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13 febbraio 2007

BR: siamo moralmente indifesi nei confronti del loro terrorismo

 

Non c’è da stupirsi che le Brigate Rosse siano di nuovo in azione. Il nostro è l’unico Paese europeo dove persiste un terrorismo comunista. L’unico: non c’è più in Germania, non c’è in Francia (dove pure hanno avuto una storia politica quasi uguale alla nostra), non c’è in alcuno dei Paesi dell’ex Patto di Varsavia. In Spagna l’Eta si richiama a modelli comunisti, ma è alimentato da una tendenza nazionalista e separatista. Perché non c’è da stupirsi allora? Perché da noi la via rivoluzionaria al comunismo non è mai stata condannata. Non c’è mai stata alcuna revisione, né alcuna auto-critica dei protagonisti degli Anni di Piombo (“formidabili quegli anni!”) in cui il terrorismo di estrema sinistra faceva vittime tutte le settimane. Ma soprattutto non c’è mai stata alcuna condanna dell’ideologia dominante negli anni ’70 e che era alla base del terrorismo rosso. In base a questa ideologia: il lavoro è un diritto inalienabile, per cui è un dovere dello Stato trovare un lavoro fisso (con orari ridotti ai minimi termini) e garantire un salario a tutti i suoi cittadini; la casa è un diritto inalienabile ed è un altro dovere dello Stato garantire un tetto a tutti i suoi cittadini; muoversi è un diritto inalienabile, per cui lo Stato deve garantire trasporti gratuiti a tutti i suoi cittadini; la cultura è un bene pubblico, per cui deve essere accessibile a tutti gratuitamente e senza selezione alcuna. Queste erano le richieste di base, a cui si aggiungevano anche alcune condivisibili aspirazioni alla libertà individuale: essere padroni del proprio corpo, essere liberati dalle burocrazie statali e dai baronati che si erano formati dappertutto. Mentre il secondo gruppo di richieste era realizzabile con una forte riduzione del potere dello Stato, il primo nucleo di pretese si sarebbe potuto realizzare solo con uno Stato dotato di poteri totali e non più controllabile. Solo uno Stato che ha il controllo totale sull’economia, infatti, può essere in grado di fornire lavoro, casa e trasporti gratuiti a tutti i suoi cittadini. Questa contraddizione non è mai stata sanata. Il risultato è che la contestazione, nata nel ’68 e culminata negli anni ’70 con l’esplosione del terrorismo, è sempre stata molto caotica, senza una guida né un programma. Come in tutti i casi simili del passato (in Russia nel 1917, in Italia nel 1921, in Germania nel 1933, nei Paesi del Terzo Mondo in fase di decolonizzazione), da un magma confuso di contestatori emergono e agiscono in modo determinante solo quelli che hanno un programma preciso di lungo periodo: in questo caso i comunisti rivoluzionari. Delusi da un Partito Comunista “appiattito” sullo sforzo di vincere delle elezioni democratiche, molti comunisti hanno approfittato della confusione creata dalla contestazione per fare la loro rivoluzione: uccidere la classe dirigente politica ed economica del Paese, intimidire gli intellettuali e i media anticomunisti, iniziare uno sterminio di classe per eliminare la borghesia “colpendone 1 per educarne 100” (come avveniva in tutti i regimi totalitari in cui i comunisti erano al potere) e, alla fine, instaurare una dittatura. Se avessero preso il potere, le istanze libertarie del ’68 sarebbero scomparse. Lo Stato italiano sarebbe diventato un regime totalitario.

Per i comunisti istituzionali erano “compagni che sbagliano”. Per la massa di contestatori del ’68, i terroristi usavano metodi sbagliati per ottenere i risultati giusti. Ma anche i partiti democratici, tutto sommato, non avevano molti argomenti contro di loro. Quando i contestatori urlavano (e i terroristi ammazzavano) per avere lavoro, casa, libertà di movimento e piena libertà di accesso a una cultura “democratica”, cosa potevano dire i partiti usciti dalla Resistenza… che avevano sempre vantato lo stesso programma?! In modo meno drastico anche nella Costituzione sono iscritti gli stessi principi che erano alla base della filosofia della contestazione e anche alla base del programma “massimalista” dei terroristi. I partiti nati dalla Resistenza che coprivano tutto l’arco costituzionale italiano negli anni ’70, semplicemente non avevano gli strumenti culturali adatti per difendersi dal terrorismo rosso. Nessuno, a parte poche eccezioni, vi si oppose frontalmente e per principio. Nessuno ha affermato “tutti sono liberi di aspirare a un posto di lavoro, ma non esiste un diritto al lavoro”; nessuno disse “la proprietà è sacra, per cui beni come la casa, servizi come il trasporto e l’istruzione vanno comprati, non sono diritti inalienabili”; nessuno affermò: “Le vostre rivendicazioni sono illegittime, qualsiasi tentativo di ottenerle con la forza sarà punito con il massimo della determinazione”. Nessuno lo disse, perché nessuno avrebbe potuto dirlo: un ragionamento del genere era considerato eversivo, anticostituzionale. E nessuno lo dice adesso, quando si constata che i nuovi brigatisti tornano a colpire, che i vecchi ritornano impuniti e mai pentiti in libertà e per tutti sono solo dei “compagni che esagerano”, al massimo dei “compagni che sbagliano”, particolarmente antipatici ma pur sempre compagni. Perché la cultura politica italiana è cambiata poco negli ultimi trent’anni. Siamo sempre culturalmente e moralmente disarmati, indifesi, esposti al pericolo del terrorismo di casa nostra.




permalink | inviato da il 13/2/2007 alle 19:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa

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