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22 marzo 2007

O andiamo in guerra o torniamo a casa

 

Abbiamo risposto male al ricatto talebano, liberando i loro uomini per liberare il nostro ostaggio. Adesso loro hanno visto che siamo delle mezze seghe e ci attaccheranno con più violenza, perché gli jihadisti ragionano così: rispettano solo chi vince, non chi accetta uno scambio alle loro condizioni. Quindi, adesso dobbiamo prepararci al peggio, dobbiamo prepararci a combattere e vincere una guerra di guerriglia. La sparatoria di ieri è stata sicuramente una prima avvisaglia.

Non ci sono vie di mezzo. O mandiamo ai nostri soldati in Afghanistan tutto il necessario per combattere e vincere una battaglia contro i Talebani oppure è meglio levare le tende e tornare a casa. Questo mi piacerebbe sentire da un’opposizione responsabile.

Le ragioni di questa scelta sono di varia natura.

Etica: non possiamo rischiare di perdere i nostri soldati nel nome di una “missione di pace” a favore di cittadini stranieri. Meglio un Buddha ricostruito in meno che un soldato italiano morto. Mentre sembra proprio che i nostri capoccioni preferiscano dare la priorità alla ricostruzione dei beni artistici locali e all’istruzione dei bambini afghani piuttosto che alla vita dei nostri concittadini in armi. Per obbedire a questa ideologia altruista e suicida, il nostro governo ha mandato i nostri uomini armati troppo alla leggera e con regole di ingaggio troppo vincolanti (quasi fosse un’operazione di polizia in una città italiana) in un teatro di guerra, mentre il dovere fondamentale di un governo è proprio quello di proteggere la vita dei suoi cittadini, militari o civili che siano.

Politica: non si può essere in guerra e in pace allo stesso tempo. Il governo deve decidere da che parte stare e poi andare fino in fondo. Se sceglie di essere in pace con i Talebani, non deve mandare soldati in un Paese straniero, ma deve accettare tutte le conseguenze della pace: un’immagine di debolezza di fronte ai nemici islamisti e una di inaffidabilità e tradimento di fronte agli alleati americani. Se sceglie di essere in guerra con i Talebani deve andare fino in fondo e fornire ai nostri uomini i mezzi per sopravvivere e vincere. La scelta peggiore è la soluzione ibrida: avere i soldati sul campo e trattare con i Talebani come se non fossimo in guerra con loro. In questo caso perdiamo inevitabilmente vite umane e in più subiamo i danni di immagine della scelta pacifista.

Strategica: le guerre in cui non si mira alla vittoria, ma alla stabilizzazione sono state tutte perse. Gli Americani hanno perso in Vietnam, i Sovietici in Afghanistan e si rischia uno scacco in Iraq sempre per questo motivo. Un esercito non può svolgere bene dei compiti di mantenimento dell’ordine: a questo deve pensare la polizia. Non può portare a termine progetti di ricostruzione: a questo devono pensare imprenditori e investitori locali e stranieri. Un esercito, qualsiasi esercito, è progettato per combattere e vincere una forza avversaria, nel modo più rapido e indolore possibile, infliggendo più perdite al nemico e risparmiandole ai propri soldati. Le guerre in cui le democrazie occidentali hanno vinto, sono quelle in cui è stata impiegata tutta la potenza militare necessaria a ottenere una vittoria schiacciante, nel minor tempo possibile e con il minor numero di perdite tra i propri uomini, senza limiti nelle regole di ingaggio e con un obiettivo chiaro e raggiungibile (invasione di Germania e Giappone, liberazione del Kuwait, eliminazione di Saddam Hussein).

Come sosteneva quel gran repubblicano di Charlton Heston nel film “La Battaglia di Midway”: “Non si vince la guerra baciando il nemico. E cerca di darti una mossa, figliolo, o qualche ardito samurai ti darà fuoco al sedere!”.




permalink | inviato da il 22/3/2007 alle 14:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa

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