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11 settembre 2009

11 settembre: Paura della Libertà

La guerra contro il terrorismo, incominciata in risposta all’attacco di New York e Washington l’11 settembre del 2001, non è uno scontro fra civiltà diverse. Non è una guerra di religione, né una guerra tra ricchi del mondo contro poveri del mondo. E nemmeno un pretesto preso dagli Stati Uniti per espandersi in tutto il mondo e sedare il dissenso interno. E’ una guerra dichiarata contro un nemico che, per sua scelta, odia la modernità. Il Rinascimento e poi l’Illuminismo hanno dato il via a una profonda trasformazione della civiltà umana: da società chiuse, tecnologicamente statiche, caratterizzate da un’attribuzione di ruoli rigida e immutabile, l’umanità ha incominciato a muoversi verso un’unica società aperta, in cui ogni individuo può determinare il suo futuro e decidere il suo ruolo, secondo la sua, personale, volontà. Una trasformazione traumatica della vita aggregata di fronte alla quale le religioni tradizionali si sono adattate o, spaventandosi, hanno reagito con la forza. Il Cristianesimo, nei secoli, si è in gran parte adattato alla società aperta. L’Islam, proprio in quanto ex civiltà religiosa dominante e grande sconfitto del XX secolo, si è adattato solo in parte. La “paura della libertà”, che nell’Europa laica ha preso le sembianze mostruose delle religioni atee, dei totalitarismi comunista e nazionalsocialista, nel mondo islamico prende le forme dell’integralismo religioso: una parte di Islam che cerca di far rivivere presunti antichi splendori, di tornare a un’origine mitizzata, combattendo la modernità in tutti i suoi aspetti.

Nell’attuale dibattito culturale, questa particolare interpretazione della guerra al terrorismo, è sostenuta solo dagli Oggettivisti. Del tutto sconosciuti in Europa, abbastanza popolari negli Stati Uniti, sono un gruppo di filosofi allievi di Ayn Rand, romanziera e filosofa russa che, fuggita dall’Urss, ha esaltato più di chiunque altro la moralità e il successo del capitalismo americano, “l’unico sistema in cui gli individui si rapportano gli uni agli altri, non come vittime e carnefici, non come padroni e schiavi, ma come mercanti liberi, attraverso lo scambio consensuale per il mutuo beneficio”. La sua filosofia individualista radicale affascina ancora milioni di americani, che comprano i suoi libri (soprattutto i suoi romanzi filosofici “La fonte meravigliosa” e “La rivolta di Atlante”) o frequentano i corsi organizzati dalle associazioni fondate dagli allievi della Rand. A vent’anni dalla scomparsa della sua fondatrice, la filosofia oggettivista si dimostra ancora vivissima, sia nel dibattito culturale americano, sia nel movimentismo politico. Soprattutto dopo l’11 settembre, gli Oggettivisti sono letteralmente in prima linea nella battaglia delle idee che, negli Stati Uniti, si sta combattendo parallelamente alla guerra contro il terrorismo. Una battaglia che gli Oggettivisti sono disposti a combattere contro tutti: contro la destra religiosa, che identifica il nemico nell’Islam in sé; contro i liberal, che puntano il dito sulle presunte colpe dell’Occidente; contro i libertari e la Old Right isolazionista, che identifica l’origine dell’odio antiamericano nel presunto espansionismo statunitense.

“I valori sotto attacco…” scrivono i ricercatori del “The Objectivist Center” nella loro dichiarazione sull’11 settembre “… sono quelli fondamentali di una società secolare moderna. Nonostante siano stati formulati per la prima volta con l’Illuminismo europeo e siano pienamente abbracciati in America, questi valori non sono necessariamente occidentali o americani. Sono valori necessari alla difesa vita umana in quanto tale e fondamentali per il successo di qualsiasi civiltà. Allo stesso modo, il rigetto nichilista di questi valori è non è né peculiare all’Islam, né è condiviso da tutti coloro che aderiscono a quella religione. Il conflitto, fondamentalmente, non è fra la civiltà islamica e quella occidentale, né fra l’Islam e la Cristianità. E’ un conflitto fra la civiltà e il nichilismo.” Per nichilismo, ovviamente, qui non si intende la filosofia di Nietzche, ma la negazione e l’avversione della morale, una morale che è possibile applicare solo agli individui e alle loro scelte, che è possibile rispettare solo in una società aperta. In molti scritti oggettivisti, traspare l’interpretazione del radicalismo islamico come una filosofia puramente distruttiva: “Questi zelanti (i radicali islamici, ndr) stanno spingendo l’integralismo islamico verso una forma nichilismo puro, un scusa, che si nutre di invidia e che è guidata da puro odio, per l’annullamento di qualsiasi valore civile”, scrive James Bidinotto (The Objectivist Center). E’ una cultura che non intende costruire una società nuova e alternativa, ma che è unicamente finalizzata alla distruzione di tutto ciò che è “moderno” e “diverso”, dalle statue dei Buddha in Afghanistan alle Torri Gemelle di New York, a negare diritti e libertà, non a crearne di nuovi. E Robert Tracinski (Ayn Rand Institute) definisce l’Islamismo radicale esplicitamente come una “cultura della morte”, citando testualmente un dirigente del regime talebano, Mohammed Hussein Mostassed, il quale sosteneva che: “Gli Americani stanno combattendo per vivere e per godere dei beni terreni. Ma noi stiamo combattendo perché possiamo morire nel nome di Dio.” Precisamente quello che sostengono gli Oggettivisti, solo visto dall’altra parte.

Questa “cultura della morte” è una scelta consapevole, una posizione filosofica e politica scientemente adottata dai terroristi e dai regimi che li sponsorizzano. Non è una risposta a una politica aggressiva dell’Occidente. Tutti i ricercatori oggettivisti, al pari dei loro colleghi neoconservatori, non finiscono di sottolineare il particolare che la politica statunitense è sempre stata difensiva, almeno per quanto riguarda la regione mediorientale. Gli Stati Uniti non hanno mai posseduto colonie nel Medio Oriente e si sono limitati a proteggere l’esistenza di Israele, l’unica società aperta nella regione, essa stessa costretta a guerre difensive contro vicini aggressivi. Leonard Peikoff, presidente dell’Ayn Rand Institute ed erede legale della filosofa fondatrice, fa notare, anzi, come a qualsiasi concessione americana a vantaggio, prima del nazionalismo arabo, poi dell’islamismo, sia seguita un’intensificazione e una radicalizzazione dell’odio antiamericano. Nella storia dei rapporti fra gli Stati Uniti e i suoi nemici mediorientali, Peikoff non rintraccia alcuna dinamica di “azione-reazione”, ma solo una progressiva offensiva anti-occidentale e anti-americana, prima incentrata sulla nazionalizzazione dell’industria petrolifera, poi sulla graduale soppressione di tutti i diritti individuali fondamentali e infine sul confronto aperto, terroristico. Il terrorismo non nasce, dunque, per difendersi da qualcosa, ma è l’ultimo stadio di un’offensiva.

Il radicalismo islamico, inoltre, non è dettato dalla miseria. L’obiezione oggettivista a questa tesi (diffusa negli ambienti progressisti) è principalmente filosofica: l’uomo è dotato di libero arbitrio e sono le sue scelte a determinare sempre, in ultima istanza, le sue azioni. La miseria e la ricchezza, in sé, non determinano nulla.

E poi è da notare che tutti i principali terroristi e i regimi che li sponsorizzano sono ricchissimi.

L’odio che muove i radicali islamici non è rivolto contro la religione cristiana. Per lo meno: non solo. Non è il prosieguo della millenaria lotta fra Cristianità e Islam, perché non solo i Cristiani sono colpiti dal radicalismo islamico, ma anche tutti i Musulmani non radicali, gli Induisti, gli Ebrei, i Buddisti, i laici, gli atei… E il bersaglio principale dei radicali islamici, la loro fonte di odio, sono proprio le società meno religiose, più secolari, più libere e multiculturali e i loro simboli di libertà e benessere. Non è un caso che l’11 settembre, il più spettacolare attacco dei radicali islamici sia stato effettuato contro il simbolo del capitalismo mondiale, il World Trade Center e non contro un bersaglio religioso.

A due anni dall’abbattimento delle Torri Gemelle, a due anni dalla dichiarazione di guerra al terrorismo, come si stanno difendendo le nostre società aperte dall’attacco degli “adoratori di morte”, per usare i termini forti di Tracinski? “Male”, rispondono all’unisono gli oggettivisti, contrapponendosi all’ottimismo dei neoconservatori. “Stiamo ancora perdendo la guerra contro il terrorismo” ha sostenuto Yaron Brook (Ayn Rand Institute) in una conferenza tenutasi a Irvine, in California. E le frecce che può scoccare dall’arco della sua tesi, purtroppo, non sono poche: i principali sponsor del terrorismo, quali i regimi di Iran, Arabia Saudita, Siria, Pakistan, sono ancora al potere; la filosofia del radicalismo islamico non si considera sconfitta; la guerra continua in Israele, con gravi perdite per gli Israeliani. “Questa è una guerra ideologica” – sostiene Onkar Ghate (Ayn Rand Institute) – “un fatto che il nostro governo rifiuta di accettare. (…) Stupisce la paura che i politici hanno nel nominare il nostro nemico - l’Islamismo militante - e l’abitudine che hanno nel condannare il terrorismo, che è un mezzo usato dal nemico e non il nemico stesso.” Cattivi politici? Cecità nell’analisi? Non solo. I motivi di una mancata vittoria contro il terrorismo sono soprattutto culturali. James Bidinotto, nello specifico della guerra al terrorismo, individua tre branche della cultura occidentale che remano contro la causa della società aperta e della sua stessa sopravvivenza.

La prima di queste è il multiculturalismo. Discendente diretto del “mito del buon selvaggio” di Rousseau, è una filosofia che porta a sognare e mitizzare la natura, l’umanità primitiva del “buon selvaggio”, le società pre-industriali e a odiare il capitalismo e il progresso scientifico ad esso intrinsecamente legato. Dall’ecologismo al multiculturalismo e al relativismo morale la distanza è breve: il rispetto e talvolta l’ammirazione per società primitive, pre-industriali, o comunque radicalmente opposte alla società aperta occidentale, porta inevitabilmente all’affermazione che tutti i sistemi sociali e politici sono moralmente equivalenti. Le ricadute pratiche di quello che Tracinski (sulla scia di Ayn Rand) chiama “primitivismo” sulla guerra al terrorismo sono evidenti: si stenta, sia a livello di opinione pubblica, sia nelle alte sfere della diplomazia, a considerare illegittimi regimi tirannici che, oltre a minacciare la nostra sicurezza, torturano i loro stessi cittadini. Li si legittima, si cerca di comprendere le loro ragioni, in base alla loro cultura. In parole povere: non solo ci si rifiuta di giudicarli, ma li si sottovaluta o si ignora del tutto il pericolo che costituiscono.

Un secondo grosso ostacolo frapposto alla guerra contro il terrorismo è l’altruismo, il bersaglio morale polemico preferito da Ayn Rand. L’idea, tipica di gran parte della filosofia morale occidentale, secondo cui è morale ciò che implica il sacrificio di sé a beneficio di altri, del prossimo, della società. Nel nome di valori altruistici, i responsabili della politica estera statunitense, non hanno il coraggio di combattere dichiaratamente per la sicurezza dei cittadini americani. La “guerra al terrorismo” (solo il nome che le è stato dato è un programma), è condotta nel nome della “sicurezza collettiva”. Gli Stati Uniti non si pongono nella parte dell’aggredito che è legittimato a rispondere, con tutti i mezzi necessari alla vittoria contro l’aggressore, ma come la grande potenza che è disposta a sacrificare parte della sua sicurezza per la libertà del Mondo dal terrorismo. Nella guerra al terrorismo, i risultati pratici di questa politica altruistica sono essenzialmente due: il sacrificio della sicurezza dell’alleata Israele (a beneficio di un accordo con i Palestinesi che “disinneschi l’odio arabo e islamico”) e la remissione delle azioni di forza statunitensi al consenso dell’Onu. Benché la guerra in Iraq sia stata condotta unilateralmente da Stati Uniti e Gran Bretagna, la decisione statunitense di passare attraverso il consenso dell’Onu (costituita anche da dittature nemiche degli Stati Uniti) prima di agire, ha influito moltissimo sulla durata e sulla gestione della crisi, a svantaggio dell’immagine e della sicurezza degli Stati Uniti.

Terzo ostacolo: il comportamentismo, moda diffusa in tutte le scienze sociali e politiche, secondo cui tutte le azioni umane sono determinate non da scelte, ma dall’ambiente sociale circostante. In base a questa logica, buona parte dell’opinione pubblica (soprattutto progressista, ma anche libertaria) inverte il rapporto fra aggressori e aggrediti. Se i radicali islamici aggrediscono gli Stati Uniti, vuol dire che sicuramente, avranno subito precedenti aggressioni e vessazioni. Tutto viene letto nei termini di “spirale di violenza”, in cui aggressore e aggredito appaiono come due serpenti che si mordono la coda. Una mentalità diffusa che ha ricadute pesanti sulla guerra al terrorismo, che fa sentire in colpa i difensori, inducendoli a non sfruttare appieno le vittorie, che costringe a promettere aiuti e concessioni (sia in termini economici, che politici) a favore dell’aggressore. Una mentalità che, dall’altra parte, rassicura gli aggressori e conferma loro la giustezza della loro violenza.

Quarto ostacolo: il pragmatismo, cioè “quel vuoto chiamato filosofia” come Bidinotto definisce l’unica corrente filosofica nata sul suolo statunitense. Secondo il pragmatismo nessuna generalizzazione è possibile e nessuno standard è universalmente applicabile; che nulla è da considerarsi completamente vero o falso, giusto o sbagliato; che ciascuna situazione deve essere affrontata a sé, separatamente dal suo contesto; che la soluzione migliore è quella fondata sul compromesso fra le parti, dando ascolto alle pretese di entrambe. La mentalità pragmatica, ha ricadute ancor più gravi nella guerra al terrorismo: la politica estera statunitense non ha una direzione di lungo periodo, ma è in grado di fornire solo soluzioni a problemi di breve termine. Non stupisce che all’alba dell’11 settembre l’apparato di sicurezza statunitense fosse completamente inadeguato alla sfida che si trovava ad affrontare: la fine della minaccia sovietica aveva indotto a smantellare gran parte dell’intelligence. Anche negli ultimi mesi, la politica statunitense tende ad affrontare solo alcuni segmenti del nemico, ma non a combatterlo nel suo insieme. Gli Stati Uniti finanziano ancora alcuni dei principali sponsor del terrorismo, quali l’Arabia Saudita e il Pakistan e considerano come un valido interlocutore una leadership palestinese, che invece è legata a doppio spago con il terrorismo dei radicali islamici. Il Dipartimento di Stato stenta ad identificare i legami fra i vari regimi e i vari gruppi terroristici e preferisce, di volta in volta, credere di essere amico degli sciiti contro i sunniti, dei “radicali” contro i “moderati”, dei nazionalisti contro gli islamici… senza rendersi conto di trovarsi a combattere contro “tante gang mafiose che si sono unite contro un comune nemico”, stando all’analisi del neoconservatore Micheal Ledeen. Peggio ancora: la mentalità pragmatica induce a non credere a quello che i radicali islamici dichiarano di voler fare nell’immediato futuro. Perché nella mente di un pragmatico, parole e azioni sono due cose distinte. Così era durante la Guerra Fredda, quando i pragmatici del Dipartimento di Stato non credevano che l’Urss volesse seriamente esportare la rivoluzione, così è oggi con la guerra al terrorismo. Osama Bin Laden aveva dichiarato pubblicamente e per iscritto ciò che avrebbe voluto fare l’11 settembre. E lo ha fatto. Indisturbato.


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