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23 dicembre 2007

Vacanze di Natale

Ebbene sì, vado in vacanza. L'etica oggettivista, esaltando la virtù dell'uomo produttivo, non è molto favorevole alle vacanze. Io sì. Ci vediamo il prossimo 2 gennaio.

Auguri!




permalink | inviato da oggettivista il 23/12/2007 alle 9:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


22 dicembre 2007

Caro precario natalizio

A Natale è tutto più bello perché si vanno a fare tante compere. Si spendono soldi, ma per accontentare molta gente, sia con i regali, sia con gli acquisti stessi che fanno girare l'economia, creano impiego, arricchiscono i venditori. La bellezza delle vetrine e delle luminarie festive crea una cornige di gioia e di affetto difficilmente ripetibili in altri periodi dell'anno.
E in mezzo a questo idillio... mi vado a beccare lo sciopero dei precari. Un tipo mi ferma davanti a una libreria, mi chiede se ho comprato qualcosa, fa un finto sorriso (in realtà carico di rancore) e mi chiede, con aria da finto tonto "ma non lo sa che oggi c'è sciopero?". Che? "Oggi c'è sciopero, se compra dei libri, arricchisce i nostri sfruttatori". Sono rimasto confuso e non sapevo che cosa rispondere. Non capivo nemmeno la logica di quello che mi stava dicendo. Quindi ho tirato dritto. Poi, solo dopo un quarto d'ora abbondante, ho capito il suo ragionamento. Ma forse era meglio se non la capivo. La logica vuole che, comprando un paio di libri, gli dia indirettamente più soldi, per cui non ha alcuna ragione di protestare. In qualsiasi settore lavori, editoria, cartiera, ditte che producono il materiale per fare i pacchi di Natale, elettricista che illumina i locali della libreria... qualsiasi cosa facesse quel precario, il mio acquisto è un guadagno per lui. Se compro due libri, nessuno ci perde, ma tutti ci guadagnano. Lui protestava perché i datori di lavoro lo trattavano male, perché gli orari erano troppo invadenti nella vita non lavorativa. Apro una parentesi personale: è sempre valido il principio che il lavoro deve coincidere con la propria passione, a meno che la scelta non sia dettata da circostanze gravi, dalla necessità di far cassa. Dunque, se il lavoro coincide con la propria passione non si ha alcuna ragione di protestare per orari di lavoro "troppo" lunghi, perché si fa quello che piace. Se il lavoro è scelto per necessità di far cassa, a maggior ragione non c'è ragione di protestare: ringrazia perché ce l'hai e quando hai fatto abbastanza cassa passa a qualcosa che piace di più. Passando dal personale al collettivo: la difficoltà dei lavoratori in Italia, maltrattati e poco tutelati, non nasce dalle spese che facciamo noi consumatori, ma semmai dal fatto che non c'è sufficiente competizione nel lavoro. Se in un'azienda ci si trova malissimo, con orari pessimi, un basso salario e dei datori di lavoro che urlano in faccia ai dipendenti, non si può salutare tutti con una stretta di mano e cercare un altro posto migliore. Perché ci sono poche aziende che aprono e pochissime (pressoché nessuna nell'ultimo anno) che assumono nuovi dipendenti. Questo perché lo Stato ci ruba il 50% dei nostri guadagni e non girano soldi. Quindi, caro precario natalizio, la prossima volta protesta contro il tuo vero nemico: lo Stato e le sue tasse. Non protestare contro i tuoi unici alleati: i consumatori come me che danno i soldi alle aziende consentendo nuove assunzioni e magari una maggior competizione sul lavoro, destinata a migliorare anche le tue condizioni. A meno che tu non voglia lavorare e pretenda di essere pagato a spese nostre, della società tutta, che non ha colpa di questa situazione. In questo caso, sappi che è proprio la mentalità di quelli che non vogliono lavorare, ma vogliono guadagnare lo stesso dalla loro inattività, che sta facendo andare a rotoli il nostro paese (che oggi è stato bollato come "decadente" anche dal Times, dopo il New York Times). In questo caso non avrei più niente da dirti, Avrei solo da combatterti.




permalink | inviato da oggettivista il 22/12/2007 alle 13:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


12 dicembre 2007

Blocco dei tir: è guerra civile fredda

Poi dicono che gli oggettivisti, a partire da Ayn Rand, sono esagerati quando paragonano lo Stato sociale a una condizione di guerra civile fredda. E allora guardate il blocco delle autostrade da parte dei camionisti, che ci piomba addosso una settimana dopo il blocco delle rotaie e dei mezzi pubblici delle città. E’ una guerra civile fredda o no? Il blocco delle autostrade da parte dei camionisti sta degenerando in episodi di violenza neanche troppo fredda: gomme tagliate, caselli bloccati, camionisti “crumiri” e semplici automobilisti costretti a non passare o a farsi ore e ore di viaggio per percorrere solo poche decine di chilometri. La settimana scorsa è stata la stessa cosa con i trasporti ferroviari. A pagarne le spese maggiori sono sempre le “vittime collaterali”: quelli che non c’entrano niente con la categoria che sta protestando, quelli che hanno firmato un contratto (un biglietto del treno, l’acquisto di merci che devono essere consegnate) e lo vedono andare in fumo, quelli che vorrebbero lavorare ma non possono perché i colleghi più maneschi li costringono a incrociare le braccia. E tutti questi episodi hanno un’unica causa: lo Stato sociale, che dovrebbe redistribuire il benessere a tutti in modo equo. Ovviamente non è possibile redistribuire il benessere in parti eque. Non è giusto, perché non è lecito rubare a una persona per dare di più a un’altra persona (indipendentemente dalle giustificazioni intellettuali che sono state formulate di volta in volta per permettere questo tipo particolare di furto), ma non è nemmeno possibile, perché non esiste un criterio oggettivo per stabilire chi ha più bisogno di aiuto rispetto ad altri. Solo i singoli possono stabilire di dare o non dare qualcosa a persone che conoscono, in base alle loro valutazioni personali, ma un sistema redistributivo nazionale è infattibile. Siccome invece tutti gli Stati, soprattutto quello italiano, tentano di metterlo in pratica, ecco il risultato pratico: una lotta continua di lavoratori e imprenditori, organizzati in categorie chiuse e militanti, per ottenere maggiori benefici dallo Stato. I lavoratori della categoria auto-ferro-tranvieri ricevono un salario dallo Stato e sono assunti in base a contratti collettivi. Quindi ricattano lo Stato, tenendo in ostaggio i passeggeri, per avere più soldi, spremendo i cittadini con più tasse. Sono nella condizione di farlo e lo fanno. E noi paghiamo.

I camionisti sono un caso diverso: sono piccoli imprenditori. Hanno firmato contratti per consegnare merci e se non li vogliono rispettare, dovrebbero vedersela con i loro contraenti. Lo Stato non ha alcun diritto di precettarli, perché il loro è un rapporto di affari privato con i clienti, non sono affatto obbligati a fornire un servizio “pubblico”. Tuttavia la loro protesta ha assunto un carattere pubblico, perché vogliono chiedere allo Stato di lavorare in condizioni migliori. Attualmente sono vittime degli altri gruppi collettivi di lavoratori che hanno ottenuto più benefici dallo Stato pagati con le loro tasse. I camionisti, dunque, hanno ragione da vendere quando chiedono al governo di pagare meno tasse sulla benzina (giusto per fare un esempio: c’è ancora un’accisa imposta dal regime fascista per finanziare la Guerra d’Abissinia!), ma si mettono sullo stesso piano dei lavoratori statali quando chiedono privilegi: sussidi di Stato a favore di tutta la categoria, limiti alla competizione (contro i lavoratori stranieri) e calmieri imposti dallo Stato sui prezzi. E per di più hanno torto marcio quando rendono la loro protesta una vera calamità nazionale, bloccando la circolazione sulle strade, danneggiando gli interessi di milioni di cittadini.




permalink | inviato da oggettivista il 12/12/2007 alle 14:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


11 dicembre 2007

Randy Barnett, "non-intervento non vuol dire rinunciare alla difesa"

 Ron Paul e il movimento libertario americano si stanno distinguendo soprattutto per la loro opposizione alla guerra in Iraq, nel nome del principio di non-intervento. Ma lei era ed è tuttora favorevole a quell’intervento militare. Ci può spiegare il perché?
Premetto che anch’io sono un convinto sostenitore del principio del non-intervento. Ma il non-intervento non deve contraddire un altro principio, che è quello dell’auto-difesa. In genere mi sono sempre opposto alla politica interventista, come nei casi delle azioni militari statunitensi a Panama, ad Haiti, in Bosnia, tutti conflitti in cui la sicurezza americana non era minacciata. Ma dopo l’11 settembre siamo stati coinvolti in una guerra contro il fascismo islamico, che non è certo stata provocata da noi. A causa della natura non statale del nemico, è difficile formulare una strategia di difesa. Una di queste strategie difensive (perché possiamo scegliere fra vari tipi di risposte e non è detto che quella scelta da Washington sia la migliore possibile) è quella di portare la guerra nel territorio del nemico, invece che aspettare che il nemico colpisca in casa nostra. Le campagne in Afghanistan e in Iraq si spiegano in questa ottica: tagliare alla radice il radicalismo islamico. Le tirannie nel Medio Oriente hanno già eliminato tutte le formazioni liberali e l’unica opposizione rimasta era quella dei radicali islamici. Eliminare le tirannie mediorientali e democratizzare quei paesi è dunque un modo per eliminare alla radice il problema islamista. L’Iraq di Saddam Hussein era la più potente tirannia e forza militare nella regione, rendeva insicura tutta la regione. D’accordo, si può dire che Saddam non fosse una minaccia immediata per gli Stati Uniti, ma era sicuramente parte di un più ampio conflitto contro di noi... (continua)




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4 dicembre 2007

Teheran, il nemico che non vogliamo vedere

Quando leggo certe notizie, mi viene da pensare, assieme a quelli di estrema destra, che siamo diventati degli smidollati. Peccato che i “camerati” di estrema destra siano dalla parte del nemico e quindi mi ritrovo ancora più solo. Fatto sta che noi ci ritroviamo a fronteggiare un nemico dichiarato, che vuole (per la stessa ammissione dei suoi capi) esportare la rivoluzione islamica in Occidente, oltre che nel Medio Oriente e che vuole annientare fisicamente un intero popolo con le armi nucleari… e noi fingiamo di credere che non sia un pericolo. Ovviamente sto parlando dell’Iran. E la cosa che fa cascare le braccia (non uso un’altra parte anatomica per descrivere uno stato d’animo di estrema frustrazione) è il rapporto del National Intelligence Committee, un ente burocratico che dovrebbe raccogliere e capire i rapporti di intelligence per dare suggerimenti ai politici. I burocrati del NIC non hanno avuto il coraggio di dire ad alta voce che l’Iran vuole farsi l’atomica. Lo hanno detto, ma hanno aggiunto una serie di “forse”, una serie talmente grande di dubbi e sfumature da rovesciare il messaggio, da far credere che in realtà il pericolo atomico iraniano non esiste. I burocrati, come tutti i burocrati, vogliono salvare il posto e non prendere delle decisioni che li mettano in posizione di grande responsabilità. Se dicevano che “sì: l’Iran sta preparando la bomba”, si sarebbero messi in una posizione di grande responsabilità. Così hanno preferito aggiungere una lista di dubbi, di eccezioni, hanno scaricato la responsabilità su altri: sul Congresso e sul Presidente. Della serie: se fate la guerra, vi prendete voi tutta la responsabilità e non lo fate sulla base delle nostre analisi. Naturalmente la stampa di sinistra, a partire dal Washington Post, sino a La Repubblica, non vedeva l’ora di intravvedere una crepa nelle solide convinzioni di Washington, per gettarsi a capofitto contro Bush e dare ragione all’Iran di Ahmadinejad. Tanto nessuno vuole credere ad Ahmadinejad. Gli intellettuali di sinistra, orfani del blocco sovietico, vedono un solo pericolo: l’America imperiale guidata dalle lobby petrolifere ed ebraiche, un impero che esiste solo nelle loro teste, ma che condiziona tutte le loro analisi.

Ed ecco che questa miscela (burocrati impauriti e intellettuali carichi d’odio anti-occidentale) ha fatto il danno: ha cancellato un nemico reale dalla nostra vista. Da ieri l’Iran non costituisce più un pericolo, Israele è solo paranoica (o peggio: strumentalizza pericolo che non esistono per reprimere i palestinesi), Bush è solo un imperialista sfortunato a cui gli stessi seguaci danno del cretino. Questa è la visione del mondo che si sta imponendo nei nostri media. Tutti vogliono prendersi la loro piccola o grande vendetta: nelle università i “realisti” si gettano contro i neoconservatori, all’Onu Ahmadinejad chiede il risarcimento (danni morali?).

Mitterrand diceva che la politica è percezione. Purtroppo, però, la guerra è maledettamente reale. E nella realtà, al di là delle nostre percezioni distorte, l’Iran sta già facendoci la guerra, esportando armi e consiglieri militari dal Libano all’America Latina, formando e addestrando schiere di attentatori, testando nuovi missili, preparando l’atomica. Sì: preparando l’atomica, un programma che Teheran sta tenendo in sospeso, ma che è pronto a riprendere e per cui sta accumulando materiale (uranio arricchito), come ammette lo stesso rapporto dei burocrati impauriti di cui sopra. Quando qualche terrorista piazzerà un ordigno nucleare in una città israeliana, europea o americana, saremo lì a domandarci chi è stato, chi lo ha armato, che interesse aveva, perché lo ha fatto, che cosa vuole, che cosa abbiamo fatto noi per attirarci tanto odio, se è un nemico esterno o tutto un complotto dei nostri governi. Dimenticandoci che siamo stati noi che non abbiamo voluto ascoltare, al momento buono, chi ci stava dichiarando guerra apertamente. Adesso facciamo ancora in tempo ad aprire gli occhi. Fra qualche anno potrebbe essere troppo tardi.




permalink | inviato da oggettivista il 4/12/2007 alle 23:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

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