.
Annunci online

  oggettivista [ Libertà individuale senza compromessi ]
 
 
         
 


Ultime cose
Il mio profilo


Il Fazioso Liberale
L'opinione
Ideazione
Ragion Politica
Svi Pop
Pepe
Comitati per le Libertà
The Objectivist Center
Capitalism Magazine
The Intellectual Activist
Libero Pensiero
Italia Laica
Krillix
Orso di Pietra
Walking Class
Drusillo
The Right Nation
Aldo Torchiaro
Il Camillo
Conservatore compassionevole
Heritage Foundation
Cato Institute
Radio Free Europe
Memri
Rudolph Rummel
Istituto Bruno Leoni
Bertoldino
Laura Lodigiani
Asia News
Bruges Group
Le Guerre Civili
JimMomo
Mises
Semplicemente Liberale
Happy Trails
Storia Libera
Calamity Jane
Pinocchio
Riccio
Phastidio
Rebirth of Reason
Libertarian
Liberali per Israele

cerca
letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom
 


19 ottobre 2009

Tremonti e la fiaba del posto fisso

E già, adesso abbiamo Tremonti che difende anche il posto fisso. Il posto fisso. Una roba che nemmeno la Cgil vuole più difendere, perché si rende conto che è superato dai tempi, dalla tecnologia degli anni 2000, dal senso comune delle ultime due o tre generazioni. Difendere il posto fisso su scala nazionale, da parte di un ministro dell’Economia, è un po’ come… che so… difendere i diritti dei mezzadri o dei contadini senza terra. Una cosa che faceva chic nei primi del ‘900.

Ma Tremonti ha veramente difeso il posto fisso? Ho letto male? Cito da agenzia: "Non credo - ha detto il ministro - che la mobilità sia di per sé un valore. Per una struttura sociale come la nostra, il posto fisso è la base su cui costruire una famiglia. La stabilità del lavoro è alla base della stabilità sociale". E poi, come un qualsiasi comunista e socialista di casa nostra, si è messo a fare le pulci al sistema americano, tirando fuori i soliti luoghi comuni, triti e ritriti: "Un conto è avere un posto di lavoro fisso o variabile in un contesto di welfare come quello europeo, un conto è avere uno stipendio senza sanità e servizi. Negli Stati Uniti i fondi pensione dipendono da Wall Street, e se le cose vanno male ti ritrovi a mangiare kit kat in una roulotte e neghi la scuola ai tuoi figli". Negli Usa nessuno nega la scuola ai figli e nessuno nega la sanità (ci sono Medicare e Medicaid), ma vabbé… Negli Stati Uniti, tra le altre cose, c’è il lavoro. Da noi no. Negli Stati Uniti, al massimo della crisi, sono arrivati al record del 7% di disoccupazione. Per loro è un trauma, era da 30 anni che non avevano così tante persone senza lavoro (di solito hanno il 3-4% di disoccupati). Per noi il 7% non è un trauma, è la norma. Nel Sud, il 7% è addirittura un dato positivo, di crescita. Noi abbiamo già raggiunto da un pezzo quel livello di disoccupazione, anche quandonon eravamo in crisi. Negli Usa c’è lavoro perché c’è una maggior libertà (non assoluta, ma più che in Italia) di contratto. Un datore di lavoro ha libertà di assumere e di licenziare, un dipendente ha più possibilità di cambiare impiego. Mi resta impresso nella mente l’episodio di quell’ufficiale di aviazione che si licenziò dalle forze armate nel 1999, in segno di protesta contro la guerra in Kosovo e ricevette più di 900 (novecento) offerte di lavoro in una settimana. In America, se vali, non vivi in una roulotte. Da noi, anche se vali, rischi di non trovare lavoro. Perché gente che non ha assolutamente voglia di lavorare non può essere licenziata. Andiamo avanti così, facciamoci del male.




permalink | inviato da oggettivista il 19/10/2009 alle 21:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa

sfoglia     settembre       


Blog dedicato ad Ayn Rand
(1905-1982)