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12 luglio 2008
Liberisti e neocon non vanno più di moda. Ma continuano ad avere ragione
Ormai sta diventando la notizia culturale dell’anno: la fine del neoconservatorismo e quella del liberismo. Sui neoconservatori si parla del loro declino già dal 2005, dall’inizio della seconda amministrazione Bush. Secondo tutti, sarebbero stati seppelliti dal “fallimento” della guerra in Iraq. Una guerra che gli Americani stanno vincendo, ma che tutti i media ritengono persa, proprio come avveniva ai tempi della guerra in Vietnam. Un libro di Jacob Heilbrun, “They knew they were right” (sapevano di avere ragione), in uscita negli Stati Uniti in questi giorni, riassume la loro parabola, dall’ascesa negli anni ‘80 sino alla caduta negli ultimi quattro anni.
Per quanto riguarda la fine del liberismo, invece, la causa scatenante sarebbe la crisi dei subprime. La prova del fallimento, secondo il Washington Post (“Capitalism’s Reality Check” di E. J. Dionne, sul numero di ieri) è che “persino” Bernanke (statalista da sempre) ora chiede un più robusto intervento dello Stato a protezione dei risparmiatori.
Un’eventuale vittoria di Barack Obama alle elezioni americane verrebbe interpretata come la fine definitiva di entrambe le teorie.
Le mode cambiano sempre, ma non è affatto detto che la moda prevalente coincida con la realtà. Essere in minoranza, non necessariamente vuol dire aver torto. Questo è forse il caso più eclatante. I neoconservatori possono anche esser stati troppo ottimisti sull’intervento in Iraq, gli americani possono essere delusi dal fatto che, a cinque anni dallo scoppio della guerra, combattano ancora in un Paese che non è ancora stabile. Ma la loro analisi di fondo faceva luce sulla realtà del Medio Oriente, dopo decenni di errori delle amministrazioni precedenti. I neocon, dai tempi di Reagan in poi, hanno semplicemente detto quel che avrebbe dovuto essere sotto gli occhi di tutti: che la responsabilità del terrorismo e la fonte di maggior destabilizzazione nel mondo è degli Stati canaglia. Che è la loro ideologia fanatica, e non la “povertà”, la causa della guerriglia e dei kamikaze e che, per affrontare il problema bisogna andare a rimuovere la sua origine: regime change, rovesciare quei regimi e sostituirli con governi democratici e amici. Che poi questa strategia sia stata applicata male (per esempio in Iraq si è rimosso Saddam, ma si è fatto poco contro i movimenti di massa che sostenevano il terrorismo), o la sua realizzazione si sia dimostrata più lunga e dura del previsto, la sostanza non cambia: la causa del terrorismo è nei regimi e nelle ideologie che lo promuovono e la soluzione al problema è il regime change. Le alternative a questa via (il dialogo con i regimi sponsor del terrorismo) sono già fallite. L’11 settembre è stata la conseguenza di quel fallimento. Vogliamo tornarci di nuovo?
Stesso discorso vale per il liberismo. Quando è tornato in auge negli anni ‘80, con la Thatcher e Reagan, le politiche socialdemocratiche in America e in Europa erano già fallite miseramente. Avendo sostituito l’iniziativa e la creatività individuali con una burocrazia impersonale e irresponsabile, hanno prodotto stagnazione e ridotto male lo stesso tessuto sociale (più criminalità, meno natalità, meno produttività sul posto di lavoro, demoralizzazione in tutti i campi, ecc...). Anche la Thatcher e Reagan hanno semplicemente detto quel che avrebbe dovuto essere sotto gli occhi di tutti: che la responsabilità della più grave crisi dell’Occidente era lo statalismo. E che solo riducendo il peso dello Stato sulla società si sarebbe potuta far rinascere l’iniziativa individuale, alla creatività dei singoli, per ridare fiato all’economia. Da quel cambiamento sono seguiti quasi trent’anni ininterrotti di crescita, la più lunga nella storia economica recente. Anche in questo caso, le alternative al liberismo sono già fallite. Vogliamo fingere di niente e tornare ai tempi della crisi cronica? Ora ci si può chiedere perché, con così tanta superficialità, stiano tornando di moda tutti gli errori del passato. E stiamo parlando di un passato recentissimo, che possiamo ricordare tutti. Le cause individuabili sono essenzialmente tre. Prima di tutto il socialismo (che ha condizionato sia la politica estera che quella economica) è una dottrina dura a morire e non ha mai ammesso i suoi errori. Quando il liberismo e il neoconservatorismo si sono presentati come teorie vincenti, pressapoco nello stesso periodo (gli anni ‘80), solo pochi socialisti hanno capito che era ora di rimettere mano alla propria teoria. Ma nelle università gli statalisti hanno continuato a mantenere l’egemonia. Nessuno è passato dall’altra parte. E le nuove leve sono state ancora attratte dalle teorie più collettiviste. Ora possono iniziare a cantare vittoria, dopo due decenni di “catacombe”, con il loro esercito ancora perfettamente intatto. Secondo: il grosso della gente vuole soluzioni che abbiano effetti visibili e immediati. Né i neocon, né i liberisti hanno la bacchetta magica, né dicono di averla. Le loro sono soluzioni i cui effetti benefici si possono vedere nel lungo periodo, mentre nel breve periodo si paga un prezzo abbastanza alto. La politica dei neoconservatori ha già ottenuto effetti positivi: ora viviamo in un mondo più libero e democratico rispetto a 8 anni fa. Lo si può vedere chiaramente nei ratings di “Freedom House” e nelle statistiche pubblicate all’inizio dell’anno da Center for International Development and Conflict Management, dove si può constatare un crollo verticale della violenza all’avanzare della democrazia. Il terrorismo è in calo e ci sono anche meno guerre. Ma con 5000 morti in Iraq e le immagini scioccanti degli attentati suicidi (che ancora ci sono), chi si accorge che viviamo in un mondo più pacifico? Dopo 30 anni di “neoliberismo” e globalizzazione, la maggioranza dei paesi sottosviluppati è ora in via di sviluppo, o sta diventando (come nel caso di India, Brasile, Messico e Cina) una nuova potenza economica. Però chi se ne accorge dopo la crisi dei mutui? O quando i telegiornali fanno vedere che i bambini muoiono ancora di fame in molte parti del mondo? Gli statalisti, al contrario, piacciono e continueranno a piacere alla gente, perché dicono di avere la bacchetta magica e le loro soluzioni producono effetti benefici nel breve periodo. Mentre gli esiti dei loro errori si vedono solo dopo decenni. Terzo: non è mai stata diffusa una moralità coerentemente individualista. Il libero mercato implica assunzione di responsabilità individuale, dove sono tuoi gli utili ma tue sono anche le perdite. Anche il neoconservatorismo è fortemente responsabilizzante: non si appiattisce su meccanismi decisionali collettivi (Ue, Nato, Onu, tavoli negoziali), né sulla routine diplomatica, ma attribuisce meriti e colpe ai leader, a individui in carne ed ossa. Quanto è più facile, invece, affidarsi alla scelta altrui? Molto. E’ sempre più comodo se affidi la tua vita a un qualche impersonale e lontano organo collettivo. Incrociando le dita e sperando che faccia realmente i tuoi interessi e non i suoi.
| inviato da oggettivista il 12/7/2008 alle 22:26 | |
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