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29 giugno 2006

Israele contrattacca senza far vittime...

...ma viene ugualmente condannato dai soliti noti. Il Manifesto parla esplicitamente e in prima pagina di "operazione militare punitiva contro la popolazione palestinese di Gaza", La Repubblica intitola "Gaza nella morsa dei tank" ed enfatizza la notizia che "700mila sono senza luce", su RadioRai 3 lamentano il fatto che Israele "dimostra di non voler trattare" e non oso nemmeno immaginare cosa stiano dicendo a Radio Popolare.
Ma l'Operazione Pioggia Estiva lanciata dall'IDF dopo settimane e mesi di soprusi e aggressioni palestinesi, è un'operazione militare talmente pulita da superare le utopie pacifiste. Le forze armate israeliane hanno colpito una centrale elettrica e sette strade strategiche senza fare una sola vittima, volantini sono stati lanciati sulla città di Khan Younis avvertendo i civili di non esporsi e non entrare nelle aree più pericolose, i militari hanno arrestato 63 membri di Hamas (tra cui membri del governo dell'ANP, giustamente considerato come un'associazione a delinquere) con tanto di regolare mandato di cattura. Saranno regolarmente processati e avranno diritto di difendersi. Israele cerca di colpire solo ed esclusivamente i responsabili dell'aggressione, senza fare vittime collaterali. E da ancora una volta un'esempio di moralità nella conduzione delle operazioni militari. Servirà a qualcuno?




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27 giugno 2006

18 regioni scelgono il futuro delle altre 2. Dov'è la libertà?

La maggioranza assoluta dei miei concittadini ha dato un voto nostalgico. Considera la Costituzione, non per quello che è (un compromesso temporaneo tra comunisti e democristiani per non far scoppiare la guerra civile nel 1948), ma come un testo sacro e inviolabile. Non la considerano nemmeno come uno strumento per garantire diritti naturali inalienabili (che la Costituzione rispetta solo fino ad un certo punto), ma come fonte stessa del diritto. Questo discorso riguarda, però, solo i più politicizzati tra gli elettori che hanno votato “no”: quelli che hanno ricevuto l’ordine dal loro partito post-democristiano o post-comunista (partiti che esistono solo in funzione di questa Costituzione e della memoria di quando erano giovani e partigiani) o quegli intellettualoidi che hanno applaudito Scalfaro premiato ad honorem con il Premio Strega, quegli snob di giurisprudenza che votavano “no” perché “la riforma è scritta male” e quelli ancora più snob che magari odiano l’assetto attuale dell’Italia ma sono ancora più pessimisti per qualsiasi cambiamento. Ma perché la massa dei cittadini, soprattutto quelli del centro-sud (compresa Torino, che si conferma come una enclave meridionale nel Nord) ha votato per il “no”? Soprattutto per paura del federalismo, che innegabilmente era al centro della riforma. E perché hanno paura del federalismo? Perché hanno paura della libertà. Hanno paura che si dica loro: vuoi costruirti un ospedale? Sei libero di farlo con i tuoi soldi. Preferiscono essere comandati a bacchetta, essere tassati per finanziare chissacosa, essere riempiti di soldi che andranno sempre in poche tasche, essere riempiti di fabbriche inutili… ma sono convinti che tutto questo sopruso centralista sia meglio di una sana indipendenza nelle decisioni. Persino una riforma blanda come questa (l’autonomia delle regioni era limitata a solo 3 materie e l’autonomia fiscale era prevista solo in una seconda tranche di riforme) ha risvegliato la paura dei Calabresi (l’82% dei quali ha votato “no”), dei Campani, dei Pugliesi… Tutti hanno avuto paura della libertà di decidere del loro destino, di essere responsabili delle proprie scelte.
Ma io non ho avuto paura di un futuro di questo genere. E come me anche milioni di miei concittadini lombardi e veneti (la maggioranza di essi), ma anche Piemontesi, visto che solo Torino ha votato per il “no”. Non sento di appartenere ad una minoranza esigua. Anzi: girando per le strade, qui in qualsiasi città della Lombardia (anche a Milano, nonostante il risultato negativo), sento sempre gli stessi discorsi di gente che la pensa come me e che vuole più autonomia, più controllo per i soldi pubblici, più possibilità di partecipare alle decisioni sui nostri soldi. E allora, mi domando: che cosa c’entrano i Calabresi, i Pugliesi, i Campani e tutta la loro paura della libertà con noi? Perché devono decidere loro per il nostro destino? Perché, noi lombardi, che abbiamo tutt’altra mentalità e tutt’altre aspirazioni, dobbiamo dipendere dalle scelte di decine di milioni di italiani a noi ignoti?
Questo è uno dei principali dilemmi della democrazia, il “peggior sistema all’infuori di tutti gli altri”. In democrazia vince la maggioranza. Ma si può mettere ai voti la libertà? Se una persona chiede di essere più libera, è giusto mettere ai voti la sua scelta? E’ giusto affidare agli altri il suo destino? No, non è giusto. Non è giusto, prima di tutto, perché la libertà non danneggia nessuno. Una persona libera può fare ciò che vuole sinché non aggredisce un’altra persona. E’ ingiusto, invece, che a questa persona sia imposto un comportamento altruista, che le venga imposto il dovere di aiutare gli altri. Perché sarebbe un’aggressione, una grave violazione della sua libertà individuale. Dunque: la libertà non può essere messa ai voti. Con tutti i distinguo del caso, questo discorso si può benissimo applicare anche ai gruppi e alle regioni intere. Se una regione è più indipendente nelle sue decisioni, se tiene per sé il grosso delle sue risorse, può essere totalmente autonoma finché non danneggia le regioni vicine o non calpesta i diritti individuali dei suoi cittadini. Non solo non farebbe male a nessuno, ma l’autonomia sarebbe uno stimolo per la regione stessa e, in caso di successo, anche un esempio per le altre. Se i cittadini di una regione decidono di essere più autonomi, hanno tutto il diritto di far valere questa loro scelta. Mentre non c’è alcun diritto per i cittadini delle altre regioni di decidere sulla libertà altrui. Ed è questa la dimensione del disastro di questo referendum, al di là dei risultati: è stato un referendum profondamente ingiusto. Sarebbe stato legittimo votare su scala nazionale solo per le questioni che riguardano realmente tutta l’Italia (premierato, leggi anti-ribaltone, riduzione del numero di parlamentari, ecc…), ma non per una scelta di autonomia regionale. Questo voto spettava alle singole regioni e a nessun altro: ci avrebbero dovuto chiedere “voi (lombardi, veneti, pugliesi, calabresi) volete che la vostra regione abbia un potere legislativo assoluto su sanità, scuola e polizia, volete interagire con lo Stato secondo un principio di sussidiarietà, volete l’autonomia in materia fiscale dopo tre anni dalla data di entrata in vigore della riforma?”. Sì o No. Chi ci sta ci sta, chi non ci sta non ci sta. Non si può costringere una persona ad essere libera contro la sua volontà. Così come, a maggior ragione, non si può costringere una persona a restare in catene.




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26 giugno 2006

Il vero Islam secondo Bernard Lewis

Fantastiche le risposte del grande Bernard Lewis all'intervistatore de La Stampa. Ne risulta un quadro completo dell'Islam in grado di demolire una serie di luoghi comuni:

1.il terrorismo islamista non è tradizionale, ma è un'ideologia moderna
2. ad alimentare questa ideologia, nel XX secolo, sono stati i nostri totalitari nazisti e comunisti
3. l'Islamismo è dunque il prodotto del totalitarismo del XX secolo e si ripropone lo stesso obiettivo (combattere le democrazie occidentali e la società aperta); da qui si può capire perché trova così tanti alleati in Europa
4. l'Europa si sta avviando all'islamizzazione, tanto che i leader islamisti la considerano già una loro provincia in cui agiscono come nel mondo arabo
5. i terroristi vogliono dotarsi dell'atomica e il programma nucleare iraniano può facilitarli

Sono cose che magari approvano tutti, se non altro per rispetto di Lewis e della sua competenza in materia, ma poi si dimenticano con una rapidità impressionante. Se dessimo veramente ascolto a Bernard Lewis, le conseguenze dovrebbero essere:
1. smetterla di parlare di "dialogo interreligioso" per risolvere il problema islamico: la religione non c'entra niente
2. smetterla di parlare di soluzioni sociali: un'ideologia non si combatte coi soldi e con programmi sociali
3. smetterla di parlare di trattative con i regimi islamici: un'ideologia nemica si deve sconfiggere, non si deve cercare un dialogo con essa.




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22 giugno 2006

E D'Alema si arrese

“Questi procedimenti di arricchimento dell’uranio si svolgano nel quadro di una cooperazione internazionale, per tranquillizzare i governi e le opinioni pubbliche mondiali”. Dunque D’Alema non conta nemmeno di convincere con le buone gli Iraniani a sospendere il processo di arricchimento dell’uranio: consente loro anche quello. E chi impedirà loro, una volta arricchito l’uranio, di usarlo solo per scopi civili e non militari? Una volta ottenuta la tecnologia necessaria, non è difficile passare da un programma civile ad uno militare, specie in un Paese esteso e impermeabile ai controlli esterni quale è l’Iran. Come sarà possibile controllarli? Sembra che il nostro ministro degli Esteri riponga interamente la fiducia sulla loro buona fede e su una vaga idea di “cooperazione internazionale” (cooperazione: alle condizioni di chi, dei mullah?). Avendo in mente la faccia di Ahmadinejad mentre parla di “spazzare via l’entità sionista dalla carta geografica” e avendo in mente le parate militari dei missili iraniani in cui campeggia la stessa scritta non pare proprio che per un regime di questo genere sia prioritario l’obiettivo di “tranquillizzare i governi e le opinioni pubbliche mondiali”. Ovviamente Mottaki ringrazia per la collaborazione: “Da troppo tempo non ci vedevamo e l’Italia per l’Iran è un partner importante. Voi siete un Paese in prima linea per la nostra economia: nei commerci, nel settore del petrolio, in quello petrolchimico”. Altro che partner! L'Iran ci ricatta e pure esplicitamente.




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21 giugno 2006

L’antisemitismo programmatico del regime di Teheran

La diplomazia europea, come rivelano anche gli stessi organi di informazione iraniani (tradotti puntualmente da Memri), ha promesso sottobanco garanzie all’Iran sul suo “diritto” a portare a termine il suo programma nucleare, in cambio di promesse (abbastanza vaghe) sul suo utilizzo esclusivo per scopi civili. Si invoca da più parti il “rispetto del diritto internazionale” e delle stesse regole dell’Aiea, per legittimare il programma iraniano. La nazionale dell’Iran sta giocando il suo mondiale, applaudita da milioni di tifosi. Nonostante una manifestazione pro-israeliana in Germania, nessun’autorità ha mai preso seriamente in considerazione l’idea di non far giocare la nazionale iraniana per boicottare (almeno simbolicamente) il regime di Teheran.
Eppure l’atteggiamento permissivo europeo stride, se si tiene conto di una realtà di fondo: quello di Ahmadinejad è un regime dichiaratamente guerrafondaio e antisemita. Lo conferma anche il discorso di Mohammad Ali Ramin, consigliere del presidente iraniano, tenuto di fronte agli studenti dell’Università Gilan il 9 giugno scorso: “Fra gli Ebrei vi sono sempre coloro che hanno ucciso i profeti di Dio e coloro che si sono opposti alla giustizia e alla rettitudine... (continua)




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21 giugno 2006

Documento dei prigionieri: distruggere Israele in più fasi

“Volete distruggere Israele subito, o lo volete distruggere fra qualche anno?” Questi, scherzi a parte, sono i termini del referendum in Palestina, di quell’iniziativa che già viene considerata come un “progresso” nel dibattito pubblico palestinese. Perché nel referendum, chiesto da Abu Mazen e contestato dal governo di Hamas, le posizioni contese sono esattamente queste: favorevoli e contrari al “Documento dei detenuti” redatto e firmato da leader terroristi imprigionati, nazionalisti, islamisti e comunisti (Marwan Barghouti, lo sceicco di Hamas Abd al Khaleq Alnatsha, lo sceicco della Jihad Bassam al Saadi, Abed Alrahim Maluh del FPLP e Mustafah Bedarne del Fronte Democratico), nel quale si chiede la fine immediata della lotta tra fazioni all’interno della Palestina, la costituzione di uno Stato Palestinese nei territori di Gaza e Cisgiordania, in vista di una lotta più efficace contro Israele. I contrari al documento, soprattutto Hamas, ritengono che questa strategia sia già un pericoloso compromesso, proprio perché accetta una fase transitoria in cui uno Stato palestinese coesiste con Israele, mentre loro sarebbero favorevoli a una lotta contro Israele per la sua distruzione senza compromessi né fasi transitorie... (continua)




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21 giugno 2006

Pioggia di razzi su Sderot: le ritirate portano a questo

Ci voleva Fiamma Nirenstein per trovare su un grande quotidiano nazionale (La Stampa) la cronaca puntuale della pioggia di razzi Qassam che città israeliane come Sderot e Ashkelon sono costrette a subire sette giorni su sette, ventiquattro ore su ventiquattro, mentre i grandi media europei tacciono. Quel che fa più impressione del reportage è l'impossibilità (diplomatica non militare) per Israele di rispondere efficacemente al bombardamento: l'artiglieria, soprattutto dopo la strage nella spiaggia di Gaza (di cui, molto probabilmente non è neppure colpevole) non può aprire il fuoco contro i siti di lancio palestinesi, perché questi sono situati in aree densamente popolate e ogni volta si rischierebbe la strage. E il conseguente linciaggio mediatico-diplomatico.
C'è da rimanere increduli nel vedere l'esercito più potente del Medio Oriente paralizzato dall'opinione pubblica, per di più un'opinione pubblica straniera! Ma più che rifare una riflessione sull'immoralità dell'opinione pubblica europea, o una riflessione banale sui tempi moderni che cambiano anche la guerra, è più intelligente chiedersi a cosa sia servito il disimpegno israeliano dalla striscia di Gaza, considerando che i siti di lancio palestinesi si trovano anche fra le macerie delle ex case israeliane. Il disimpegno israeliano è servito a placare la violenza palestinese? No. E' servito a rilanciare le trattative? No. Ha reso più sicuro il territorio metropolitano israeliano? No. Ha almeno convinto l'opinione pubblica occidentale che Israele è in buona fede e che almeno ora, se attaccata, ha tutto il diritto di rispondere con le armi? No. Non solo la risposta a tutte queste domande è negativa, ma in ciascuno di questi aspetti presi in esame, la situazione è peggiorata rispetto all'anno scorso, prima del disimpegno: la violenza palestinese è aumentata, le città israeliane sono ancora più esposte agli attacchi, le trattative sono quantomeno in crisi (governo di Hamas: peggio di così...) e, quel che c'è di peggio, l'opinione pubblica occidentale è più ostile che mai a Israele. La reazione corale alla strage della spiaggia di Gaza è il test più efficace.
Lo possiamo dire: il disimpegno dalla striscia di Gaza era inutile e dannoso, come si diceva in questo blog dall'estate scorsa. Nessuno ce lo dirà: non è politicamente corretto. Adesso, però, ci sono anche tutte le dimostrazioni del caso. Tutte le volte che ci si ritira di fronte a un'offensiva islamista, la causa islamista ne trae forza, mentre l'opinione pubblica occidentale diventa ancor più divisa, faziosa, auto-flagellante. Impariamolo molto bene quando parliamo di ritirarci dall'Iraq.




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20 giugno 2006

Impossibile liberalizzare l'Italia?

Condivido tutto quanto ha scritto Daniele Capezzone nel suo appello per la liberalizzazione del mercato italiano (http://www.radicali.it/appello_outsider/form.php?lang=it). Se fossero portate a termine le riforme indicate nel suo manifesto (abolizione degli ordini, snellimento della burocrazia per aprire nuove imprese, liberalizzazione dei servizi, completamento della Legge Biagi, riforma delle pensioni) faremmo un serio passo avanti. Si tratta di riforme fattibili e anche poco costose, richiederebbero solo pochi mesi per essere applicate. C'è da essere ottimisti? Non credo. Perché basta spostare gli occhi alla sinistra del seggio occupato da Capezzone e vedere un po' chi sono i suoi alleati (che poi sono quelli che governano realmente): democristiani che hanno creato il sistema dello Stato-mamma che Capezzone vuole abbattere, comunisti che sono cresciuti con l'idea della nazionalizzazione integrale dell'industria (e difficilmente cambieranno idea), socialisti (presenti nello stesso partito di Capezzone) che si sono sempre opposti a tutte le privatizzazioni.
Mi viene da pensare che Capezzone abbia sbagliato coalizione. Poi guardo a destra e vedo uno scenario simile: democristiani, socialisti, post-fascisti, fascisti senza "post", nazionalisti, conservatori, tutti convinti che siano i politici a dover governare l'economia e determinarne i fini, tutti sicuri che i cittadini, se lasciati liberi di scegliere, siano solo in grado di generare caos. Non credo che destra e sinistra siano equivalenti: nel centro-destra ci sono molti più liberali, mentre nella sinistra Capezzone è veramente una mosca bianca (anzi, blu: visto che si parla di liberalismo), ma il fatto che Berlusconi abbia faticato 3 anni per far passare solo una parte della sua riforma fiscale la dice lunga.
Il problema del governo che non accetta riforme liberali è trasversale. Di più: è connaturato alla politica. Il politico, per mestiere, non produce: guadagna da quel che producono i cittadini e in cambio promette regole e distribuzione di benessere. Il più delle volte il politico (anche se in buona fede) si convince intimamente che questo sistema sia giusto o addirittura più produttivo ancora del libero mercato. Non vuol sentirsi dire che qualsiasi cosa faccia, può benissimo essere fatta dai privati in modo più efficiente e meno costoso. Il politico medio non vuol rendersi conto che almeno il 90% di quello che fa è perfettamente inutile. E' per questo che il 90% dei politici italiani non è liberale e non vuole avere nulla a che fare con il liberalismo. Ed è sempre per questo stesso motivo che i liberali, in Italia, non sono mai riusciti a fare politica.




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15 giugno 2006

La strategia palestinese degli scudi umani

C'è sempre una foto simbolica che testimonia le sofferenze del popolo palestinese. Dove c'è un palestinese che muore, che soffre, che viene ferito, che impreca contro gli israeliani, c'è sempre e subito un fotografo o un telereporter pronto a fotografarlo o filmarlo, pronto a diffondere la sua immagine in tutto il mondo. Poi, quando si viene a scoprire che le circostanze in cui quella foto è stata scattata, non erano quelle dichiarate all'inizio (ad esempio: che le sofferenze del palestinese in questione non erano causate dagli israeliani, ma dagli stessi palestinesi), le smentite non trovano più spazio. O almeno: vengono pubblicate, ma ormai l'impressione lasciata dalla prima versione è già diventata un simbolo, ben fissato nella mente dei telespettatori occidentali. Nel 2000 la foto del bambino Mohammed al Durra, ucciso in uno scontro a fuoco accanto al padre, aveva fatto il giro del mondo. È servita a poco l'indagine condotta nei mesi e negli anni successivi, in cui si dimostra che Mohammed al Durra e suo padre non sono stati bersagliati a freddo dai soldati israeliani e che, data la loro posizione, è più probabile che siano stati uccisi dai proiettili palestinesi che non da quelli israeliani. La prima impressione, secondo cui «gli israeliani ammazzano i bambini» è diventata indelebile.

Adesso si sta ripetendo lo stesso fenomeno mediatico: una bambina palestinese, dopo l'esplosione sulla spiaggia di Gaza, trova il cadavere del padre, piange e grida vendetta contro gli israeliani assassini. L'IDF sta conducendo un'indagine: si potrebbe trattare di un proiettile di artiglieria israeliana finito per errore su un bersaglio civile, invece che sui terroristi che lanciano quotidianamente i Qassam contro Sderot e Ashkelon. Ma può anche trattarsi di una strage tutta palestinese: una mina lasciata sulla spiaggia per impedire infiltrazioni israeliane, o anche uno dei razzi Qassam lanciato male. Ad oggi i risultati dell'inchiesta (messi in dubbio, ovviamente, da Kofi Annan) confermerebbero l'esplosione di una mina palestinese rimasta interrata. Ma alla gente non interessa: la piccola Huda che urla contro gli israeliani è già un simbolo. Così come, mentre scrivo, ci sono già altri due piccoli martiri: due bambini che andavano a scuola, uccisi da un raid aereo israeliano assieme ad altri 7 palestinesi, mentre 17 sono rimasti feriti. Oggi i morti sono già 11. In realtà il raid aereo israeliano ha colpito con grande precisione un camion palestinese carico di razzi Qassam, che viaggiava tranquillamente per le strade di Gaza in mezzo ai civili. Ma è ovvio che vi siano razzi che vengono trasportati tranquillamente in mezzo alle strade affollate di una città, passando di fianco a mercatini e gruppi di scolari? Ma alla gente questo non interessa: «gli israeliani ammazzano i bambini».

I palestinesi hanno capito che la guerra di oggi è fatta anche di informazione: non si vince solo sul campo, ma anche nelle case dei telespettatori europei, lontanissimi dal campo di battaglia, ma in grado di pesare sulle decisioni della diplomazia mondiale. Hanno constatato che la loro strategia, fatta di civili usati letteralmente come scudi umani, paga di più che una battaglia vinta. Lo hanno capito da numerosi esempi precedenti: anche i vietnamiti usavano le stesse tattiche di comunicazione, così come il regime di Saddam dal 1991 in poi. Ma non li possiamo considerare «geniali» per questo motivo. L'uso degli scudi umani è condannato dalle leggi internazionali. Lanciare razzi da zone densamente popolate, fabbricare e nascondere armi in abitazioni civili, nascondere i miliziani (vestiti in abiti civili) in mezzo alla popolazione inerme, usare le immagini dei civili straziati perché sorpresi dal tiro incrociato, sono tutti crimini.

E se noi occidentali non condanniamo apertamente questi crimini, non facciamo altro che legittimarli. E questo perché lo facciamo o siamo tentati di farlo? Perché l'ideologia corrente vuole che il mondo sia diviso in oppressi e oppressori, divisi ancora secondo categorie marxiste. Indipendentemente dalla realtà, indipendentemente dal fatto che fossero loro gli aggressori. Vietnamiti, iracheni, palestinesi, rientrano tutti nella categoria degli oppressi che lottano per la loro «liberazione». E i fotografi fanno a gara per ritrarre il volto della loro sofferenza.

(tratto da http://www.ragionpolitica.it)




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12 giugno 2006

Perché tifare Italia senza sensi di colpa

Per gli stessi motivi per cui le "anime belle" tifano per il Ghana, i motivi indicati dal World Development Movement, che ha redatto una classifica delle squadre da tifare secondo criteri terzomondisti. Secondo i buonisti del WDM, infatti, si dovrebbe tifare prima di tutto per le nazionali con il debito più alto. Ma una nazione indebitata non è una vittima: è semplicemente una nazione governata da sprovveduti. E degli sprovveduti disonesti, che non si decidono a pagare il debito, né, evidentemente, a permettere al loro popolo di arricchirsi e svilupparsi. Per cui questo blog invita a tifare Italia senza sensi di colpa, birra alla mano e rutto libero!




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