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25 maggio 2009

Nebbia a Occidente, fungo (atomico) a Oriente

Come volevasi dimostrare: il test nucleare annunciato all’inizio del mese dalla Corea del Nord è stato puntualmente eseguito. La Corea del Sud l’ha avvertito come una leggera scossa di terremoto. Il regime di Pyongjang ha confermato di averlo eseguito e ha detto anche di aver comunicato le sue intenzioni a Usa e Corea del Sud. La Russia e l’Europa si dicono sorprese e preoccupate. Abbiamo già visto questo copione nel 2006, quando la Corea del Nord annunciò ed eseguì il primo test nucleare. Lo abbiamo visto il mese scorso, quando la Corea del Nord annunciò ed eseguì un nuovo test per un missile a lungo raggio.

La prima sensazione che si ha leggendo queste notizie è di lontananza ed estraneità. Un piccolo regime asiatico mostra i muscoli ed è considerato più pittoresco che pericoloso nel suo tentativo di perpetuare lo stalinismo duro e puro fuori tempo massimo. Le dichiarazioni preoccupate dei presidenti e dei capi di governo delle grandi potenze sembrano rispondere ad un balletto ripetuto molte volte: si rinvia ogni decisione al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che a sua volta emette una risoluzione di condanna, poi non applica sanzioni dure a causa del veto di Cina e Russia e infine si torna tutti attorno al tavolo delle trattative. E si ricomincia da capo.

La realtà che non si vuol vedere è molto più dura. Stiamo parlando di un Paese che sta veramente mantenendo un regime stalinista, in cui 1 milione di persone (in carne ed ossa) sono ridotte in schiavitù nei campi di lavoro forzato. E’ un regime che preferisce far morire di fame la sua popolazione pur di non riformare il suo sistema agricolo collettivizzato, dove è lo Stato che dà il cibo solo a chi “se lo merita”. Stiamo parlando di uomini, come Kim Jong-il che vivono letteralmente in un’altra dimensione, che pensano ancora all’esportazione della rivoluzione comunista nel mondo intero e che, dopo il collasso dei sistemi socialisti e la trasformazione della Cina, ritengono di non avere più niente da perdere. Questi test nucleari e missilistici servono prima di tutto a rendere il regime immune da qualsiasi intervento esterno: chi mai attaccherebbe una potenza nucleare? Poi sono da considerarsi come un’arma di ricatto nei confronti della comunità internazionale: lo dimostrano i toni vittimisti con cui è stato annunciato quest’ultimo test, con la Corea del Nord che chiedeva le “scuse” dell’Onu per aver agito contro altre sue provocazioni. Ma infine, se la Corea del Nord si dota realmente di armi nucleari, dobbiamo ammettere che esiste anche un’altra ipotesi: che le possa usare. E’ questa la cosa che non vogliamo mai dire o sentire. Ma è un’ipotesi reale. Chiusi nei nostri schemi mentali da guerra fredda, pensiamo che mai nessuno Stato lancerebbe un’atomica per paura di una rappresaglia massiccia. Sì, l’Urss poteva pensare in questi termini. Ma l’Urss voleva vincere una guerra per conquistare l’egemonia nel mondo intero e sapeva che l’uso di armi nucleari avrebbe posto fine ad ogni sua speranza di vittoria. La Corea del Nord non ha alcuna intenzione di vincere. Forse non ha nemmeno più l’intenzione di sopravvivere ad un lento, ma inevitabile collasso. Una singola bomba atomica su una singola città giapponese o sudcoreana getterebbe il mondo intero nel caos. Se stiamo ancora adesso scontando lo shock (militare, politico, culturale e religioso) per i 3000 morti dell’11 settembre, 1 milione di morti in una città civilissima dell’Asia orientale provocherebbe un trauma difficilmente quantificabile.

Purtroppo siamo chiusi in uno schema mentale e culturale che sottovaluta questo tipo di minaccia. Se un dittatore o un predicatore di odio lanciano sfide terroristiche o nucleari, siamo portati (come media, come politici, come osservatori) a liquidare via il tutto come “propaganda”. Un po’ per vecchio machiavellismo, un po’ a causa della cultura post-moderna, secondo la quale i concetti espressi non riflettono mai la realtà (sempre che ci sia una realtà), abbiamo ormai smesso di credere che alle parole seguano i fatti, che alle azioni dimostrative seguano altre azioni più concrete. In quanto occidentali, poi, ci siamo convinti che tutto il bene e tutto il male del mondo dipenda dall’Occidente. Soprattutto i peggiori critici della civiltà occidentale, come Noam Chomsky, sono convinti che tutto dipenda dalle decisioni della potenza americana: se il terzo mondo è povero, lo si deve all’America, se una nazione diventa ricca e potente (come Israele) lo si deve all’America, se scoppiano guerre è perché è l’America a volerle. In questa ottica, che è condivisa anche da libertari come Hans Hermann Hoppe (il quale è convinto che tutte le guerre del XX secolo siano state causate dalla Gran Bretagna prima e dagli Usa poi), una minaccia esterna all’Occidente scompare dal radar. Se mai dovesse succedere un disastro, sarebbe comunque una reazione allo “strapotere” americano, a cui si deve rispondere con risarcimenti morali (e, per i liberal, anche finanziari). Secondo gli anti-Usa a tempo pieno, il carnefice asiatico è sempre una vittima dell’Occidente. Il primo nemico da combattere, sia per i collettivisti che per i libertari, è sempre lo Stato occidentale più potente del mondo.

Se la diplomazia internazionale non riesce e non riuscirà nemmeno questa volta a reagire all’ennesima prova di forza nordcoreana, lo dobbiamo soprattutto a questa cultura post-moderna di cui siamo prigionieri. A questo punto speriamo che non sia un dramma vero a risvegliarci dalle nebbie di questo sonno intellettuale.



20 maggio 2009

Per chi vuol credere alle menzogne di Teheran

Una menzogna ripetuta milioni di volte diventa verità. Questo ragionamento di Goebbels (ministro della propaganda nazista) è la summa del totalitarismo. E dell’ideologia alla base del totalitarismo: la realtà oggettiva non esiste, la realtà totalitaria è quella dettata da chi rappresenta la classe o la razza dominante.

Se abbiamo battuto il nazismo è perché, dopo un decennio, le potenze in guerra contro la Germania nazista hanno smesso di credere alla loro “realtà”. Hanno aspettato che gli eserciti nazisti invadessero tutta l’Europa, ma poi hanno smesso di dare retta alle loro menzogne. Se il comunismo è crollato da solo, è stato solo perché i popoli assoggettati a quei regimi in Europa orientale hanno smesso di credere alle menzogne di regime, rivelando che, al di là della propaganda sul radioso futuro socialista, nella società reale c’erano solo miseria e persecuzioni.

Nel mondo di oggi, invece, stiamo continuando a credere alle menzogne di altri regimi totalitari, quelli islamici. Prima di tutto stiamo continuando a credere alle menzogne dell’Iran. Il regime di Teheran si spaccia per vittima, anche se vittima non è. La politica iraniana non è difensiva, è aggressiva. Vuole esportare la rivoluzione islamica nei Paesi musulmani “corrotti” dall’Occidente, distruggere Israele e dichiarare guerra a quella che viene vista come la fonte del male: le democrazie occidentali laiche. Questo è quel che vuol fare l’Iran, in vista di una vera e propria apocalisse che, nelle convinzioni religiose dei vertici iraniani, dovrebbe spianare la strada al ritorno (giudicato “imminente”) del XII Imam. Questa è la loro “realtà”. E solo in questa “realtà” l’Iran può considerarsi come tre volte “vittima”: vittima di un mondo dominato da potenze non musulmane, di un mondo musulmano a maggioranza sunnita, di un mondo musulmano sciita scettico sul ritorno imminente del XII Imam. Se (e solo se) noi ci mettiamo nella loro testa, vediamo un Iran circondato da nemici. Se invece vediamo le cose per come stanno veramente, vediamo solo un regime dittatoriale, quello di Teheran, che esporta terrorismo e vuole scientemente creare caos. Se i nostri governi si mettessero a giudicare la realtà per quella che è, capirebbero di trovarsi ad avere a che fare con dei pazzi religiosi, ancor più pericolosi di altre sette che credono nella fine del mondo.

Ma non vogliamo vedere questa realtà. Preferiamo credere che siano vittime. Chiaramente non riusciremmo mai ad accettare la loro visione del mondo, per cui filtriamo il loro vittimismo con le nostre categorie. Li giudichiamo vittime del passato coloniale (quando la Persia non fu mai colonia di nessuno), di vecchie manovre torbide (il golpe contro Mussadegh, a cui, per altro, partecipò anche il clero locale), di episodi tuttora oscuri (come il presunto finanziamento del terrorismo anti-iraniano da parte degli americani) e soprattutto li vogliamo vedere portavoce di un mondo musulmano “perseguitato” da Israele e dalle potenze occidentali. Sono tutti sensi di colpa che l’Iran ci spaccia, usando il nostro linguaggio, che i nostri accademici terzomondisti vogliono recepire e diffondere. E’ la stessa cosa che successe anche con la Germania nazista e con l’Urss: anche i due grandi regimi del passato si vedevano vittime. Il nazismo si riteneva portavoce di una razza ariana vittima dell’ebraismo e della moralità cristiana. Il marxismo leninista al potere, si percepiva circondato da potenze capitaliste. Anche nel caso della Germania nazista e dell’Urss, gli accademici occidentali sposavano il loro punto di vista, filtrandolo attraverso nostre categorie. Per la Germania nazista è tuttora diffusa dagli storici l’idea che fosse vittima del Trattato di Versailles, che dettava condizioni “troppo dure” dopo la I Guerra Mondiale (dimenticando che la guerra stessa fu scatenata da un’aggressione tedesca). Per l’Urss, qualsiasi libro di storia sposa, o almeno prende in considerazione, la tesi dell’accerchiamento imperialista diffusa da Lenin e da Stalin per giustificare una militarizzazione totale del loro Paese e le continue purghe interne.

Se adesso vogliamo credere che l’Iran sia una vittima dell’Occidente, lo facciamo in buona fede (ed è questo il vero problema): nei media e nelle università si è ormai consolidata l’idea che i conflitti e la povertà nel mondo in via di sviluppo (Medio Oriente compreso) siano una risposta all’aggressività di Stati Uniti e Israele, alla presunta rapacità delle multinazionali petrolifere, alla presunta e inesistente diplomazia segreta ebraica e americana. Lo pensa sinceramente Obama, con il suo entourage di liberal, quando impone a Israele di non attaccare l’Iran (prima che questo si doti dell’arma nucleare) e quando vuole arrivare subito alla soluzione “due popoli in due stati” per il Medio Oriente per “disinnescare” la guerra. Poi ci sono anche quelli che vogliono credere all’Iran facendolo in mala fede. E questo è anche il caso del nostro governo che, a momenti, mandava Frattini a Teheran (annullando la visita all’ultimo momento dopo l’ennesima provocazione missilistica iraniana: quando è troppo è troppo) e vuole avere una rappresentanza iraniana a Trieste al G8. Sono in mala fede anche i governi francese, britannico e tedesco che, in questi cinque anni di crisi acuta con Teheran, continuano a negoziare, pur sapendo che i negoziati non portano a nulla con un regime religioso che vuole l’apocalisse. Berlusconi, Sarkozy, Brown e la Merkel sanno benissimo che cosa è l’Iran dei mullah, nessuno di loro è un liberal pacifista, obnubilato dal terzomondismo, come Obama. Però trattano con Teheran, ne riconoscono indirettamente le presunte “ragioni”. Lo fanno nel nome della peggior mentalità pragmatica, quella dell’affare da concludere nel breve, brevissimo periodo: guadagnare qualche anno di pace, qualche contratto statale per portare soldi in cassa, tanto del futuro non v’è certezza e nel lungo periodo saremo tutti morti.


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permalink | inviato da oggettivista il 20/5/2009 alle 15:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

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