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28 novembre 2007

Fare affari con il male: il Dalai Lama e la Cina

La visita del Dalai Lama in Italia ha riaperto il dibattito: dobbiamo riceverlo ufficialmente e rovinare i nostri buoni affari con la Cina, o dobbiamo farlo entrare dalla porta di servizio per salvare i suddetti buoni affari? Posso dire che entrambi i ragionamenti sono sbagliati e incoerenti?

Lo dico e lo spiego: sia gli “idealisti” che sostengono la prima tesi, sia i “realisti” che sostengono la seconda partono dall’assunto che è lo Stato che deve gestire l’economia e creare benessere. Non viene loro neppure in mente che gli imprenditori sono persone indipendenti che rischiano i loro soldi con le loro scelte personali. Se i loro affari vanno bene o male, non è colpa della società, ma delle loro scelte sbagliate, non deve pagare la società, ma devono pagare solo loro. Da più di un secolo questa idea è sparita in Italia, col risultato che ci ritroviamo in imbarazzo ogni volta che c’è da decidere una mossa di politica estera: le sanzioni all’Iran, una risposta dura alla Libia, persino la visita di un uomo pacifico come il Dalai Lama creano problemi diplomatici.

Gli “idealisti” pretendono che noi non dobbiamo fare affari con la Cina, perché la Repubblica Popolare Cinese viola sistematicamente i diritti umani. E’ vera la seconda cosa, ma perché mai noi dovremmo rinunciare alle pile Kingcel che non durano come le Duracel, ma costano la metà? E perché mai noi dovremmo alzare il prezzo di tutti i prodotti fabbricati in Cina a costi irrisori? Perché dovremmo impedire a un investitore di fare soldi investendo sulla (forse temporanea) crescita vertiginosa dell’economia cinese? Gli “idealisti” ti guarderanno scandalizzati e risponderanno sempre che il “lurido” commercio non vale le vite umane stroncate a milioni dalla Cina. Sul piano filosofico gli “idealisti” hanno ragione a metà. E’ vero che la vita di dissidenti e nemici del popolo ha un valore infinitamente maggiore rispetto al risparmio che possiamo fare noi comprando i prodotti cinesi. Ma la domanda è: cosa c’entriamo noi? Perché dobbiamo pagare noi (anche con un piccolo prezzo) le colpe commesse dal regime cinese? Qui gli idealisti non hanno risposta.

I “realisti” hanno a cuore i nostri portafogli e questo rende loro onore. Ma nel nome della nostra libertà di comprare prodotti cinesi a buon prezzo e investire in Cina, ci chiedono di sacrificare altre libertà fondamentali e anche la nostra sicurezza. Invitano cittadini italiani di origine cinese a non manifestare contro il regime di Pechino. Invitano a non mandare centinaia di poliziotti in un quartiere dove i cinesi si ammazzano tra loro, si ribellano, spaccano vetrine, rovesciano auto e menano i vigili urbani, perché “sennò la Repubblica Popolare Cinese potrebbe reagire male”. E adesso ci invitano a non ricevere il Dalai Lama e a non premiarlo per i suoi giusti meriti, perché Pechino minaccia rappresaglie. Perché ci dobbiamo infliggere tutto questo? I “realisti” ti risponderanno sempre guardandoti come un ingenuo e dichiarando che “ci sono ben altri interessi in gioco”. Ma gli interessi di chi? Anche qui: cosa c’entriamo noi con le politiche criminali di Pechino? Dobbiamo per caso renderci loro complici? Dobbiamo fargli da poliziotto decentrato per arrestare i loro dissidenti?

La risposta non è in mezzo a queste due posizioni. E’ altrove: libero commercio in libero Stato. Vuoi investire in Cina? Fallo, ma a tuo rischio e pericolo. Se perdi, sappi che nessuno ti rimborsa. Vuoi comprare cinese? Fai pure: si devono eliminare tutti i dazi e tutte le restrizioni che ancora gravano sull’importazione di merci cinesi. I Cinesi si offendono per motivi ideologici loro? Facciano pure: ci smenano prima di tutto loro, perché sono un’economia emergente che ha bisogno di investitori stranieri e di un aumento costante di esportazioni, quindi non so quanto convenga loro fare i duri con le nostre potenze economiche. Il mercato non deve, in nessun caso, essere inquinato da logiche politiche. Lo Stato, dal canto suo, deve ragionare unicamente in termini di sicurezza. La Cina non minaccia direttamente l’Europa, perché è troppo lontana. Minaccia gli Stati Uniti, che sono il nostro principale alleato e, da 62 anni a questa parte, il miglior garante della nostra sicurezza. Quindi a noi conviene indebolire militarmente e politicamente la Cina, perché è uno Stato dichiaratamente ostile alle democrazie occidentali, a tutti noi. Ci conviene mantenere l’embargo sulle armi, boicottare le loro iniziative internazionali, ospitare i loro dissidenti e dar loro tutto il riconoscimento e l’appoggio richiesto. Poi chi vuole commerciare, commerci pure liberamente.




permalink | inviato da oggettivista il 28/11/2007 alle 15:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


27 novembre 2007

Dialogare con il male: Annapolis

La Conferenza di Annapolis sarà un successo o sarà un fallimento? I commentatori più smaliziati considerano la conferenza voluta dalla Rice come un’iniziativa destinata a fallire. Se non altro perché sono stati invitati una cinquantina di governi, ciascuno con interessi divergenti rispetto a tutti gli altri. I più ottimisti (e Bush, che è direttamente interessato) sono convinti che si arriverà all’accordo tra Israele e Autorità Palestinese.

Nessuno affronta la questione su un piano morale: è giusto giungere ad un compromesso con i paesi nemici di Israele? I sostenitori dell’iniziativa sostengono che la morale sia secondaria. Quel che conta è raggiungere una soluzione “pratica”. Che è un nonsenso perché ogni “pratica” deve essere preceduta da una teoria su cosa è giusto e cosa non lo è: ogni scelta dipende dai nostri giudizi sulla realtà, la pratica è semplicemente l’applicazione di questi nostri principi alla realtà. Ora vi spiego perché la soluzione che si sta cercando ad Annapolis non è morale e non è nemmeno pratica. Non è morale perché chi partecipa alla conferenza da parte araba non segue principi moralmente accettabili. Al Fatah è nato come un movimento terrorista intransigente, è discendente diretto di quella parte di nazionalisti arabi che si allearono con Hitler nella II Guerra Mondiale, ha una filosofia di base che non si discosta molto da quella nazionalsocialista originaria (supremazia araba, dittatura, socialismo economico) e il suo programma è la distruzione di Israele. Nel corso degli anni, questo movimento non è diventato più moderato, è diventato semplicemente più pragmatico, si è adattato alle tante sconfitte che ha subito, dal 1964 alla morte di Arafat nel 2005 e ha adottato una strategia più graduale. Ora Al Fatah accetta anche trattative per giungere a compromessi provvisori con il nemico e intende distruggere Israele per fasi, non in un colpo solo. Prima vogliono creare uno Stato indipendente palestinese, poi garantire il rientro dei discendenti di tutti i profughi arabi in Israele, poi attaccare Israele dall’esterno e dall’interno.

Altro partecipante di Annapolis è il regime siriano di Assad. Anche questo è un dittatore del Baath, partito-fotocopia dei nazionalsocialisti di Hitler (anche i testi di base sono copiati dal tedesco), il cui scopo è quello di garantire supremazia araba, socialismo economico e dittatura. E anche in questo caso il suo obiettivo è la distruzione dello Stato ebraico per la conquista di tutti i territori che si affacciano sul Mediterraneo, Israele così come il Libano. Per raggiungere questo obiettivo, negli ultimi anni Assad non ha esitato ad allearsi con un vecchio nemico: gli islamici radicali. In primo luogo si è alleato con l’Iran di Ahmadinejad, ma poi anche con i radicali islamici sunniti di Hamas, che fino a un decennio fa erano considerati come acerrimi nemici.

Altro partecipante ancora: l’Arabia Saudita. Una monarchia assoluta che vive in modo parassitario sulle risorse naturali del paese e che, per mantenere l’ordine, si è alleata da secoli con il clero più reazionario e fanatico dell’Islam, quello wahabita. Il cui scopo (che poi è l’ideologia ufficiale saudita) è riportare l’Islam alle origini, cancellando ogni altra religione e ogni uso considerato non musulmano, imponendo la segregazione delle donne e combattendo ogni aspetto della società moderna e secolare. I wahabiti scatenano la loro polizia religiosa all’interno dell’Arabia Saudita per far rispettare la legge religiosa (introdurre una croce o una Bibbia può comportare la morte) e finanziano la predicazione dell’Islam più intransigente in tutto il mondo. E non solo la predicazione: il terrorismo palestinese, quello islamico in Iraq, quello ceceno e il terrorismo islamico in Africa sono finanziati dai Sauditi. Anche l’Arabia Saudita vuole la distruzione di Israele, che vede come uno Stato eretico, un corpo estraneo incastonato in terra islamica.

Perché trattare con questa gente? Sarebbe ingenuo credere che ad Annapolis si convertano a principi liberali e democratici, che inizino a considerare Israele come uno Stato legittimo con cui firmare un trattato di pace e con cui fissare confini sicuri. Quel che si può ottenere, al massimo, è un compromesso: saranno le democrazie occidentali e Israele a dover accettare la giustezza di alcuni dei loro principi, di alcune delle loro richieste, permetteranno ai loro progetti egemonici di avanzare ancora un po’. E’ accettabile? Abbiamo combattuto con milioni di morti per fermare il nazismo: perché mai adesso accettiamo volentieri la vittoria di alcune sue emanazioni mediorientali? L’idea della supremazia della razza e della dittatura non sono accettabili per noi, sono ordini sociali che abbiamo rigettato moralmente decenni fa. Stiamo combattendo una lunga guerra contro il terrorismo islamista e i regimi che lo sponsorizzano: perché mai dovremmo dar retta al principale di questi regimi, cioè l’Arabia Saudita? Anche in questo caso, l’imposizione di una legge religiosa è incompatibile con i nostri principi di tolleranza religiosa e di laicità. Permettere a questi regimi di avanzare le loro pretese e ottenere concessioni, per noi, è una sconfitta e basta. Accettare un compromesso con loro è una soluzione “pratica”? Non credo proprio. L’Arabia Saudita non si accontenterà mai sino alla realizzazione del suo disegno universale: l’esportazione della sharia in tutto il mondo e per lo meno in tutto il Medio Oriente e nel fare questo entrerà in conflitto anche con la Siria e con Al Fatah, che sono movimenti nazionalisti prima che islamici. La Siria non si fermerà sino alla realizzazione del suo disegno nazionalista, punterà sempre all’unità e alla supremazia araba e per questo si scontrerà con Al Fatah, che mira agli stessi territori. Sia Al Fatah, che la Siria, che l’Arabia Saudita mireranno sempre alla distruzione dello Stato di Israele, che nei piani a lungo termine di tutti e tre deve essere distrutto. Possono accettare una tregua, concessioni limitate nel breve periodo, ma se non cambiano drasticamente la loro ideologia, continueranno a combattere. E’ per questo che Annapolis potrebbe fallire. Ma a questo punto si deve SPERARE che fallisca.




permalink | inviato da oggettivista il 27/11/2007 alle 8:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


19 novembre 2007

Un nuovo partito antifascista

Naturalmente tutti i vecchi politici e l’elettorato di sinistra hanno paura del Fuhrerprinzip, un uomo solo alla guida del popolo. Due minuti dopo che Berlusconi ha lasciato la folla acclamante di San Babila, una mia parente di sinistra parte subito col solito ritornello: “Anche il fascismo era nato così”.

Giusto un paio di considerazioni per smantellare queste paranoie: nel biennio rosso (1919-1920) in cui si è plasmato il Partito Fascista, la gente voleva ordine, ma non voleva il fascismo. Alla prova elettorale, il grosso degli Italiani dimostrò di votare per il Partito Popolare e per il Partito Socialista. I fascisti erano una minoranza ideologicamente estremista, rissosa e chiassosa, tanto quanto lo erano i comunisti. E, come i comunisti, non erano affatto amati dalla popolazione. Ieri ero in Piazza San Babila a Milano e la gente che ho visto acclamare Berlusconi era l’espressione della tipica “Milano che lavora”, quanto di più lontano dall’estremismo ideologico e dalla voglia di “violenza creativa” dei rivoluzionari di destra e di sinistra.

Secondo: la fondazione del Partito del Popolo è stata decisa da Berlusconi per scavalcare la vecchia classe dirigente di AN e UDC e dunque superare proprio i vecchi residui ideologici del fascismo che ancora sono diffusi nella destra. Creare un grosso partito di centro, con un programma liberal-conservatore è un atto di puro antifascismo. Mi spiego meglio: nonostante i molti tentativi di trasformare AN in qualcosa di diverso e i molti blogger e militanti che vogliono dare ad AN una cultura di destra occidentalista e moderna, Fini e la sua classe dirigente non hanno prodotto alcun cambiamento. Non basta andare a Gerusalemme per definirti antifascista: devi cambiare cultura e programma, soprattutto il programma economico, che è quello più importante. AN, invece, è stata al centro dello schieramento che ha bloccato le riforme federaliste facendosi portavoce di una cultura centralista, la stessa cultura che pensa di proteggere il Sud dando aiuti a pioggia (compresa la difesa del posto di lavoro di 11.000 forestali in Calabria). Al momento di effettuare tagli fiscali, nel precedente governo, AN ha avuto una funzione di freno e opposizione, dimostrando di avere ancora un concetto statalista dell’economia. Dentro AN c’è ancora una destra sociale che parla con lo stesso linguaggio dei no-global in fatto di anti-capitalismo. Tutto questo non è fascismo realizzato, ma sono i suoi cascami. Un po’ come mi aveva detto un militante missino nel 1993 (prima di Fiuggi e di tutto il resto): “noi non vogliamo più fare la rivoluzione fascista, perché non c’è un nuovo Mussolini, ma ci limitiamo a chiedere uno Stato forte che mantenga l’ordine e combatta contro gli speculatori”. Ma i residui di fascismo ancora più evidenti sono proprio in quel partito antifascista che è l’UDC, erede diretto della DC. E d’altra parte il programma economico della DC che cosa era se non il proseguimento del corporativismo fascista? La dottrina economica fascista (corporazioni, intervento diretto dello Stato nella gestione delle grandi aziende “strategiche” e protezionismo) è stata teorizzata da Amintore Fanfani e da altri professori cattolici che poi avrebbero impostato i programmi economici della DC e dei governi a guida democristiana della Prima Repubblica. I partiti neo-democristiani, la Margherita da una parte (ora parte integrante del PD) e l’UDC dall’altra non hanno cambiato idea: mantengono sempre il programma economico democristiano. Cioè fascista.

Se Berlusconi, fidandosi del consenso popolare che ha (e ce l’ha eccome), riesce a fondare una sua forza politica smarcata da UDC e AN, avrà compiuto la definitiva svolta antifascista del centro-destra. Ora stiamo a vedere quali saranno le idee e i programmi del nuovo partito. La cultura individualista e liberale, in Italia, è merce molto rara. Ma per un bel cambiamento basterebbe una filosofia spicciola come quella esposta dalla Brambilla in tutti i suoi discorsi: più ordine e meno tasse. Due cose semplicissime che nessuno ha mai pensato di proporre seriamente.




permalink | inviato da oggettivista il 19/11/2007 alle 13:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (22) | Versione per la stampa


16 novembre 2007

Ecco i “guru” Walt e Mearsheimer

Stephen Walt e John Mearshimer non sono poi così brutti come li si dipinge. Autori de “La Israel Lobby” hanno attizzato la fantasia di tutti i cospirazionisti del nostro paese (e dell’Europa in generale). Tutti coloro che dicevano “ho il sospetto che gli ebrei siano dietro tutti i mali del mondo”, leggono questo libro e possono dire ad alta voce “i miei sospetti erano fondati”. In realtà i due simpatici autori che ho conosciuto questa sera sono diametralmente opposti ai complottisti nostrani. Non hanno paura di parlare di lobby proprio perché le lobby sono legali e costituiscono il sale della politica in Nord America. Le numerose lobby filo-israeliane (cristiane, neoconservatrici, liberal ed ebraiche) agiscono alla luce del sole per tutelare gli interessi dell’alleato israeliano. Walt e Mearsheimer hanno subito rassicurato tutti i presenti all’incontro che non intendono proporre una teoria cospirativa, né suggeriscono di scaricare Israele, di cui vogliono difendere l’esistenza.

Cosa c’è che proprio non funziona nel loro approccio? L’ingenuità del loro pacifismo: ecco il problema. Perché alla fine, quello che suggeriscono è: “Gli Stati Uniti non devono sostenere la politica di occupazione israeliana che va avanti dal 1967, non devono chiudere un occhio di fronte alla costruzione di insediamenti israeliani, o di basi militari, all’interno dei territori occupati. Se vogliamo essere veramente amici di Israele e tutelare anche i nostri interessi americani, dobbiamo spingere Israele a ritirarsi dai territori. Al contrario, l’appoggio tacito alla politica di occupazione è proprio quello che causa il terrorismo islamico contro gli Stati Uniti”. Secondo loro Israele è veramente uno Stato che rischia di diventare come il Sud Africa. Che se procede con questa politica di occupazione (ma non si è ritirato da Gaza due anni fa?) dovrà arrivare alla duplice scelta di espellere i palestinesi o di segregarli in enclave chiuse in stile apartheid. E secondo loro, la causa del terrorismo islamico è veramente solo la politica israeliana, o quantomeno è la causa principale tra tutte. Trascurano solo qualche piccolo particolare: che fino al 1967 gli Arabi tentarono di invadere e annientare Israele per due volte. Che anche prima della nascita dello Stato di Israele, gli Arabi attaccarono più volte gli insediamenti ebraici e si allearono con Hitler per spazzare via gli ebrei dal Medio Oriente. Ma questi particolari, si sa, scocciano. Perché rischiano di rovinare lo schemino geopolitico che hanno in testa. Secondo loro tutta la tensione, non solo in Medio Oriente, ma su tutti i fronti della jihad globale, è causata dal fatto che a Israele manca una politica “fair”, equa. Perché Barak non ha fatto sufficienti concessioni ad Arafat nel corso delle trattative a Camp David. Perché il nuovo stato palestinese dovrebbe essere costituito da due “enclave separate” e questo vuol dire che “i palestinesi saranno costretti a vivere come animali in gabbia”. Sfugge il particolare che unendo queste due enclave (Cisgiordania e Gaza, ndr) si schiaccerebbe Israele e che gli “animali in gabbia” finirebbero per divorare gli ebrei. Sfugge loro che i palestinesi non vogliono limitarsi a Gaza, né alla Cisgiordania, né a entrambe: nelle loro cartine, in tutte le loro cartine, c’è una sola Palestina che comprende anche tutto il territorio di Israele, dal Mediterraneo al Giordano. L'ideologia islamista, il progetto di riunificazione del Califfato, l'intolleranza religiosa nei confronti degli ebrei... sono tutti aspetti che vengono bellamente ignorati. Ma anche questi particolari, si sa, scocciano. Perché rovinano lo schemino geopolitico che hanno in testa. E anche la geniale soluzione che intendono proporre: spingere Israele a ritirarsi da tutta la Cisgiordania e dal Golan. Dal Golan? Sì: perché così otterrebbero il trattato di pace con la Siria e Damasco premerebbe su Hezbollah (che però prende ordini dall’Iran… se ne sono accorti?) per cessare le ostilità contro Israele. Chissà perché gli Israeliani, quando il Golan era nelle mani della Siria, si beccavano razzi e cannonate tutti i giorni, mentre oggi cambierebbe magicamente tutto. Chissà perché, ritirandosi dal Libano meridionale e da Gaza, Israele ha guadagnato solo una pioggia continua di razzi, sparati dai territori abbandonati, mentre ritirandosi anche da Cisgiordania e Golan, otterrebbe la pace. Misteri della geopolitica.

Non volevo credere che due professori di quel calibro si abbassassero a questo livello di analisi da centro sociale. E invece è proprio questa la molla che li ha spinti a fare anni di ricerche e a scrivere il loro voluminoso libro. Loro sono convinti che la logica da seguire sia quella del disarmo unilaterale, del porgere l’altra guancia. Un po’ come quei pacifisti che, nei primi anni ’80, credevano che i Sovietici non volessero invaderci, ma fossero solo un po’ nervosi a causa dei nostri armamenti nucleari. Un po’ come quei diplomatici, che alla fine degli anni ’30, credevano che la Germania non volesse conquistare tutta l’Europa, ma che fosse solo un po’ scocciata dalle clausole del trattato di Versailles. Un po’ come quegli ebrei, che all’inizio del nazismo, accettarono di finanziare il Partito Nazionalsocialista. E che finirono dritti nei campi di sterminio.




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9 novembre 2007

Oggi il comunismo europeo è morto. Ma può risorgere

Il 9 novembre segna la fine del comunismo in Europa. La caduta del muro di Berlino del 9 novembre 1989 è il fallimento evidente del sistema socialista reale, quello che avrebbe dovuto condurre al comunismo vero e proprio. Già la costruzione del muro di Berlino, un trentennio prima, era un sintomo evidente del fallimento: se è necessario costruire un muro per tenere i cittadini dentro i confini di un paese per sottoporli a un gigantesco “esperimento sociale”, vuol dire che c’è evidentemente qualcosa che non funziona. Il socialismo reale si fondava su una promessa di un futuro che non arrivava mai: oggi avete uno Stato totalitario che non vi piace e siete tutti poveri, ma domani vivrete felici in una società dove non ci saranno più né classi, né Stato. Questo “domani” si sarebbe dovuto realizzare in pochi anni, secondo Lenin, in pochi decenni secondo Stalin e Krushev, poi è diventato un futuro astratto: forse secoli, forse per le prossime generazioni, forse... E nel frattempo la gente che viveva nell’Est europeo del socialismo reale viveva in condizioni economiche degne dell’Africa, pur essendo nel cuore dell’Europa e a contatto con popoli confinanti e culturalmente simili (nel caso della Germania dell’Est, con lo stesso popolo), ma che stavano decisamente meglio: liberi, tecnologicamente avanzati e ricchi. I popoli dell’Est si sono stancati di attendere questo futuro promesso, sin dai primi anni di regime. I regimi dell’Est sono rimasti in piedi solo con il ricorso alla forza bruta (il muro di Berlino e i carri armati a Budapest e Praga sono solo gli esempi più evidenti), per poi crollare al primo spiraglio di apertura. Ci si chiede come mai siano caduti senza spargimento di sangue. Ci si dovrebbe chiedere, al contrario, come mai siano durati così tanto. Una causa è stata la legittimazione che questi regimi hanno ottenuto dall’Europa occidentale: i nostri governi hanno accettato di trattare con i regimi dell’Est, non hanno fatto nessun passo concreto per impedire le repressioni (non dico una guerra, che sarebbe stata nucleare, ma almeno un embargo e un appoggio coperto alle opposizioni locali). Nessuno ha mai seriamente boicottato i regimi dell’Est, che hanno continuato a ricevere tecnologia e aiuti alimentari dall’Ovest, continuando a sopravvivere ben oltre il loro ciclo di vita naturale. E’ per questo che il comunismo può resuscitare. Oggi i governi europei che stanno guidando il processo di integrazione dell’Unione Europea, sono gli stessi che ieri trattavano i regimi dell’Est come degli interlocutori legittimi. Sono gli stessi socialdemocratici che si scervellavano per trovare una sintesi fra un sistema socialista reale e uno capitalista. Nei paesi scandinavi, in Germania occidentale, in Italia, persino nella liberale Inghilterra, non si è fatta una scelta di campo decisiva: tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio degli anni ‘80 abbiamo avuto economie “miste” e giudizi di valore sui sistemi dell’Est che non esprimevano affatto condanne. Da nessuna parte si sentiva dire che erano dei sistemi criminali, ma al massimo che c’erano “compressioni di libertà”. Nei libri di geografia che studiavo alle medie (quindi già verso la fine della parabola del socialismo reale in Europa) i sistemi della Cee e del Comecon venivano messi a confronto: si studiavano pregi e difetti dell’uno e dell’altro, su un piano di sostanziale parità. La tesi filosofica prevalente era quella di Norberto Bobbio: al di qua del muro ci sono più diritti di libertà, al di là ci sono più diritti di eguaglianza sociale. L’ideale, secondo tutti, sarebbe stata una via di mezzo che avesse unito i pregi dell’uno e dell’altro sistema.

E poi tutti sono rimasti a bocca aperta quando i sistemi dell’Est sono collassati su loro stessi, quando anche gli eserciti e le polizie che li tenevano assieme con la forza decisero che era meglio scappare all’Ovest piuttosto che difendere dei regimi che non amavano neppure loro. Ancora oggi nessuno vuole capire che l’orrore dei regimi comunisti non era nei loro metodi, ma nel loro fine. L’orrore nasce dall’utopia comunista, il futuro che i regimi dell’Est promettevano e che sarebbe stato molto peggio del loro presente, un disegno di società che prevede l’annullamento dell’individuo nella collettività. Nella società comunista perfetta l’individuo non dovrebbe neppure essere in grado di pronunciare la parola “io” perché dovrebbe identificarsi con la collettività, rinunciando del tutto alle sue aspirazioni e alle sue idee personali. I regimi comunisti più orrendi non sono tanto quelli che abbiamo visto in Europa, che sono passati dalla fase intermedia del “socialismo reale”, ma quelli asiatici, che hanno tentato di realizzare il comunismo da subito, come la Cambogia di Pol Pot, dove era proibito persino dormire da soli, mangiare da soli, provare dei sentimenti individuali. I sessantottini che si ribellavano alla “burocratizzazione” dei regimi dell’Est e invocavano una rivoluzione comunista immediata, sapevano a cosa sarebbero andati incontro? Gli aspetti più allucinanti delle dittature dell’Est europeo (che quando erano ancora in piedi, non potevano neppure essere chiamate “dittature” da noi nella libera Europa, ma “democrazie socialiste”) erano proprio i loro slanci più utopistici: la distruzione sistematica delle famiglie, delle passioni individuali, l’obbligo al lavoro in base alle scelte del partito e non a quelle del lavoratore. Il grosso della repressione nei regimi dell’Est era motivato proprio dallo sforzo di distruggere l’individualità dei cittadini. E’ questa la lezione che non abbiamo ancora capito. E che non possiamo nemmeno capire, finché non la viviamo sulla nostra pelle, o non parliamo con chi l’ha realmente vissuta e compresa. Fanno paura tutti coloro che oggi, all’Est come all’Ovest, in occasione dell’anniversario del 9 novembre, dicono “tutto sommato si stava meglio prima, c’erano più certezze, c’era più stabilità”.




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7 novembre 2007

Rivoluzione Russa, un mito da sfatare

 

Sono passati 90 anni dalla Rivoluzione Russa. Ormai si può conoscere tutto di quel che avvenne in Russia nel 1917. Eppure i luoghi comuni che deformano politicamente la storia sono più resistenti e diffusi rispetto alla storia reale. Basta fare un esperimento molto semplice: chiedere a chiunque sia dotato di un’istruzione media che cosa sia stata la Rivoluzione Russa. Molti non l’hanno mai studiata o non la ricordano. Da quelli che la ricordano, in base a ciò che hanno studiato sui libri di storia, si otterrà sempre la stessa risposta: i comunisti, alla testa del proletariato, hanno rovesciato il potere zarista e hanno fondato l’Unione Sovietica. Poi possono seguire giudizi positivi o negativi sull’Unione Sovietica e sul comunismo, ma resta granitica la certezza che l’alternativa in Russia era tra il vecchio Zar (retaggio delle antiche monarchie europee) e i comunisti. Il che giustifica questi ultimi, anche agli occhi degli anticomunisti: la Russia non poteva tenersi lo Zar anche nel ‘900, era ormai un regime feudale che non trovava posto nel mondo moderno, tutto sommato i comunisti hanno fatto della Russia un paese moderno, hanno creato l’industria pesante e hanno lanciato lo Sputnik, ecc...

Si appare come dei provocatori anticomunisti se si racconta un’altra storia: il partito comunista (bolscevico) prese il potere con la forza, contro il parere del proletariato, dei sindacati operai e della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica russa, in un paese che si era già liberato della monarchia zarista. Dopo la presa del potere, i comunisti hanno riportato all’epoca delle caverne una Russia che era in piena fase di modernizzazione. Questo fu il 1917? Sì: successe esattamente questo. E lo si può affermare ad alta voce, per due motivi fondamentali... (continua)




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5 novembre 2007

Succede nel paese che proibisce le armi

Ci vantiamo di non essere come gli Stati Uniti. Ci vantiamo di mettere i bastoni fra le ruote in tutti i modi a un cittadino che vuole possedere un’arma per autodifesa. E succede che un cecchino, alla periferia di Roma, spara a 17 persone, uccidendone due. Scommettiamo che adesso si invocherà una legislazione ancora più severa contro la libertà di portare armi? Scommettiamo, perché abbiamo già vinto la scommessa. Invece la lezione che dovremmo imparare (e che mi sembra sia sotto gli occhi di tutti) è che la criminalità e la follia omicida sono variabili indipendenti dal numero delle armi in circolazione. L’Italia è uno dei paesi più proibizionisti al mondo in fatto di armi, eppure abbiamo anche noi le nostre Columbine e i nostri piccoli Ruby Ridge, come in un’America qualsiasi. I pazzi che si sentono assediati dal mondo intero e i criminali italiani sono sempre pronti a procurarsi armi in modo più o meno legale. Più poni paletti alla circolazione delle armi, meno hai possibilità che un cittadino equilibrato e pacifico se le procuri. Ma un criminale se la può sempre procurare: se vuoi un’arma devi essere disposto a far salti mortali e se sei disposto a farli vuol dire che vuoi sicuramente usarla, per scopi quasi mai pacifici. Oppure l’arma te la crei in casa: il matto in questione, ex geniere dell’esercito, si è costruito da solo una mitraglia a quindici canne (come quelle del rinascimento), esplosivi ricavati da semplici mortaretti e ben tre lanciafiamme artigianali. Cosa dobbiamo fare per evitare casi analoghi in futuro? Proibire la vendita dei tubi di ferro perché potrebbero essere assemblati per fare una mitraglia? Proibire i mortaretti? Proibire la vendita di un tubo, di una bombola e di benzina? E poi, pensiamoci bene: gli ultimi delitti che hanno fatto più scalpore in Italia sono stati tutti eseguiti senza armi da fuoco. Cogne: un’arma contundente non ancora ritrovata. Erba: armi contundenti e coltelli. Garlasco: arma contundente, probabilmente un vaso. Chi vuole uccidere può usare qualsiasi oggetto della vita quotidiana. Semmai è chi vuole difendersi che non può comprare un’arma da fuoco. Cosa aspettiamo a liberalizzarle?




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(1905-1982)