.
Annunci online

  oggettivista [ Libertà individuale senza compromessi ]
 
 
         
 


Ultime cose
Il mio profilo


Il Fazioso Liberale
L'opinione
Ideazione
Ragion Politica
Svi Pop
Pepe
Comitati per le Libertà
The Objectivist Center
Capitalism Magazine
The Intellectual Activist
Libero Pensiero
Italia Laica
Krillix
Orso di Pietra
Walking Class
Drusillo
The Right Nation
Aldo Torchiaro
Il Camillo
Conservatore compassionevole
Heritage Foundation
Cato Institute
Radio Free Europe
Memri
Rudolph Rummel
Istituto Bruno Leoni
Bertoldino
Laura Lodigiani
Asia News
Bruges Group
Le Guerre Civili
JimMomo
Mises
Semplicemente Liberale
Happy Trails
Storia Libera
Calamity Jane
Pinocchio
Riccio
Phastidio
Rebirth of Reason
Libertarian
Liberali per Israele

cerca
letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom
 


31 ottobre 2007

Finché si parla di obiezione di coscienza…

Benedetto XVI parla di obiezione di coscienza. Ne parla invitando all’obiezione i farmacisti cattolici, perché non vendano prodotti legati alle pratiche dell’aborto e dell’eutanasia. Finché si parla di obiezione di coscienza, non c’è veramente nulla da dire: da un punto di vista del diritto individuale, fa parte della libertà religiosa di una persona decidere di non vendere un prodotto o non compiere un’azione che è proibita dalla religione in cui crede.
La risposta di
Livia Turco è molto più discutibile, perché di fatto nega la libertà di culto, affermando che:
“I farmaci prescritti dal medico devono essere disponibili, non possono essere negati”.
Il Papa non sta parlando di farmaci che possono salvare la vita a una persona in fin di vita. Non sta negando la possibilità di un aborto terapeutico (che comunque non si risolve in una farmacia). Dunque imporre a un farmacista cattolico di incoraggiare pratiche vietate dalla sua legge religiosa è una violazione della sua coscienza. I liberali e i laici che condannano il Papa invocando l’obbligo di agire da laici, stanno prendendo una solenne cantonata. Il danno, semmai, nasce dal fatto che le farmacie sono considerate un servizio “pubblico”, con un Ordine dei Farmacisti protetto dallo Stato, un sistema di turni stabilito da regolamenti comunali, proibizione di vendere la maggior parte dei farmaci al di fuori della farmacia, ecc… Liberalizzando le farmacie, permettendo a chiunque di vendere qualsiasi tipo di farmaco, a seconda della propria coscienza, non dovremmo temere alcuna egemonia cattolica sulle poche botteghe che attualmente hanno il permesso di darci la pillolina richiesta. Se il farmacista è un cattolico e non ti da quello che gli chiedi, vai al supermercato laico per comprarti una RU486. Se poi sbagli dose e muori, abortisci e ti senti in colpa per tutto il resto della vita, oppure risolvi veramente un problema esistenziale, questi sono solo fatti tuoi. In un mondo libero paghi le conseguenze di tutto quello che fai. In un mondo libero esistono anche tante campagne di documentazione, educazione e sensibilizzazione, ma la scelta resta tua.




permalink | inviato da oggettivista il 31/10/2007 alle 20:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


28 ottobre 2007

Se il mercato uccide la democrazia… siamo tutti più liberi

Lo storico marxista Eric Hobsbawm colpisce ancora con il suo allarmismo contro il libero mercato (“Se il mercato uccide la democrazia”, Corriere della Sera, 28 ottobre 2007). La tesi è: il popolo non ha più fiducia nei suoi governi (si parla, ovviamente, dei governi del mondo libero), sempre meno gente contribuisce alla vita politica anche solo andando a votare, sempre meno persone sono contente di servire la patria nell’esercito e sempre più funzioni dello Stato sono ormai appaltate ai privati o privatizzate del tutto. Anche per quanto riguarda il monopolio della forza, a causa del sorgere di nuovi gruppi armati privati e la diffusione di tecniche di distruzione di massa fai-da-te, lo Stato democratico sarebbe in piena crisi. Stiamo andando, dice lo storico marxista, verso la fine della democrazia. E l’ipotesi che fa è la via della frammentazione degli attuali Stati nazionali, nonché la perdita della democrazia come forma di governo.

L’analisi di Hobsbawm è di gran lunga sproporzionata rispetto alla realtà. Gli Stati del mondo libero sono ancora molto potenti e riescono molto bene sia a controllare i loro popoli (sotto tutti i punti di vista), sia a mantenere il monopolio della forza, soprattutto quando agiscono all’estero. Se qualche erosione si è vista, nel corso degli anni ’90, dopo la caduta dell’Urss e della Jugoslavia, oggi stiamo ritornando a gran passi verso lo Stato forte. L’Unione Europea è nata per contenere i “rischi” della globalizzazione e limitare il libero mercato europeo, superando la dimensione dello Stato nazionale. Ma soprattutto: la cultura più diffusa in Occidente (in Europa, ma dopo l’11 settembre un po’ anche in America) vuole uno Stato più forte.

Mettiamo che Hobsbawm abbia ragione nel lungo periodo, che nei prossimi 20 o 30 anni lo Stato, in Occidente, subisca un’erosione drastica. Sarebbe un male? Assolutamente no. Hobsbawm grida “attenzione: stiamo perdendo la democrazia”. E “attenzione: domineranno i poteri forti”. E’ un male? No. La democrazia (quella liberale, moderna) è stata concepita tra il XVII e il XVIII secolo come strumento per contenere il potere assoluto dei sovrani e per tutelare la libertà individuale dei sudditi, soprattutto per proteggere la loro proprietà da rapine di Stato. La democrazia contemporanea del ‘900 ha tradito questo obiettivo e ha avuto la tendenza drammatica di diventare essa stessa un potere assoluto. In una democrazia contemporanea: minoranze organizzate che riescono ad arrivare al governo, spogliano maggioranze non organizzate di metà dei loro beni per riassegnarli a fasce privilegiate della popolazione. Questo modello di democrazia (che ha raggiunto l’apice nelle socialdemocrazie europee degli anni ’60 e ’70) non è riuscito a distruggere la libertà individuale conquistata nei secoli precedenti, ma l’ha danneggiata gravemente, calpestando il diritto di proprietà individuale. Quindi serve un’altra soluzione per contenere il potere assoluto e restituire ai cittadini libertà e proprietà. Una via è quella della privatizzazione/liberalizzazione dei mezzi di produzione. In questo modo il cittadino ritorna ad essere sovrano nell’uso delle sue risorse. L’altra via, che ha avuto molto meno successo, è quella della frammentazione territoriale: federalismo quando possibile, secessione nei casi estremi. La distribuzione del potere a entità locali è un ottimo contrappeso al super-Stato. Queste tendenze mineranno anche la democrazia contemporanea, quella socialdemocratica, ma permettono ai cittadini di avere i benefici della democrazia così come era stata concepita in origine: la possibilità di conservare i propri beni e di utilizzarli a proprio piacimento, per raggiungere i propri fini, non i fini stabiliti da altri. Un’erosione dello Stato e un disinteresse generalizzato per la politica sono, quindi, due ottime tendenze. Se la popolazione perde interesse nella politica e nella partecipazione alla vita pubblica, allo stesso tempo perderà interesse nel suo foraggiamento: quindi tenderà a chiedere di essere tassata meno. Se si foraggia meno la politica, allo stesso tempo il governo sarà costretto (in mancanza di risorse) a privatizzare e liberalizzare i suoi beni. Una volta che i cittadini/consumatori vedranno che il privato riesce a fornire servizi migliori rispetto a quelli dello Stato e a costi inferiori (merito della concorrenza), chiederanno ancora meno Stato. Anche la sicurezza stessa, nel 90% dei casi (quando proprio non si tratta di un’invasione straniera) può essere fornita in modo molto più efficiente dai privati. Man mano che procede la privatizzazione, lo Stato avrebbe ancora meno risorse per imporre la propria etica, non riuscirebbe a reprimere comportamenti “non conformisti”, né a controllare la libera circolazione di informazioni. Si instaurerebbe, insomma, un bel circolo virtuoso.

Il secondo pericolo indicato da Hobsbawm è: “vincerebbero i più potenti”. Anche questo non è un male se per “potenti” (dopo lo svuotamento della politica) si intendono le persone economicamente più potenti. Una persona che detiene un grande potere economico è una persona che si è arricchita producendo un qualcosa che piace di più al maggior numero di persone. Qualsiasi forma di persuasione, più o meno occulta, che non ricorra all’uso diretto della forza (tipico solo della politica), non impedisce al consumatore di scegliere il suo prodotto preferito. Il “potentato” economico sarebbe il risultato di milioni di scelte esercitate in piena libertà. Non è questa una democrazia perfetta?

Se Hobsbawm avesse ragione, insomma, vivremmo in un’epoca storica avviata verso un mondo molto più libero. Purtroppo Hobsbawm non ha ragione: dobbiamo ancora subire il peso di Stati molto forti.




permalink | inviato da oggettivista il 28/10/2007 alle 18:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa


25 ottobre 2007

Cristiani e musulmani riconciliati. Ma in mezzo c'è la modernità

Ammettiamo che i 138 esponenti del mondo musulmano, autori di una lettera di riconciliazione e dialogo con il cristianesimo, siano in buona fede. Ammettiamo che la loro volontà sia realmente quella di arrivare alla pace con le chiese cristiane, non solo quella cattolica, ma anche quella ortodossa e quelle protestanti. Che cosa cambierebbe nell’attuale scontro di civiltà? Niente. Non lo dico per estremo scetticismo, ma ci sono fattori evidenti che suggeriscono che questo scontro non finirà neppure con la riconciliazione tra due grandi religioni monoteiste.

Prima di tutto, come fa notare Carlo Panella, anche i termini del testo non fanno presagire una volontà sincera di dialogo con il Cristianesimo (e tantomeno con l’Ebraismo): in pratica questo invito potrebbe essere una polpetta avvelenata. Ma non è neanche questo il punto.

Il punto è che, per sanare il conflitto in corso (perché c’è un conflitto in corso, anche se non c’è alcuna dichiarazione di guerra) l’Islam dovrebbe scendere a patti con la modernità: libertà individuale, capitalismo e secolarismo dell’Occidente. Sono questi i fattori scatenanti dell’odio islamico, sia contro Israele, sia contro le democrazie occidentali. Israele è odiato da tutti i regimi islamici perché è uno Stato laico e democratico, che non si fonda su alcuna legge religiosa. L’unico Stato musulmano che sinora ha accettato Israele è la Turchia: altro Stato laico (per lo meno finora). I movimenti islamisti più radicali, dai Fratelli Musulmani ad Al Qaeda passando per la Repubblica Islamica dell’Iran, odiano soprattutto gli Stati Uniti, paese che ha già attuato da più di due secoli la separazione tra Stato e religione. L’ideologo della Fratellanza Musulmana (nonché ispiratore di Al Qaeda) Sayyd Qutb contestava soprattutto la modernità e l’individualismo delle società moderne: separando la religione dalla politica e dalla scienza, esse ridurrebbero l’uomo ad uno stato di inferiorità morale e di solitudine. Gli attuali movimenti islamisti non ammettono che una società occidentale, che dovrebbe essere “inferiore”, abbia accumulato negli ultimi tre secoli così tanto potere economico e militare. Non è un caso che l’attacco più plateale del terrorismo islamista è stato lanciato contro i simboli del capitalismo (Torri Gemelle) e del potere militare americano (Pentagono ed era prevista anche la Casa Bianca), non contro il Vaticano o un altro grande simbolo religioso.

Nel documento dei 138 esponenti della religione musulmana, non c’è alcun accenno alla riconciliazione con la modernità. La confusione nasce dal fatto che i teologi musulmani e gli ideologi dell’islamismo tendono ad identificare la modernità con il cristianesimo. Anche Bin Laden parla di “crociati” quando si riferisce agli Americani in Medio Oriente. Mentre, come fa notare Samir Khalil Samir: “Questo punto è importante perché i musulmani tendono a vedere nell’Occidente una potenza cristiana, senza rendersi conto fino a che punto l’Occidente è secolarizzato e lontano dall’etica cristiana”. Quando (e se) i musulmani si renderanno conto che l’Occidente moderno e il cristianesimo sono due cose distinte, è molto più probabile che cerchino un’alleanza con il cristianesimo contro la modernità, invece di riconciliarsi con la modernità stessa. E su questo punto, sicuramente, troveranno la collaborazione di moltissimi cristiani (non solo cattolici) che non vedono l’ora di arrivare alla resa dei conti con la modernità. Anche lo stesso Benedetto XVI, che pure si richiama sempre alla razionalità, da un anno a questa parte preferisce concentrare le sue prediche contro la laicità, il progresso scientifico “indiscriminato” e il capitalismo, piuttosto che contro nemici di altre fedi.

E’ per questi motivi che credo che lo scontro di civiltà sia destinato a proseguire, anche nel caso di una piena riconciliazione fra Cristianesimo e Islam. Solo la modernità garantisce la pace. Per quattro motivi fondamentali:

  1. la ragione e non la fede è l’unico strumento di conoscenza della realtà. Dal momento che assumiamo che la nostra ragione può esplorare e spiegare la realtà, possiamo verificare, in ogni caso, chi ha torto e chi ha ragione senza ricorrere alla forza. La fede, al contrario, si basa su una verità rivelata che non ammette verifiche, né dialogo. L’uso della forza per imporre questa visione del mondo a chi non crede alla verità rivelata diventa, a questo punto, molto più probabile

  2. la ragione richiede la protezione dei diritti di vita e libertà di espressione di ogni individuo, proprio perché ogni individuo deve poter essere libero di capire e spiegare il mondo che lo circonda. La fede non garantisce alcun diritto al di fuori della cerchia dei credenti

  3. la libertà dell’individuo richiede la difesa dei suoi diritti di proprietà, dalla proprietà del suo stesso corpo a quella dei beni di cui è legittimamente in possesso. Qualsiasi fede, al contrario, predica una qualche forma di redistribuzione (più o meno volontaria) delle proprietà individuali all’interno della comunità religiosa, al fine di realizzare una società più giusta

  4. la difesa del diritto di proprietà fissa un confine morale invalicabile tra un individuo e tutti gli altri. Chi aggredisce la proprietà altrui, per derubare, ferire o uccidere, passa un confine ben visibile e rende legittima una risposta. Al contrario, in una visione comunitaria della società, tipica di tutte le religioni (dove la proprietà non è considerata come un principio sacro e inviolabile, ma accessorio), il confine tra aggressore e aggredito è più difficilmente tracciabile e le aggressioni sono considerate più legittime, specie se a danno di non credenti o di credenti di altre fedi.

Finché non vengono accettati questi parametri di convivenza sociale, non possiamo sperare nella pace.




permalink | inviato da oggettivista il 25/10/2007 alle 14:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


24 ottobre 2007

Cosa vuole Tremonti?

Ho aspettato a leggere bene l’intervista a Tremonti pubblicata su Il Foglio di ieri per capire quali siano le critiche che l’ex ministro dell’economia muove al liberismo dogmatico. E non ho ancora capito dove voglia andare a parare. Premetto che scrivo da oggettivista, quindi un liberista più che dogmatico, un liberista che non dice “il mercato funziona”, ma “il mercato è l’unico sistema che rispetta standard morali accettabili, perché non ammette l’aggressione di alcuni individui (compresi quelli che si fanno chiamare Stato) contro tutti gli altri”.

Bene, che cosa critica Tremonti? La prima critica è all’asimmetria del mercato globale diffusosi negli anni ‘90. E su questo fa notare fenomeni che esistono realmente: mentre noi occidentali puntiamo alla privatizzazione e alla liberalizzazione delle imprese, altri sistemi economici, quali la Cina e la Russia, stanno consolidando i loro sistemi socialisti. In Cina e in Russia nascono grandi aziende statali (che eliminano i concorrenti con la violenza e non con la concorrenza) che si mettono a comprare e vendere sul mercato internazionale. E quindi? Dobbiamo adeguarci al loro sistema? La loro concorrenza è sleale, ma non è neppure detto che funzioni a lungo. I loro sistemi statali non permettono la selezione del prodotto migliore (quello più richiesto dai consumatori), ma quella del prodotto che si impone con la forza perché il produttore è amico del regime al potere. Finché riescono a venderci i loro prodotti, buon per loro. Nel momento in cui non venderanno più, si adegueranno anche loro alle leggi del mercato (privatizzando e liberalizzando), o si chiuderanno in una nuova autarchia che li porterà a un rapido collasso, come è sempre avvenuto per tutti i sistemi chiusi che non rispondono più alla domanda dei consumatori. Ma noi cosa dobbiamo fare? Chiuderci anche noi? Creare anche noi delle grandi aziende di Stato che si impongono a colpi di legge, magari incarcerando i concorrenti come avviene in Russia? Imporre dei dazi, a danno dei consumatori che vengono costretti a “comprare italiano” o non comprare? Mi sembrerebbe un ragionamento analogo a quelli che vogliono una certa forma autolesionista di “reciprocità” nella religione: siccome ci sono i regimi islamici che distruggono le chiese, allora noi dobbiamo distruggere le moschee. Della serie: il mondo attorno a noi fa schifo, quindi iniziamo a fare schifo anche noi. Ma non credo che Tremonti intenda questo. E allora che cosa vuole?

Riguardo l’agricoltura, Tremonti considera giustamente assurdo il sistema costruito dall’Europa. Ma questo sistema europeo è interamente statale e scimmiotta addirittura le quote di produzione che erano in uso nella vecchia Unione Sovietica, dove il contadino doveva produrre di più per raggiungere una quota fissata dal regime, o distruggere i suoi prodotti se superava la quota stessa. Siccome questo sistema non soddisfa la domanda dei consumatori europei, per evitare grane gli eurocrati hanno imposto dazi che impediscono una vera concorrenza dei prodotti agricoli africani e americani. Il sistema è effettivamente assurdo e insostenibile nel lungo periodo. Tremonti cosa suggerisce? Di aprirci al mercato? O di continuare a imporre quote e dazi? Se la soluzione ragionevole è la prima, allora perché si ostina a criticare il dogmatismo liberista e non si mette a criticare il vero problema: lo Stato?

Non mi addentro troppo nella sua analisi della crisi della finanza, la Crisi con la “C” maiuscola di cui tutti parlano da almeno quattro anni, ma che evidentemente non ha ancora gettato sul lastrico decine di milioni di persone, visto che andando in giro per le strade di Milano non vedo schiere di famelici “homeless”, ma belle macchine e gente vestita con abiti griffati. Mi pongo semplicemente una sola domanda: in che modo lo Stato potrebbe salvare la finanza? Se i giocatori puntano rischiando e perdono, in che modo uno Stato potrebbe salvarli? Proibendo il gioco d’azzardo? O dando i soldi a chi perde? In entrambi i casi non si salverebbe proprio nessuno: se proibisci il gioco, perdono tutti, nel senso che nessuno guadagna più. Se dai i soldi a chi perde, allora diventa conveniente perdere, tanto pagano gli altri. E in questo modo perdono tutti di nuovo. Faccio solo un esempio: se un ingenuotto si mette a comprare una casa attirato da un tasso flessibile del 2% e poi (come prevedibile) si trova a pagare interessi del 7% (era flessibile, c’era scritto sul contratto) e non ce la fa, chi deve pagare per lui? Chi ha il diritto di costringere altri, che non siano i suoi amici e familiari, a pagare per lui?

La parte teorica del ragionamento di Tremonti è la più dolorosa, soprattutto quando distingue (come Benedetto Croce a suo tempo) il liberismo da liberalismo. Evito di cadere nell’ennesima trappola linguistica e mi chiedo: che cosa deve fare lo Stato? Tremonti dice che, quando è necessario, bisogna far intervenire lo Stato. E quando sarebbe necessario? Lo Stato è un’organizzazione di persone che detengono il monopolio delle risorse di violenza. Finché usano la forza per impedire altri atti di aggressione fisica, ai danni dei cittadini che pagano le tasse proprio per esser protetti, la legittimità dello Stato non fa una piega. Ma perché usare la forza per impedire atti non aggressivi? Perché usare la forza per impedire a due persone di stipulare un contratto? In base a che logica il contratto sarebbe dannoso per una delle due parti? E soprattutto: siamo proprio sicuri che i politici al governo siano così morali da tutelare la parte più debole? Non saranno per caso più tentati dal tutelare la parte più forte e sleale, come è sempre avvenuto nella storia del nostro paese? Se Tremonti crede veramente che lo Stato sia questa magnifica agenzia di missionari intenti a salvare la gente dalla miseria e dal rischio, lo creda pure e agisca di conseguenza. Ma lo faccia a spese sue, non con i miei soldi.




permalink | inviato da oggettivista il 24/10/2007 alle 13:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa


18 ottobre 2007

“Il buio nell’anima” e il diritto naturale

Hollywood ci aveva abituati a film pacifisti e anti-americani, ma a volte arrivano film che riabilitano il vero spirito dell’America e rivelano la sua anima fiera e individualista. Questo regalo ci arriva da una parte che non mi aspettavo: da Jodie Foster, notoriamente radical-chic, che ha prodotto e interpretato uno dei migliori film dell’anno: “Il buio nell’anima”. La trama è semplice, vista in tanti B-movie come la serie dell’ispettore Callaghan o l’italiano “L’uomo della strada fa giustizia” di Umberto Lenzi: una donna subisce una violenza inaudita (viene pestata assieme al fidanzato durante una passeggiata al Central Park, lei si salva per miracolo, ma il fidanzato non ce la fa), la polizia non le dà retta, la legge non le garantisce sicurezza e allora si arma e si fa giustizia da sola. A differenza dei film di serie B che hanno trattato sinora questo argomento, che raccontavano cose sacrosante, ma le dicevano malissimo, il regista Neil Jordan e la straordinaria Jodie Foster hanno soffiato vita nuova in un genere che sembrava morto e defunto, dotando il film di personaggi di grande spessore psicologico, di un’ottima recitazione e di situazioni assolutamente realistiche. In parole povere: hanno nobilitato una categoria di film che sinora erano stati buttati nella spazzatura dalla critica. E infatti il film è piombato sulla scena buonista cinematografica italiana (tutta fatta di storielle d’amore adolescenziali, solidarietà e famiglie in crisi di valori) come un macigno, lasciando tutti storditi. A partire dai titolisti che hanno tradotto l’originale “The Brave One” (la coraggiosa) in un poetico ma melenso “Il buio nell’anima”, quasi a mettere sullo stesso piano gli aggressori e l’aggredita in un buio spirituale comune.

La critica non ha potuto ignorare il film, non l’ha potuto liquidare in serie B e allora ha reagito con stizza. Su La Repubblica, Paolo D’Agostini dice che si tratta di un film: “Con un finale che, pur fatta la tara sulle necessità dello spettacolo e dell’intrattenimento, lascia francamente interdetti per il suo messaggio immorale. Via libera a chi ha deciso per conto suo chi sono i cattivi e si attribuisce il compito di farne piazza pulita”. Certo, perché per l’intellighenzia italiana, buoni e cattivi non si possono distinguere. No. Un teppista che ti lascia in fin di vita non è cattivo. Un mafioso che stermina i suoi sottoposti e parte della sua famiglia non è cattivo. Un pervertito che droga le prostitute lasciandole in fin di vita e non le paga non è cattivo. No: nell’ottica italiana sono tutti “disagiati”, magari da recuperare con qualche programma sociale, o da tirare fuori dalla galera quando le carceri sono troppo piene. Permettendo loro di continuare ad ammazzare. In Italia, non solo non è ammissibile che la vittima si faccia giustizia, ma si esige moralmente che conceda il perdono agli aggressori, come viene insistentemente richiesto, di fronte alle telecamere, dai giornalisti di cronaca nera. Questo perché nella cultura italiana, manca del tutto il concetto di responsabilità individuale. Un individuo sceglie se fare del bene o fare del male, può essere buono o cattivo se sceglie di aderire a idee o a uno stile di vita buono o cattivo. Ecco, tutto questo non esiste nella nostra filosofia di vita, dove niente è determinato dalla libera scelta, ma tutto è determinato da una fantomatica “società”. E quindi anche il criminale diventa vittima della “società” e lo scopo del carcere è quello di reinserirlo il prima possibile nella “società”. La critica della Stampa, Alessandra Levantesi ritiene che: “Il problema è che la sceneggiatura si incarta su se stessa nel tentativo da una parte di giustificare umanamente e dall'altra di moralmente condannare”. Il Manifesto definisce il film “politicamente confuso” e immagino intenda apportare qualche rettifica morale in stile maoista. No, non c’è alcuna condanna, né alcuna confusione morale. Le scene di violenza sono realistiche, Jodie Foster non ama ammazzare, ma non si condanna. Quando uccide i cattivi non le tremano le mani. E’ solo quando si trova a sparare su un bersaglio innocente, pur senza doverlo uccidere, che ha dubbi e trema. Ma la rettitudine morale della sua azione non è mai messa in discussione. Semmai, in Italia, si confonde troppo spesso tra la legge e la giustizia, che invece non sempre coincidono. Se la legge non garantisce protezione ai cittadini, è giusto che questi si difendano da soli. La giustizia si fonda, non sulla legge dello Stato, ma sulla legge naturale, che si può riassumere nell’assioma di non aggressione: non è legittimo dare inizio alla violenza, è legittimo l’uso della violenza solo in risposta a un’aggressione. Il personaggio di Jodie Foster rispetta l’assioma di non aggressione: non dà inizio alla violenza, ma la esercita per autodifesa o per rispondere a precedenti atti di violenza commessi dall’aggressore. La sua azione è dunque perfettamente legittima, anche se illegale, perché agisce al di fuori, in alcuni casi anche contro, l’apparato giudiziario e poliziesco dello Stato. Ma vale la pena di rispettare la legalità, quando questa va contro le nostre esigenze primarie, prima di tutto la vita? Anche i nazisti erano perfettamente legali: seguivano alla lettera la loro legge. Ma la loro azione non era legittima. Però, in Italia, è difficile capire questa differenza abissale che c’è molte volte fra legge e diritto naturale. E dunque i critici continueranno ad essere infastiditi e sconcertati di fronte a film che la fanno toccare con mano.




permalink | inviato da oggettivista il 18/10/2007 alle 20:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


15 ottobre 2007

PD, è morto il comunismo. Per far posto al... ?

Le primarie del PD sono una bella notizia in sé: è la prima volta che una massa di elettori sceglie il vertice di un partito. Anche se le procedure sono discutibili e il risultato (Veltroni) era scontato, è sicuramente un esempio di democrazia diretta e su questo c’è ben poco da contestare. Le elezioni sono sempre utili, non tanto perché costituiscono un’investitura popolare di un leader (principio comune anche a tutte le dittature), ma perché creano competizione tra aspiranti leader, che si sentono sempre contesi da altri politici in lizza e devono, quindi, mantenere le promesse fatte al loro elettorato. Introdurre maggior competizione è un esempio utile per tutti. Quel che può essere rimproverato al PD è semmai di non aver promosso una maggior competizione al suo interno, con dibattiti pubblici e vere critiche fra i candidati e le loro correnti.

Le primarie del PD sono una bella notizia soprattutto perché pongono la parola fine alla tradizione comunista, che ora resta confinata solo a piccoli partiti estremisti. Non era molto credibile un partito come i DS quando si dissociava dal passato totalitario, considerando che tutti i suoi membri avevano un passato nel PCI. Adesso, il nuovo soggetto politico, anche se ha un leader ex comunista, include anche tanti politici che il comunismo lo hanno combattuto davvero, per cui può legittimamente presentarsi come un qualcosa di completamente diverso dal passato totalitario.

Ma adesso che cosa farà il PD? Che cultura politica ha? Che cosa vuole? Che cos’è? Al suo interno prevalgono politici che si sono formati sotto le tre maggiori ideologie italiane: il comunismo, il socialismo e il cristianesimo democratico. Tutte e tre queste ideologie hanno mostrato chiaramente al mondo intero di essere fallite. Il comunismo è crollato dopo aver cercato di prendere un potere assoluto per trasformare (con la forza) l’uomo. I comunisti volevano fare dell’uomo, essere naturalmente egoista, una creatura nuova, altruista e disinteressata, dedita unicamente al bene degli altri in una società dove tutto era collettivizzato. Questa utopia, che di per sé è terribile (annulla totalmente ogni aspirazione individuale, togliendo all’uomo la gioia di vivere) si è rivelata impossibile da realizzare, al prezzo di oltre 100 milioni di vittime dei regimi comunisti. Non è un effetto collaterale: è proprio il tentativo di cambiare la natura umana con la forza che ha creato questo sfacelo. I regimi comunisti più coerenti e puri (Lenin, Stalin, Mao, Pol Pot, Kim Il-sung) sono stati anche quelli più sanguinari, proprio perché è impossibile cambiare la natura umana senza fare un uso massiccio della violenza. Il socialismo si differenzia da questo progetto solo per il metodo, ma non per le finalità. Anche i socialisti mirano a creare l’uomo nuovo, a fare di un essere naturalmente egoista una creatura nuova, altruista e dedita solo al bene della collettività. Il socialismo mira a realizzare questa utopia con le elezioni democratiche e con le riforme, invece che con la dittatura e l’uso massiccio della violenza. Ma è la meta finale che è sbagliata, perché è inutile e terribile castrare l’uomo per farne un essere dedito solo al bene degli altri, fuso in una collettività anonima. Se è fallito il comunismo, non vedo perché si debba considerare un successo un’ideologia che voleva arrivare al suo stesso risultato con un metodo più graduale. L’ideologia più difficile da comprendere è il cristianesimo democratico, visto che è molto frammentata ed è priva di una sua dottrina ufficiale. Ma le sue basi sono le stesse: partendo dal Vangelo, invece che dalle utopie dell’800, è una filosofia che mira a educare l’uomo, egoista di natura, a diventare altruista, a sacrificarsi per mettere le sue capacità in comune con il resto della società. E anche questo progetto è fallito, anche se non così platealmente come gli altri due. Ovunque i partiti democristiani hanno applicato le loro teorie di “economia sociale di mercato” e corporative, hanno fatto retrocedere e non avanzare il benessere della popolazione. Di più: hanno tolto stimolo all’iniziativa individuale e scoraggiato la libertà in tutti i campi. L’uomo non libero, incastonato nella comunità, non è felice e lavora peggio sotto tutti i punti di vista.

Bene: queste sono le culture in campo nel nuovo PD. Quale vincerà? Chiunque vinca, la libertà perde.




permalink | inviato da oggettivista il 15/10/2007 alle 19:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (17) | Versione per la stampa


12 ottobre 2007

Un insulto alla pace

Il Nobel per la Pace è diventata un’istituzione strana. Nel 1973 lo assegnarono al ministro degli esteri nordvietnamita Le Duc Tho, uomo che amava affermare: “Non si è colpevoli se si trovano le prove. Si è colpevoli se il Partito ti giudica colpevole”. Una visione pacifica della giustizia che legittimò fucilazioni di massa e campi di rieducazione. Nel 1993 fu assegnato a un altro grande uomo di pace: Yassir Arafat, che di lì a sette anni avrebbe buttato al macero gli accordi di Camp David per scatenare la più grande offensiva terroristica della storia contro i civili israeliani. Nel 2004 fu premiata la biologa keniota Wangari Maathai, che sbianca di fronte ai suoi nobili predecessori, ma comunque è riuscita a distinguersi nel dibattito politico con perle come questa: “Ci viene detto che l’Aids viene dalle scimmie. Sciocchezze: noi africani abbiamo sempre vissuto con le scimmie, senza conseguenze, mentre ora siamo proprio noi ad essere sterminati da questa epidemia più di ogni altro popolo nel pianeta. È ovvio che sono stati creati agenti di guerra biologica per cancellare intere popolazioni: del resto è questa la motivazione che ha spinto a invadere l’Iraq”. Il Nobel per la pace del 2007, l’ex vicepresidente statunitense Albert Arnold “Al” Gore, può sembrare un’eccezione dopo questa schiera di vincitori che hanno combattuto contro gli Stati Uniti, con le armi in pugno o almeno a parole. In realtà non si tratta affatto di un’eccezione, perché Al Gore, da quando è stato battuto per un pugno di voti da George W. Bush nelle elezioni presidenziali del 2000 è diventato il principale paladino americano dell’antiamericanismo più viscerale e ideologico. Truccando le carte, giunge a definire gli Stati Uniti “il paese più inquinante del mondo”, dimenticando che le sole acciaierie cinesi producono il 51% delle emissioni di anidride carbonica di tutte le fabbriche del mondo e che, fino a sette anni fa gli Stati Uniti erano governati... proprio da lui.
 
Se, negli anni ‘70, Oslo privilegiava figure campione dell’egualitarismo socialista e comunista che si battevano contro il sistema capitalista, oggi sono privilegiati personaggi che sono sempre anti-capitalisti, ma nel nome dell’ecologismo. Wangari Maathai è una teorica dell’ecologismo più radicale, ritiene che la civiltà occidentale, il capitalismo e le religioni monoteiste siano condannabili dalle loro stesse fondamenta perché sanciscono il primato dell’uomo sulla natura, mentre, secondo la biologa keniana, l’uomo deve essere sottomesso alla natura. Anche Al Gore, uomo molto più pratico e meno ideologizzato, sostiene una visione del mondo simile: l’Occidente, il suo sistema giuridico fondato sulla proprietà privata individuale e il suo sviluppo capitalista, è visto come il cancro del pianeta. La “pace”, secondo questa visione del mondo, riveste un altro significato rispetto a quello tradizionale di assenza di violenza tra gli individui. Il filosofo oggettivista Robert James Bidinotto, nel suo “The Green Machine” ci ricorda quali siano le basi della filosofia politica ecologista: “Il filosofo norvegese Arne Naes afferma che gli individui non esistono, ma fanno parte di un più ampio ecosistema. L’ecologismo ‘ingenuo’ dei principali gruppi ambientalisti, sosteneva Naes, era ancora antropocentrico, o omocentrico. Mirerebbe solamente alla preservazione dell’ambiente a vantaggio dell’uomo. L’ecologia ‘profonda’, invece, deve condurre a una visione di ‘egaulitarismo biosferico’, in cui sono imposti uguali diritti a tutti gli organismi esistenti”. Secondo questa visione dell’ecologismo politico, di cui Wangar Maathai e Al Gore (ma anche Michail Gorbachev e tanti altri) fanno parte, la pace tra gli uomini è solo un epifenomeno di un più ampio equilibrio dell’ecosistema.
Ma è vera pace? No, perché la pace dell'uomo con l'ecosistema implica necessariamente una maggior lotta tra uomini per la sopravvivenza. Quando Al Gore propone prezzi più alti per energia e carburante, crea più conflitto sociale, tra i pochi privilegiati avvantaggiati e i tanti svantaggiati. Se propone uno sviluppo mondiale "sostenibile" sostenendo la riduzione delle nascite nel Terzo Mondo, crea una conflittualità internazionale ancora più forte. E chi va a dire a Cinesi e Indiani che devono rinunciare alle loro nuove capacità industriali e a un benessere consumistico che stanno appena iniziando a vedere? Non si tratta di particolari. E' l'idea di fondo, alla base del pensiero malthusiano-ecologista, che crea conflitto. L'unico sistema economico "ecocompatibile" è quello di sussistenza. E in un sistema di sussistenza, quando finiscono le risorse nel tuo orticello, o muori di fame o invadi l'orticello altrui. Gli ecologisti esaltano sistemi economici primitivi di civiltà extra-occidentali e non vogliono vedere che si tratta di società perennemente in conflitto, con loro stesse e con tutti gli altri. Sono tutti anti-occidentali e non vogliono vedere che l'Occidente, proprio grazie al suo capitalismo (che è fondato sullo scambio e non sul dominio) è l'unica civiltà che vive in pace, almeno al suo interno.




permalink | inviato da oggettivista il 12/10/2007 alle 19:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


11 ottobre 2007

Genocidio armeno, finalmente giustizia

  Lasciamo perdere i “realpolitiker”, quelli che “no, non è il caso di ricordare il genocidio armeno proprio adesso che dobbiamo mantenere salda l’alleanza con la Turchia”. La risoluzione passata dal Congresso che riconosce pienamente il genocidio armeno e invita il presidente a ricordarlo, fa giustizia dopo 92 anni di silenzi e negazionismo. Non c’è da chiedersi se sia conveniente o meno passare una risoluzione che lo riconosce. Le domande giuste da porsi sono altre: nel 1915 i Turchi hanno ucciso a freddo un milione e mezzo di armeni? Questo omicidio di massa può definirsi genocidio? A entrambe le domande la risposta è: SI. Il numero di morti è un milione e mezzo. Lo sapevano anche l’ambasciatore americano a Istambul di allora, Morgenthau, che assistette al massacro mentre veniva compiuto. Lo seppero subito i governi dell’Intesa che nel 1915 stavano combattendo contro la Turchia. Lo provarono le prime indagini condotte dalle forze dell’Intesa dopo la resa dell’Impero Ottomano nel 1918. Lo provano numerosi documenti, come le trascrizioni delle riunioni al vertice dei Giovani Turchi (al potere nel 1915) in cui si parla chiaramente di come eliminare fisicamente la minoranza armena fino all’ultimo individuo. Lo si ammetta o meno, il genocidio fu commesso realmente. E’ inutile negarlo per motivi di convenienza politica ed è depressivo sentire politici come Condoleezza Rice, da sempre dichiaratamente favorevole a una politica attenta alla democrazia e alla libertà individuale, parlare di “non opportunità” della risoluzione. La risoluzione è quanto mai opportuna, invece. Se la Turchia vuole entrare a pieno titolo in Europa, deve ammettere i crimini del suo passato e prendere nettamente le distanze dall’ideologia profondamente razzista dei Giovani Turchi. Se in futuro dovremo combattere Stati che sterminano i loro cittadini, oltre che a minacciare noi, dobbiamo almeno partire da una condanna storica del genocidio armeno, il primo della storia contemporanea e dell’ideologia razzista che l’ha motivato. Dobbiamo riconoscere, come principio fondamentale della politica estera che lo Stato massimo, che concentra tutto il potere nelle sue mani, è un’efficiente e terribile macchina di morte, mortale per i suoi cittadini così come per i suoi vicini. E spero anche che questa risoluzione serva di lezione ai Democratici americani che l’hanno promossa. I Democratici siano coerenti, una buona volta, proprio loro che hanno sempre fatto gli idealisti in patria e i cinici in politica estera, che ritengono secondarie le grandi violazioni di diritti umani di Al Qaeda in Iraq pur di ritirare le truppe e adesso chiudono un occhio sui crimini commessi dal regime di Teheran pur di evitare la guerra.




permalink | inviato da oggettivista il 11/10/2007 alle 15:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


10 ottobre 2007

Esempio di ingiustizia all’italiana

Quando si parla di ingiustizia, il più delle volte, ci si immagina un potente che sfrutta e maltratta i deboli. Questi episodi capitano tantissime volte in Italia, anche se i potenti, il più delle volte, si giustificano dicendo che il loro potere serve ad aiutare i deboli. Ma capita spesso che ad avere sempre ragione siano quelli che vengono considerati “deboli” anche se aggressori. Un piccolo, tipico, esempio della vita nervosa milanese di una di queste mattine lo spiega bene: un tabbozzo malvestito sta attraversando la strada e sta per essere investito da un fighetta nervosissimo che guida male la sua auto. Il tabbozzo lo insulta e il fighetta, che è nel torto marcio, risponde a insulti. Il tabbozzo (da bravo tabbozzo) va al finestrino della macchina (aperto) e inizia a picchiare il fighetta. Poi, non contento, gli danneggia pure la macchina. A questo punto è il tabbozzo che è in torto marcio perché ha dato inizio all’aggressione. Gli insulti sono parole e non fanno male, il fighetta non stava minacciando fisicamente il tabbozzo. L’aggressore è decisamente il tabbozzo. Il fighetta, dal canto suo, non reagisce bene. Reagisce malissimo, insegue con la macchina il tabbozzo e continua a gridargli insulti. Ma non lo aggredisce. Alla fine arrivano i vigili. A questo punto me ne vado, convinto che venga fatta giustizia. Ma una mia amica resta a curiosare e mi riferisce che i vigili danno la colpa al fighetta. Non solo, ma anche la gente che ha assistito alla scena, dà la colpa al fighetta. Tra questi c’è anche la mia amica, che si rifiuta di testimoniare a favore dell’aggredito. Le chiedo perché. La prima risposta è: “il tabbozzo è stato provocato”. La scusa non è sufficiente. Di provocazioni verbali tutti noi, a Milano, in mezzo al traffico, ne riceviamo a migliaia. Se io dovessi rispondere a botte a tutti quelli che mi insultano in macchina, anche quando sono loro in torto marcio, dovrei diventare un serial killer. Estendiamo il discorso alla società e abbiamo una magnifica guerra civile. In molti la pensano così anche negli affari del mondo: quando c’è la polizia che contiene una manifestazione no-global, i no-global si sentono “provocati” dalla presenza dei poliziotti e si sentono legittimati ad attaccarli. Nei giudizi che esprimiamo sul mondo, in molti sono convinti che noi abbiamo “provocato” il terrorismo islamista, perché noi abbiamo belle case e belle macchine, mentre loro vivono nella sabbia. Allora ripiega su una seconda scusa: “ma non li vedi? Uno è lì, poverino, a piedi, vestito male, coi capelli lunghi e l’altro, il maiale, vestito bene col macchinone”. Ahia! Qui subentra il pauperismo catto-social-comunista tipico dell’italiano medio. Se uno appare debole, ha sempre ragione. Anche quando è un aggressore. In questo modo si giustificano tutti i crimini delle parti che appaiono più deboli. I no-global appaiono indifesi di fronte alla polizia e le loro molotov diventano legittime contro gli scudi, i caschi e i manganelli dei poliziotti. I palestinesi appaiono più deboli e poveri (anche se non lo sono: basti pensare ai loro ricchi tiranni e alle potenze economiche che li sostengono) e allora viene giustificato il loro terrorismo contro inermi civili israeliani. Basta vestirsi di stracci e fare le vittime per commettere qualsiasi aggressione? A quanto pare sì: per la nostra opinione pubblica è così. Ma non basta. Anche smontando questo argomento, ne salta fuori un altro: “Ma non vedi che è un tabbozzo? Tu andresti a provocare un energumeno del genere? Quel fighetta se l’è proprio cercata!”. Ecco l’argomento sincero: prevale la legge della jungla, dove vince il più prepotente. Se io dico “io non ho mai pestato nessuno, anche di fronte ai peggiori insulti”, la risposta che ricevo è “perché tu non sai pestare”. E mi vengono i mente quelle professoresse delle medie che, quando mi lamentavo per un compagno violento, invece di dare una nota a lui dicevano a me “impara a stare al tuo posto, se non lo sai affrontare”. E questa mentalità continua anche in età adulta, quando si parla di fenomeni molto più vasti. I nostri media, infatti, generalmente non sostengono la causa dei deboli silenziosi, ma danno ampio risalto solo ai “deboli” più violenti. Delle vittime dei regimi vietnamita, iraniano o cinese parlano in pochissimi. Delle “vittime” tra i violenti palestinesi parlano tutti. Proprio perché loro sono violenti, si impongono all’attenzione a suon di bombe. Anche tra i vari movimenti separatisti europei, nessuno si fila bavaresi, scozzesi o bretoni. Quelli più conosciuti e stimati sono solo quelli più feroci: Ira, Eta, Pkk, ecc... E le vittime del loro terrorismo? “Se la sono cercata”.




permalink | inviato da oggettivista il 10/10/2007 alle 14:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


9 ottobre 2007

In Italia l'Atlante non si ribella

 A cinquant’anni dalla pubblicazione del capolavoro di Ayn Rand, “La Rivolta di Atlante” è tempo di bilanci. Applichiamo il suo modello fantapolitico all'Italia del 2007.

La Rand, nella sua lucida descrizione di una lenta degenerazione totalitaria, aveva scritto che lo Stato, come sua prima mossa, avrebbe emesso leggi di emergenza per impedire la crescita delle grandi aziende.

Già fatto: le aziende che diventano troppo grandi vengono direttamente multate. In Italia abbiamo un’economia che è ancora incentrata su grandi “campioni nazionali”, perennemente in crisi e perennemente salvati dallo Stato, o tramite leggi, o tramite partecipazioni dirette di capitale pubblico. La grande impresa privata, praticamente, non è mai cresciuta. Chi cresce, lo fa solo grazie a leggi ad hoc, o si espande all'estero.

La Rand aveva previsto un aumento vertiginoso della tassazione.

Già fatto: non solo le tasse non accennano a diminuire, ma aumentano. E mentre i politici rappresentati nel romanzo della Rand erano convinti di fare qualcosa di impopolare, un male necessario, da noi un ministro arriva a dire che è bellissimo pagare tasse.

La Rand aveva previsto che lo Stato avrebbe rubato sempre più risorse ai cittadini per pagare aiuti a paesi più poveri e dittatoriali.

Già fatto: i nostri governi (sia di centrodestra che di centrosinistra) lo stanno facendo da un pezzo. Spendiamo miliardi per aiutare dittature che ci considerano apertamente come dei nemici e che sponsorizzano dei terroristi che minacciano direttamente la nostra sicurezza. Spendiamo altri miliardi per proteggere investimenti di imprenditori favoriti dai politici, in base a progetti bizzarri di politica estera, in regimi dittatoriali inaffidabili, dove un privato non investirebbe neppure un centesimo.

La Rand aveva previsto che lo Stato sarebbe diventato molto meno trasparente e avrebbe avviato progetti e operazioni segrete.

Già fatto da un pezzo: in Italia non sappiamo praticamente niente di quello che è avvenuto negli ultimi 40 anni.

La Rand aveva previsto che lo Stato avrebbe impedito la ricerca privata, per concentrarla nelle sue mani.

Già fatto, in pratica: da noi la ricerca non è proibita, ma pesantemente ostacolata per motivi religiosi. Sarà anche lecita la ricerca privata, ma in Italia esiste quasi solo una ricerca finanziata dallo Stato. Così come c’è solo un cinema finanziato dallo Stato, un’arte finanziata dallo Stato…

La Rand aveva previsto che lo Stato avrebbe fortemente regolamentato i trasporti ferroviari.

Già fatto: da noi le ferrovie sono direttamente monopolizzate dallo Stato, da sempre.

La Rand aveva previsto che lo Stato avrebbe proibito il licenziamento dei lavoratori e punito i lavoratori che avessero deciso di lasciare il loro posto di lavoro.

Già quasi fatto: negli anni ’70 eravamo praticamente a questo livello, ma anche adesso che il nostro mercato del lavoro è stato parzialmente liberalizzato, tutto ruota ancora attorno al posto fisso e alla non licenziabilità di chi ha ottenuto un contratto a tempo indeterminato. Chi non ha un posto fisso è ancora costretto (dalla rigidità delle regole imposte al mercato) a vagare tra un posto precario e l’altro.

La Rand aveva previsto che i tribunali avrebbero emesso sentenze solo contro i capitalisti, nell’interesse dello Stato.

Già fatto: per il proprietario di un’attività economica, piccola o grande che sia, è facilissimo beccarsi una condanna per aver violato una delle migliaia di leggi che vincolano la sua attività. L’operaio, il sottoproletario immigrato e l’abusivo sono molto più protetti dalla magistratura, che giudica con criteri sociali e non tanto di giustizia oggettiva.

La Rand attribuiva a uno dei dirigenti aspiranti totalitari del suo romanzo questo ragionamento: lo Stato, per legittimarsi, ha bisogno di condannare dei colpevoli. E il modo migliore per trovare tanti colpevoli è quello di emettere tante leggi, complesse e l’una in contraddizione con l’altra, così che tutti siano colpevoli e tutti abbiano qualcosa di cui farsi perdonare.

Già fatto: in Italia abbiamo 50.000 leggi. Sfido chiunque a conoscerle e rispettarle tutte. Quasi tutti gli italiani hanno alle loro spalle reati non perseguiti e di conseguenza sono perennemente ricattabili. Di più: un sistema mediatico incentrato sull’accusa, fa passare per colpevoli coloro che sono ancora sotto inchiesta. Col risultato che si è colpevoli fino a prova contraria.

La Rand faceva dire a uno dei dirigenti aspiranti totalitari del suo romanzo: “abbiamo realizzato una rivoluzione anti-industriale”.

Già fatto: in Italia prevale una cultura anti-industriale (prima nel nome dell’austerità, ora nel nome della difesa dell’ambiente) al punto che una grande azienda para-statale usa come slogan “La vera rivoluzione è non cambiare il mondo”.

La Rand prevedeva che si sarebbe affermata una cultura relativista, preludio ad un ritorno al peggior irrazionalismo religioso.

Già fatto: nessuno riconosce l’esistenza di un diritto naturale, nella cultura prevalente un sistema di pensiero vale l’altro, una legge vale l’altra, una cultura vale l’altra. Se si deve chiedere pubblica ammenda, all’indomani dell’11 settembre, dopo aver affermato che “la civiltà occidentale è superiore” è perché nessuno crede più che un sistema fondato sulla ragione e sulla libertà dell’individuo, sia realmente superiore a tirannidi fondate sulla forza e sulla fede cieca in qualche dottrina. Oggi ci troviamo a non sapere come affrontare i nuovi pericoli totalitari, perché noi non sappiamo a quali valori appellarci e non  riconosciamo loro come pericoli.

La Rand prevedeva che si sarebbe affermata, nella gente comune, una mentalità fatalista, del tutto priva del concetto di responsabilità individuale.

Già fatto: la stragrande maggioranza della popolazione italiana, anche quella che non vuole pagare le tasse, vuole comunque servizi gratuiti in tutti i settori, chiede allo Stato di abbassare i prezzi di tutti i prodotti e vuole una casa anche a costo di rubarla (tanto ora l’occupazione abusiva delle case, sempre più frequente, non è neppure più considerata un reato penale). Il rispetto della proprietà privata, evidentemente, è ai minimi livelli. Basti vedere che almeno da una decina d’anni a questa parte, uno dei giochi preferiti degli adolescenti è quello di rubarsi la roba in casa o a scuola. Mentre nel romanzo di maggior successo in Italia l’eroe è un ladruncolo e il simbolo del suo amore è un simbolo di schiavitù (il lucchetto).

La Rand aveva previsto che un sistema del genere sarebbe collassato in pochi anni.

Invece noi non siamo collassati: continuiamo a vivere nella stagnazione, ma non crolliamo, né ci sentiamo poveri. Ma solo perché c’è ancora un fitto scambio con paesi stranieri molto più liberi di noi e siamo inseriti in un’Unione Europea che è sì statalista, ma già più liberale rispetto ai progetti dei nostri governi.

La Rand aveva sperato in una ribellione delle persone più produttive e creative della società, che avrebbero dovuto cessare ogni forma di collaborazione con lo Stato e ritirarsi nella clandestinità. Privato del suo miglior capitale umano, lo Stato sarebbe imploso da solo, come è avvenuto in Unione Sovietica.

Da noi la fuga dei cervelli è iniziata da un pezzo. I nostri migliori premi Nobel sono vissuti all’estero e hanno lavorato fuori dall’Italia. I più ricchi tendono a depositare i capitali all’estero, anche se questo governo sta incominciando a braccarli. Ma la maggioranza delle persone produttive preferisce scendere a compromessi con lo Stato, entrare nel sistema, ritagliarsi privilegi, vivere di rendita. La maggioranza dei nostri imprenditori vive all’ombra dello Stato. E non se ne fa una colpa. Siamo pieni di quelli che la Rand definiva “uomini pratici”, persone che non hanno un progetto alla base delle loro azioni, ma pianificano solo nel breve periodo, totalmente dipendenti dalle circostanze e dalle opportunità create da altri.

Insomma, in Italia l’Atlante, colui che regge il peso del sistema sulle sue spalle, non si ribella. Preferisce vivacchiare e lagnarsi.




permalink | inviato da oggettivista il 9/10/2007 alle 23:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

sfoglia     settembre   <<  1 | 2  >>   novembre


Blog dedicato ad Ayn Rand
(1905-1982)