma questa ambiguità ha creato un dopoguerra catastrofico, perché gli americani non hanno avuto alcun appiglio (strategico, militare, politico) per applicare una politica di occupazione su un nemico sconfitto. E quindi le bande armate presenti nel Paese stanno continuando a infliggere perdite al vincitore ancora sei anni dopo la caduta di Saddam.

Questi mezzi negoziati e queste mezze guerre, come constatava Ayn Rand ai tempi del Vietnam, servono a fuggire da realtà che non ci piacciono. La realtà nel Vietnam era: un regime comunista che invade un alleato degli Usa. La reazione degli Usa poteva essere: non intervenire (perché il Vietnam era un teatro di guerra troppo piccolo e lontano per minacciare la sicurezza nazionale degli Stati Uniti), o intervenire dichiarando guerra al Vietnam del Nord al fine di costringerlo alla resa (e prepararsi, però, all’eventuale reazione militare della Cina e dell’Urss). Lo stesso dilemma si ripete, in realtà, anche nei casi che abbiamo visto finora: per l’Iran, per il Medio Oriente, per l’Afghanistan e per l’Iraq. In Iran l’alternativa che la realtà ci pone è: distruggere gli impianti nucleari iraniani (a costo di arrivare a una guerra più ampia) o lasciare che il regime di Teheran si doti di armi atomiche, con cui può distruggere Israele e minacciare l’Europa, sperando che il Paese in questione sia troppo debole per costituire una minaccia seria. Per il Medio Oriente l’alternativa che la realtà ci pone è: dettare le condizioni di resa a un movimento palestinese sconfitto o riprendere guerra e occupazione militare, incarcerando o uccidendo tutta la leadership di Fatah e Hamas. Per l’Afghanistan l’alternativa che la realtà ci pone è: mandare una forza di occupazione che controlli il territorio (e dunque si parla, all’incirca, di mezzo milione di uomini) e sconfigga i Talebani, oppure lasciare che a Kabul si instauri di nuovo un regime jihadista che protegge il terrorismo, confidando, ancora, nella lontananza e nella debolezza del nemico. Le alternative sono le stesse anche per l’Iraq: o si occupa militarmente quel territorio, o ci si ritira, lasciando gli iracheni nel loro caos, sperando che quest'ultimo non provochi l'ascesa di un regime terrorista troppo pericoloso per noi.

Perché i governi occidentali fuggono dalla realtà? Perché non affrontano le alternative reali e adottano mezze misure che fanno più male che bene? Forse è inutile constatare ancora che il politico contemporaneo non agisce in base alla realtà, ma in base al consenso. E che secondo la filosofia contemporanea, non c’è la realtà: ci sono solo punti di vista differenti. Quindi un politico contemporaneo, condizionato da questa filosofia, quando deve prendere una decisione (anche sulla sicurezza nazionale), non deve far altro che seguire quel che pensa la maggioranza dell’opinione pubblica e cercare di capire quali sono i punti di vista dei governi, amici e nemici. Scegliere fra guerra e neutralità, come imporrebbe la situazione sul campo, è troppo costoso in termini di immagine e di consenso. Si opta dunque sempre per la via di mezzo. Non perché funziona, ma perché massimizza il consenso. La guerra-che-guerra-non-è, dovrebbe soddisfare pacifisti e guerrafondai, così come il negoziato infinito. Finché qualcuno (come Mohammed Atta l’11 settembre 2001) non ci riporta violentemente ad aprire gli occhi sulla realtà.




permalink | inviato da oggettivista il 4/9/2009 alle 14:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

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