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31 maggio 2006

La realtà ribaltata dall'ideologia

Un intellettuale progressista, laico, di origine ebraica, che va a stringere la mano a un leader di Hizbollah? Non esiste nemmeno in un film di fantapolitica. Ma esiste nella realtà. L'intellettuale in questione è Noam Chomsky. La sua visita al Libano meridionale e la sua legittimazione morale agli Hizbollah, da due settimane a questa parte, ha fatto il giro del mondo. È un piccolo episodio nella politica del Medioriente, ma un grande esempio per comprendere la confusione culturale che alberga nella sinistra antagonista. Noam Chomsky è andato a complimentarsi con il leader Hizbollah, Nabil Qauq, per la «liberazione» del Libano meridionale... (continua)




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31 maggio 2006

La Jihad insegnata ai bambini

«Ogni religione al di fuori dell'Islam è falsa». «Riempire gli spazi con le parole appropriate (Islam, inferno): ogni religione al di fuori dell'... è falsa. Chi muore da non musulmano, va all'...». I testi di religione che si studiano nelle scuole saudite, sia all'interno del Regno che all'estero (ce ne sono in ben 19 capitali mondiali) sono sicuramente molto più coloriti rispetto a quelli della nostra catechesi cristiana. Il mondo viene spiegato ai bambini di 11 anni, semplificato in due categorie: «Un musulmano, anche se vive all'estero, è un tuo fratello nella religione. Uno che si oppone a Dio, anche se è tuo fratello per legame familiare, è un tuo nemico nella religione». E naturalmente: «Per un musulmano è proibito essere un amico fedele di qualcuno che non crede in Dio e nel Suo Profeta, o di qualcuno che combatte la religione dell'Islam»... (continua)




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30 maggio 2006

I Cosacchi di Milano

No, non ci sono i cosacchi che stanno facendo abbeverare i loro cavalli nel Naviglio. Ma per un bel po’ di ore, ieri, l’ho temuto veramente. Piuttosto sono i milanesi di centro-destra che si sono comportati come i cosacchi della Guerra Civile Russa, astenendosi in massa e facendoci passare dei brutti momenti. Il risultato è rimasto risicato fino all’ultimo e si è raggiunto solo il 52% a causa dell’astensione altissima. Nel caso vi fosse stata un’affluenza pari a quella delle elezioni politiche, il centro-destra avrebbe superato il 60%, come alle politiche.

Perché i milanesi di centro-destra si sono comportati da cosacchi? Piccola introduzione storica: dal 1917 al 1920 i Cosacchi rifiutarono il nuovo potere comunista in Russia e si schierarono dalla parte dei reparti anti-comunisti, i “bianchi”. Ma per ben due volte li abbandonarono, sempre seguendo la stessa logica: “chi se ne frega della Russia, a noi interessa combattere solo per difendere le nostre case e le nostre terre”. Ad un primo voltafaccia costrinsero i Bianchi a ritirarsi, furono occupati dai comunisti e pagarono caro il loro atteggiamento particolarista, subendo epurazioni di massa. Una seconda volta, quando furono liberati dai Bianchi, non impararono dal grande errore del passato, tornarono a occuparsi solo della loro terra e delle loro case e mandarono a ramengo un’offensiva che avrebbe rovesciato il potere di Lenin nel 1919. Solo quando furono occupati definitivamente dai comunisti (che fecero loro credere di rispettare la loro autonomia), si accorsero di quel che avevano fatto: avevano rifiutato di combattere lontano dalle loro terre per difendere le loro case e le loro terre, ma così facendo persero tutte le loro case e tutte le loro terre. E anche quasi tutte le loro vite, visto che furono deportati in massa a più riprese.

L’elettorato milanese di centro-destra e l’elettorato di centro-destra in generale ha seguito lo stesso ragionamento dei cosacchi di quasi un secolo fa. Siamo in una democrazia, non si parla di pallottole, ma di voti, per fortuna. Però i milanesi di centro-destra hanno preferito la critica fratricida alla resistenza contro l’avanzata irresistibile della sinistra. Hanno identificato la Moratti come una figura istituzionale lontana dal territorio, si sono chiesti “perché mai dovrei votare una che mi è stata mandata da Roma” e si sono astenuti. Non si sono identificati in una battaglia che ha valenza nazionale e non solo locale. Hanno preferito il particolare, anche personalissimo. Ci sono quelli che “la Moratti non mi permette di avere il contratto a tempo indeterminato da ricercatore”. Ci sono quelli che “la Moratti ha creato casino nella mia scuola”. Ci sono quelli che “il centro-destra non mi permette di scaricare gli mp3”. Ci sono quelli che “il centro-destra non mi permette di fumare al pub”. Ci sono quelli che “con i parcheggi per residenti faccio fatica a uscire la sera”. E infine ci sono quelli che “Tanto è tutto uno schifo uguale, a destra e a sinistra”. E sono queste, quasi solo queste, le motivazioni di quelli che hanno preferito andare al mare, stare a casa a vedersi un film, andare fuori città, per non votare. Non ho sentito molti che dicono “chi se ne frega delle elezioni”. Ci saranno sicuramente: un substrato di analfabeti politici e snob che vivono sulle nuvole non manca mai, ma è minoritario. Il grosso degli astensionisti è incavolato nero con la Moratti e con il centro-destra per un qualche motivo personale, personalissimo. E il grosso degli astensionisti non si rende conto che Ferrante, non solo è paracadutato da Roma, ma è l’espressione del potere centrale prefettizio romano. Non si rende conto che Ferrante, non solo non avrebbe risolto i loro problemi personali, ma se avesse vinto avrebbe fatto decidere l’assetto del loro quartiere da elettori appena immigrati (vi rendete conto cosa vuol dire dare diritto di voto agli immigrati per eleggere i Consigli nei quartieri dove c’è la più alta concentrazione di integralisti islamici in Italia?!), permesso le occupazioni abusive delle loro stesse case, estorto loro soldi per costruire “villaggi della solidarietà” per i Rom, bloccato le privatizzazioni, fermato le liberalizzazioni.

Per ora l’abbiamo scampata bella. La prossima volta può andare molto peggio. Il problema dell’astensione massiccia deve essere risolto. Non chiedo plotoni di esecuzione per i disfattisti. Chiedo maggior coinvolgimento della base. Altrimenti l’esercito di disertori e astensionisti non farà altro che crescere. La gente guarda al personale, un po’ per indole, ma soprattutto perché sente la mancanza di un progetto politico di lungo periodo. Se non c’è un disegno politico di ampio respiro, se nessuno promette una battaglia per rivoluzionare Milano, ma solo candidati che promettono di aggiustare singole cose, di occuparsi solo “di cose concrete”, in una parola dei “pragmatici”, gli elettori tenderanno sempre di più a concentrare l’attenzione letteralmente sul loro cortile di casa. E quando ognuno guarda al suo cortile di casa, è inevitabile che si crei una babele di opinioni diverse, premessa dell’insoddisfazione e dell’astensionismo. Il centro-destra deve riprendere urgentemente il suo ruolo politico, entrare nelle case, parlare nelle scuole, organizzare manifestazioni, creare comitati e club. E soprattutto: dare ai cittadini un obiettivo di lungo periodo, che faccia loro soprassedere sugli inevitabili problemi personali nel breve periodo. Non voglio essere monotono, ma nel 1994 il centro-destra vinse promettendo una rivoluzione liberale. Nel 2001 vinse promettendo di tagliare le tasse. Nel 2006 vinse a Milano e nel Nord promettendo di eliminare l’ICI e urlando contro Confindustria. Il programma della rivoluzione liberale è ancora valido. O il centro-destra da una sua prospettiva rivoluzionaria, o non è.

Giusto per tornare all’esempio storico della Guerra Civile Russa, Ayn Rand (che l’ha vissuta) scrisse: “Vissi in una cittadina che cambiò di mano molte volte. Quando era occupata dalle Armate Bianche, rimpiangevo il ritorno dell’Armata Rossa e viveversa. Non c’era molta differenza tra loro nella pratica, ma c’era un abisso nella teoria. L’Armata Rossa combatteva per instaurare un regime totalitario e governare con il terrore. Le Armate Bianche combattevano per… niente; e ripeto: niente. Per cercare di rispondere al male mostruoso che stavano combattendo, i Bianchi non trovarono niente di meglio che riciclare i più polverosi, marci slogan retorici del tempo: dobbiamo combattere per la Santa Madre Russia, per la fede e per la tradizione”. Le Armate Bianche persero la guerra.




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30 maggio 2006

Cosa può accadere se ci mostriamo sconfitti in Iraq?

Come spiega bene lo storico Victor Davis Hanson, nel suo classico “Massacri e cultura”, la guerra delle parole, quella non guerreggiata, è diventata importante tanto quanto la guerra combattuta dagli eserciti sul campo. La guerra del Vietnam è il primo esempio di guerra vinta sul campo, ma persa dai media: alla fine gli Americani la persero perché si convinsero di essere sconfitti, non perché lo furono realmente. La guerra al terrorismo rischia di ripetere il copione, benché si stia combattendo contro un nemico che sta minacciando la nostra stessa sicurezza... (continua)




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30 maggio 2006

Voglia di complotto, saltami addosso!

La moneta non è nata per una cospirazione dei banchieri, ma è stata adottata spontaneamente dai popoli nel corso dei millenni come mezzo di scambio comodo e neutrale, molto più pratico rispetto al baratto. Il linguaggio non è nato da una cospirazione di manipolatori della mente, ma le sue regole sono nate spontaneamente nei millenni per comunicare meglio. Questi esempi, portati dall’economista austriaco Menger e dai suoi allievi von Mises e von Hayek, sono utili per spiegare che le regole dei sistemi complessi si creano da sole, senza aver bisogno di una pianificazione razionale. E servono a smontare tutte le teorie sulla cospirazione globale. Ma non serve nemmeno scomodare Menger, Mises e Hayek per smontarle: basta un po’ di buon senso.

Eppure due eventi mediatici ci hanno fatto toccare con mano quanto siano ancora diffuse e persuasive le teorie del complotto globale: il successo nelle sale de “Il codice Da Vinci”, presentato a Cannes lo scorso 17 maggio e la prossima uscita in edicola del documentario “11 settembre 2001: inganno globale”. Il primo, tratto dal best-seller di Dan Brown (50 milioni di copie vendute in tutto il mondo), afferma che 2000 anni di morale cristiana sono il prodotto di una ben architettata cospirazione. La ferocia con cui si è imposto il dibattito sul film e sul best-seller, fa capire quanta gente lo prenda sul serio. Il nuovo documentario sull’11 settembre afferma che l’attacco a New York e Washington è solo una grande operazione di psicologia di massa volta ad attrarre consensi per una presunta politica imperialista americana... (continua)




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29 maggio 2006

Cannes, dove il collettivismo uccide l'arte (e la storia)

Premio collettivo. Il collettivismo imperante ci sta abituando a qualsiasi assurdità, ma questa è veramente comica. A Cannes erano arrivati a dare la palma d’oro a Farenheit 9-11, un non-film che è anche un non-documentario, visto che è costruito su interviste montate ad arte e informazioni false (come la bazza dei sauditi lasciati partire nei giorni del blocco aereo), premiato solo per accusare gli Stati Uniti. Adesso, sempre per ideologia sono stati premiati due non-attori: la collettività delle attrici di Almodovar e la collettività degli attori di “Indigène”. Dal punto di vista umano si tratta di una scelta deprimente. Sarebbe come premiare l’équipe e la famiglia di un vincitore dei cento metri piani considerando che “non esistono individui, ma solo relazioni, non importa quel che fai, ma l’ambiente in cui cresci, ecc…”. Il valore individuale è il vero sconfitto di questa competizione. Anche se tifavo in modo sfegatato per Kirsten Dunst (che per me rimane la miglior attrice della nuova generazione), trovo che questo premio collettivista sia una vera offesa per Penelope Cruz e per Pedro Almodovar: un 6 politico che ha messo sullo stesso piano protagoniste e non protagoniste e che ha ignorato del tutto l’autore e le sue idee, lo studio e l’impegno della Cruz.
Un vero pugno nello stomaco che grida vendetta, poi, il premio per il non-attore protagonista di Indigène, un gruppo di algerini premiati sotto forma di “risarcimento”. Già che c’erano potevano dare il premio all’Algeria, visto che si parla di simboli collettivi e di pentimenti politici. Comunque c’era proprio bisogno di un risarcimento: per le vittime delle truppe “indigene” però. Un episodio cancellato dai libri di storia e ora anche da quest’ultimo lavoro terzomondista: 60.000 donne, adolescenti, bambine, anziane, stuprate nella sola campagna d’Italia dal 1944 alla fine della guerra, i prigionieri di guerra barbaramente mutilati e uccisi, i civili e i preti sgozzati, i cadaveri fatti a pezzi mostrati come trofei. Non furono l’eccezione, non furono “effetti collaterali”, come giustifica il regista di Indigène: furono la regola. Contadini nordafricani furono convinti a combattere in Europa praticamente solo con la promessa di un ricco bottino, materiale e sessuale. E sui fronti europei si comportarono come nelle guerre tra clan, non risparmiando nessuno. Dopo la vittoria di Montecassino, le truppe coloniali francesi ottennero una tacita autorizzazione del comando francese di razziare e stuprare a volontà, a mo’ di ricompensa. Solo pochi furono puniti: appena 15 fucilazioni e 360 processati. Solo una minoranza delle vittime fu risarcita, pagata con somme che andavano dalle 20.000 alle 150.000 lire. Un po’ poco, anche per il potere di acquisto di allora. Pochissimo per risarcire famiglie intere rovinate. E con questa palma d’oro alla vergogna, la loro memoria è stata seppellita definitivamente.
Cannes ci fa capire ancora una volta che il collettivismo uccide. Non solo uccide materialmente (quando i collettivisti sono al potere), ma uccide l’anima, il valore individuale, la memoria. Sostituisce gli individui con idee astratte, con simboli. Sostituisce la storia con una trama scritta a priori dagli ideologi.




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25 maggio 2006

Iraq, una guerra giusta

Una guerra sbagliata. Secondo Prodi il conflitto in Iraq sarebbe un «errore» e i nostri uomini dovrebbero andarsene il prima possibile. Dobbiamo dedurre che i nostri caduti in Iraq sono morti per un errore e non per servire lealmente gli interessi del nostro Paese? Dobbiamo dedurre che migliaia di nostri militari devono restare in Iraq e rischiare la loro vita tutti i giorni ancora per qualche mese, solo per «motivi tecnici», ma che la loro presenza in Mesopotamia è essenzialmente inutile? Anzi: sbagliata? I nostri uomini sono in missione in Iraq, inviati per proteggere la ricostruzione del Paese sotto l'egida dell'Onu. Prodi non può parlare in termini di «illegalità» dell'operazione, proprio perché la missione in Iraq risponde a tutti i criteri della tanto sbandierata (da Prodi) legalità internazionale garantita dall'Onu: c'è la Risoluzione 1511 che invita esplicitamente una «forza multinazionale sotto comando unificato a prendere tutti i provvedimenti necessari per contribuire al mantenimento della sicurezza e della stabilità in Iraq».

Prodi può contestare l'antefatto della missione italiana, cioè l'Operazione Enduring Freedom per la cacciata di Saddam Hussein? Ma anche in questo caso, in base a quali criteri? Il dittatore iracheno, chiudendo le porte del suo Paese alle ispezioni dell'Onu, non rispettava le clausole dell'armistizio del 1991. Non essendoci stato alcun trattato o accordo di pace dopo la Guerra del Golfo del 1991, in caso di mancato rispetto delle clausole del cessate il fuoco, le ostilità sono semplicemente riprese... (continua)




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25 maggio 2006

Condannati perché hanno osato difendersi

In Italia il diritto di proprietà è considerato superfluo e per molti magistrati è addirittura immorale. Il PM che chiedeva 10 anni di carcere per due orefici milanesi, i Maiocchi, accusandoli di aver "sacrificato" la vita di un uomo per aver cercato di difendere la loro proprietà, evidentemente considera il diritto di proprietà come un diritto di serie B. Se provi a difenderlo, addirittura sei equiparato ad un aggressore omicida. Il PM per fortuna è stato messo in minoranza, ma i Maiocchi si sono beccati ugualmente 18 mesi (il figlio) e 1 mese (il padre). Di fatto non faranno nemmeno un giorno di carcere. Ma la condanna resta ingiusta.
Consideriamo la posizione dei Maiocchi: erano all'interno del loro negozio e stavano facendo il loro lavoro, quando un individuo non identificato ha spaccato loro la vetrina, con una mazza da baseball in pieno giorno, rubando orologi. La reazione dei proprietari è stata quella di uscire, vedere che il malintenzionato era ancora nei paraggi, era salito in macchina, aveva un complice, non rispondeva alle intimazioni di fermarsi e stava trafficando sotto il cruscotto, presumibilmente per prendere una pistola. E giustamente aprono il fuoco ad alzo zero. Non solo è stata una reazione istintiva (chi lo sapeva che i due aggressori non erano armati? solo dopo si è scoperto che erano disarmati e intenzionati a fuggire), ma anche moralmente giusta. Non spetta all'aggredito dimostrare l'innocenza o la colpevolezza dell'aggressore. Nel momento in cui vieni aggredito il tuo dovere è vivere e fare qualsiasi azione necessaria alla tua sopravvivenza. Dall'altra parte della barricata, se un individuo da inizio alla violenza perde tutti i diritti, proprio perché ha rinunciato a impostare i rapporti su una base consensuale e ha dato inizio a una legge nuova, basata sul potere del più forte. Finché non si arrende, finché non rinuncia esplicitamente all'uso della violenza, la sua posizione morale è equiparabile a quella di una bestia feroce: deve essere uccisa prima che uccida.
Questa sentenza, benché fortemente mitigata rispetto a quanto era stato chiesto dall'accusa, è per questo una grande ingiustizia, perché non solo ignora la fondamentale importanza del diritto di proprietà e la necessità di difenderlo per garantire la propria sopravvivenza e la propria libertà, non solo perché equipara aggressore e aggredito (finendo per privilegiare quest'ultimo), ma perché di fatto nega il diritto a difendere la propria vita con ogni mezzo necessario.




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22 maggio 2006

Taxi liberi

Dio benedica la liberalizzazione dei taxi. Qui a Bratislava hanno liberalizzato sia le licenze che le tariffe. IIl tempo di attesa é nullo. Il prezzo si tratta e ieri mi sono attraversato mezza cittá con 4 euro. A Milano, per lo stesso percorso ne avrei spesi almeno 20. E hanno anche belle macchine.




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21 maggio 2006

Sono fuggito a Bratislava

Di fronte alle magnifiche e progressive sorti dell´Italia dopo la formazione del nuovo governo Prodi e l´annuncio delle prime controriforme, sono fuggito a Bratislava. Ma solo per un weekend. Purtroppo. Confermo: la Nuova Europa, prima o poi, salverá la Vecchia. Anche qui si vedono gli effetti benefici delle riforme liberali. Per ´´vedersi´´ intendo letteralmente un progresso a vista d´occhio. Adesso questa é una cittá vitalissima, divertente e a giudicare dalle macchine che si vedono in giro anche benestante. Ha poco da invidiare alle cittá tedesche. La cosa non direbbe un granché se non si pensasse a cosa era la Slovacchia solo 10 anni fa, quando era ancora governata da post-comunisti. Nel ´97 mi avevano addirittura sconsigliato di entrare di passaggio, a causa dei controlli estenuanti alle frontiere, della polizia invadente e dell´alto tasso di criminalitá. La Slovacchia di 10 anni fa era un po´ come l´Ucraina oggi: un paese povero con un passato sovietico che non riesce a passare. E con frontiere blindatissime analoghe a quelle della Bielorussia odierna. Adesso qui é letteralmente un altro mondo. E tutto perché hanno liberalizzato, privatizzato, abbassato le tasse: c´é la flat tax ed é una delle tassazioni meno invadenti d´Europa. Se vanno avanti in questa direzione mi sa che fra dieci anni vedremo qui un paese piú ricco dell´Italia. Qui hanno capito da che parte tira il vento della globalizzazione. Da noi si vuol tornare indietro.




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