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30 gennaio 2008

Non contiamo niente

C'è una sensazione crescente dall'aprile del 2006 ad oggi: noi comuni cittadini, contribuenti ed elettori italiani non contiamo più niente. La sensazione era già forte dopo le elezioni del 2006, quando, con una maggioranza irrisoria di appena 24.000 voti (su circa 50 milioni di elettori) la sinistra ha occupato tutte le alte cariche dello Stato: presidenza del Consiglio, della Camera, del Senato e della Repubblica, ignorando bellamente la metà del paese. Adesso la stessa sensazione è ancora più forte. Nel momento in cui persino i rappresentanti eletti dalla sinistra si sono pronunciati contro il governo Prodi, facendolo cadere, il presidente Napolitano forma un altro governo di sinistra, guidato da Marini. E chi lo ha voluto? Chi lo ha votato? Nessuno. Lo vuole lui, su richiesta (per sua stessa ammissione) di oligarchie ristrettissime, quali Confindustria, Confcommercio, grandi sindacati e persino la Cei, tutti convinti che andare al voto (leggi: lasciar scegliere il governo dal popolo) sia un male, perché prima è necessaria la "stabilità". Noi non contiamo niente. Sono loro a decidere per noi.




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27 gennaio 2008

Giorgio Perlasca, un eroe "qualunquista"

Anche l’Italia ha il suo “Schindler” da ricordare. Giorgio Perlasca, a Budapest, fingendosi addetto all’ambasciata spagnola, pose sotto la sua protezione e salvò da morte sicura circa 5000 ebrei. Impedì che venissero imbarcati sui vagoni della morte che li avrebbero portati ai campi di sterminio, assicurò loro un rifugio sicuro nelle abitazioni sulla riva del Danubio che erano di proprietà dell’ambasciata (e dunque extra-territoriali) e fornì loro medicinali e viveri. Alla fine del 1944, fingendosi sempre un diplomatico spagnolo e inventando minacce di ritorsioni da parte del governo di Franco, riuscì a convincere il regime nazista ungherese a non radere al suolo il ghetto ebraico di Budapest.

Eppure Perlasca non era un politico. Era un commerciante italiano, aveva combattuto come volontario in Etiopia e poi in Spagna, era simpatizzante per il governo di destra ungherese retto dall’ammiraglio Miklos Horthy, dal 1941 alleata con la Germania di Hitler. La situazione cambiò drasticamente il 19 marzo del 1944, quando la Germania occupò il paese e instaurò un regime-fantoccio. Fu allora che iniziò la storia di Perlasca, una storia di eroismo che rimase completamente sconosciuta fino al 1988, quando questo “eroe per caso” fu rintracciato e ricontattato da alcune famiglie ebree ungheresi che aveva salvato. Che cosa spinse Giorgio Perlasca a rischiare così tanto? Ne abbiamo parlato con suo figlio, Franco Perlasca, che abbiamo incontrato in occasione di una conferenza organizzata dall’Associazione Amici di Israele presso il Consiglio di Zona 3 di Milano: “Non ci fu alcuna motivazione ideale o politica, ma umanitaria” - ci spiega Franco Perlasca - “Vedeva le persone che venivano prese e avviate verso i campi di sterminio. Visto che aveva la possibilità di salvarle, lo fece senza dubbi”

Com’era la situazione in Ungheria fino alla primavera del 1944?

Anche dopo lo scoppio della guerra, l’Ungheria era totalmente diversa rispetto agli altri paesi dell’Europa orientale alleati dei nazisti. Gli ebrei non venivano deportati. Venivano certamente discriminati. Anche in Ungheria erano in vigore leggi razziali, erano state fissate delle quote che li penalizzavano nelle scuole, nelle università e nell’impiego pubblico. Ma la comunità ebraica locale, circa 800.000 individui, era intatta nel marzo del ‘44. Merito dell’ammiraglio Horthy, una personalità forte che riuscì a tenere a bada Hitler.

Quando le Croci Frecciate, i nazisti ungheresi, presero il potere, suo padre cambiò idea sugli ungheresi?

La presa del potere dei nazisti fu un vero e proprio colpo di Stato, non una scelta popolare. Naturalmente c’era chi era filo-nazista, come in tutti i paesi dell’Europa in guerra. La società ungherese era molto composita e anche multipartitica: fino ad allora c’erano state elezioni, pur controllate. Il colpo di Stato avvenne dopo che Horty lanciò alla radio il messaggio dell’uscita dell’Ungheria dalla guerra. Probabilmente sbagliò i suoi calcoli e non immaginò quale sarebbe stata la reazione nazista. Il regime che conquistò il potere raggiunse dei livelli di violenza inauditi. I nazisti in Ungheria erano convinti di dover recuperare il tempo perduto, di completare lo sterminio di tutta la comunità ebraica in pochi mesi, quando negli altri paesi c’erano voluti anni. E in pochi mesi, effettivamente, assassinarono i tre quarti dell’intera comunità. La responsabilità del genocidio è di una minoranza fanatica, mentre mio padre ebbe sempre una grandissima stima del popolo ungherese, di cui ammirava soprattutto la fierezza. Un coraggio popolare che fu confermato anche dopo la II Guerra Mondiale, quando l’Ungheria si sollevò contro il potere comunista: quella del ‘56 fu realmente una sollevazione di popolo, in tutti i sensi.

Proprio a proposito dei sovietici: di solito la storia di suo padre finisce con l’arrivo dei sovietici a Budapest. Ma fu veramente un lieto fine?

Fu un lieto fine perché l’Armata Rossa pose fine allo sterminio degli ebrei e alla dittatura delle Croci Frecciate. Allo stesso tempo non fu un lieto fine, perché quando l’Armata Rossa entrò in città, nelle prime due settimane scatenò l’inferno. Le truppe d’assalto erano completamente ubriache per darsi coraggio. Tutte le donne che incontrarono, dai 10 ai 90 anni, furono sistematicamente violentate. La situazione fu veramente tragica finché non giunsero le forze di prima linea a ristabilire un minimo di ordine, ma nei primi giorni si visse nel terrore.

Suo padre lottò contro tutti e due i totalitarismi del ‘900. Quali furono le sue scelte politiche nel dopoguerra?

Dopo la fine del conflitto mondiale si trasferì a Trieste e partecipò anche attivamente al movimento per far ritornare la città (allora zona occupata e amministrata dagli Alleati, ndr) sotto la sovranità italiana. Non fece mai politica attiva. Aderì inizialmente al Movimento dell’Uomo Qualunque, poi, quando questo scomparve, votò anche la Dc, ma soprattutto il Pli di Malagodi. Dalla metà degli anni ‘70, si avvicinò anche alla Destra Nazionale. Del fascismo non fu mai nostalgico, anche se sapeva distinguere tra i lati positivi e negativi del regime. Condannava le leggi razziali, l’alleanza con i nazisti e l’entrata in guerra, ma riconosceva la crescita economica, le grandi opere, il riconoscimento dei primi diritti dei lavoratori. Nel dopoguerra non cambiò assolutamente idea. Si riconosceva in alcuni valori che, almeno una volta, era considerati di “destra”: amare la patria e anteporre i doveri ai diritti.

Suo padre ricevette riconoscimenti da Israele e dall’Ungheria e l’Italia arrivò ultima a decorarlo. Quali furono le ragioni di questo ritardo, secondo lei?

La storia di mio padre è difficile da raccontare, anche per motivi ideologici. Perché è la storia di una persona che era stata fascista, che smise di essere fascista, ma non divenne “antifascista” nel senso classico del termine. Non era facilmente inquadrabile da una storiografia che ha sempre distinto in modo netto i buoni e i cattivi. Mio padre era bollato per quel suo “peccato originale” e non era facile trovare una soluzione per un suo pieno riconoscimento. Secondo me, ruppe un po’ gli argini il presidente Francesco Cossiga. L’assegnazione a mio padre della medaglia d’oro al valor civile, fu una sua picconata e fu uno dei suoi ultimissimi atti da presidente. Al resto pensò la burocrazia. La comunicazione della decorazione ci arrivò nel settembre del 1992, quando mio padre era mancato in agosto.

L'opinione 26-1-2008




permalink | inviato da oggettivista il 27/1/2008 alle 13:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


26 gennaio 2008

Bjork e la “tristezza” dell’Occidente

Sia ben chiaro: Bjork resta la mia musicista preferita. Ma da un po’ di anni a questa parte, specie da quando è insieme a Matthew Barney (uno dei protagonisti dell’avanguardia artistica newyorkese), spara a giorni alterni contro Bush e contro l’Occidente. Finché se ne stava in Islanda, non parlava mai di politica. Da quando si è trasferita negli Stati Uniti, spara dalla parte sbagliata. A dimostrazione che i peggiori detrattori dell’America si trovano in America, negli ambienti artistici e intellettuali.

L’ultima sparata di Bjork si trova in un’intervista rilasciata a un quotidiano australiano. In sintesi, sostiene che la gente non ha più voglia di ridere e prende tutto sul serio. Se ne accorge perché il suo pubblico prende troppo sul serio anche quelle canzoni che lei scrive per puro divertimento. E sapete di chi è la colpa? Di George W. Bush, ovviamente. Perché getterebbe addosso alla gente “uno spirito conservatore” che induce alla chiusura e non all’apertura mentale e al divertimento, non solo in America ma in tutto il mondo.

Una dichiarazione che fa il paio con quella del regista Paul Haggis, quello che ha appeso una bandiera americana alla rovescia alla fine del suo “In the Valley of Elah”. Anche Haggis ha sempre diretto commedie, ma adesso odia Bush perché lo “ha costretto” a fare film drammatici.

Che la gente sia mediamente più triste del normale forse è anche vero. Ma ci siamo dimenticati che dei terroristi hanno attaccato il cuore degli Stati Uniti solo sei anni e mezzo fa? Che c’è un pezzo di mondo che ci ha dichiarato guerra di punto in bianco, da molto prima che Bush diventasse presidente? Forse quest’ultimo particolare sfugge a molti, ma almeno l’11 settembre lo possiamo ricordare o no? La gente tende a prendere tutto molto più sul serio, ovvio: siamo in guerra. E una guerra che ci è stata dichiarata, non un conflitto che ci siamo andati a cercare. Il discorso vale anche per gli Europei, non solo per gli Americani: basti vedere alle ultime minacce di attentati massicci contro la Francia e all’arresto di presunti terroristi in Italia. Anzi, dirò di più: che di fronte a una minaccia costante siamo fin troppo tranquilli e divertiti. Nonostante gli jihadisti non vogliano che ci divertiamo e facciano di tutto per non farci neppure vivere, continuiamo a festeggiare, ad andare in discoteca, ad andare al cinema, a giocare alla Playstation, a comprarci gli iPod e gli iPhone, ad andare ai concerti. E a tutti viene permesso di parlare e sparlare contro la causa per cui i nostri soldati stanno combattendo, senza alcuna censura. Mai una guerra è stata più divertente di questa.




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24 gennaio 2008

L'importante è tornare alle urne

Il governo Prodi non c'è più. Adesso si deve tornare alle urne e votare un altro governo. Perché è giusto andare subito al voto ed eleggere un'altra maggioranza, senza passare attraverso governi tecnici, provvisori o di larghe intese?
Rispondiamo prima ad altre domande di base. Qual è il vero vantaggio di essere in una democrazia? Il vantaggio non è nel governo della maggioranza. Sarebbe come legittimare la tirannia della maggioranza su una minoranza, un principio che va contro la libera scelta individuale. Il vantaggio della democrazia non è neppure la possibilità di dialogo e mediazione tra i partiti, perché per ogni questione c'è sempre chi ha ragione e chi ha torto. In base a questo principio logico, il compromesso è sempre in torto, perché si dà ragione, almeno in parte, a chi ha torto. Il vero vantaggio della democrazia è proprio nella possibilità di scegliere un governo e di sostituirlo se non funziona, pacificamente e senza spargimento di sangue.
Questo governo ha fallito. Ha fallito in tutti i campi: in 21 mesi ha aumentato le tasse quando abbiamo un mercato già soffocato dal fisco, ha aumentato il numero delle leggi in una società che è già soffocata da più di 50.000 norme, ha aumentato il peso e il costo dello Stato in una società che è già oppressa da burocrazie più o meno inutili, non ha garantito l'ordine, non ha protetto i cittadini dalla violenza, è sceso a compromessi con le peggiori tirannie islamiche (Hamas, Hezbollah e Iran) in guerra con tutto l'Occidente. Non è nemmeno riuscito a gestire la spazzatura. Ed è giusto che questo governo abbia perso la fiducia degli italiani, anche di quelli che sedevano nel Parlamento. Quindi è giusto, onesto e razionale che ora si scelga un altro governo. E poi faremo sempre a tempo a sostituire anche quello, se funzionerà male come questo.
C'è chi parla di "responsabilità", invoca un governo tecnico per fare almeno una riforma elettorale. Questa legge elettorale non funziona bene e lo si è visto chiaramente, perché è assurdo che un governo resti in piedi per 21 mesi con una maggioranza di 24.000 voti. Anch'io sarei andato a votare al referendum per la riforma elettorale, molto volentieri. Mi dispiace che salti. Ma è responsabile mettere in piedi un governo che non ha scelto nessuno? O prolungare, magari con un Prodi bis, un disastro che sta andando avanti da 21 mesi? No, non sarebbe una scelta responsabile, non ne varrebbe la pena. Quindi andiamo alle urne, il prima possibile. Il fatto che si voti con una legge elettorale fatta male è un peccato veniale. L'importante è che si voti.




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23 gennaio 2008

60 anni di Costituzione collettivista. E ce ne vantiamo pure

Oggi non sappiamo ancora se abbiamo un governo o meno, le nostre istituzioni sono alla paralisi e quando la gente si lamenta che non arriva alla fine del mese non sta parlando sotto metafora, perché siamo a crescita 0, nessuna azienda assume e non riusciamo più a tener dietro alla crescita dei prezzi.

Eppure oggi festeggiano il sessantesimo anniversario della Costituzione. Senza sapere che proprio la Costituzione è una delle cause principali del nostro sfacelo.

In realtà non ci sarebbe proprio da festeggiare per il sessantesimo anniversario della nostra Costituzione. Questa Costituzione è nata male, come l’Onu, perché è il frutto del compromesso tra le forze democratiche che hanno battuto il nazismo e il fascismo e le forze comuniste che, dopo la vittoria, avrebbero voluto instaurare la loro dittatura totalitaria, molto più repressiva del nemico appena sconfitto. Ed è nata ancora peggio, se possibile, perché tra le forze democratiche, solo una minoranza esigua attribuiva una certa importanza alla libertà dell’individuo. I socialisti, i democristiani e gli azionisti erano tutti, chi più o chi meno, convinti della supremazia del collettivo sull’individuale. Tra i pochi difensori della libertà dell’individuo c’erano solo i liberali, a loro volta confusi e divisi sul concetto stesso di libertà da difendere (solo Luigi Einaudi aveva idee chiare in merito) e i qualunquisti, che avevano le idee chiare, ma erano ostracizzati da tutti gli altri.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Abbiamo una carta costituzionale che è perfettamente compatibile con un regime comunista, ma che può difendere ben poco i valori di una società libera. Le critiche principali alla Costituzione sono: che è troppo lunga, che è un programma e non una raccolta di principi fondamentali. Ma vediamo anche che cosa dicono i principi fondamentali:

L’Articolo 1, “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, non è un articolo che difende l’individuo dalle aggressioni esterne, ma la legittimazione dell’aggressione. Comunque si interpreti il testo, il lavoro, aspirazione legittima di ogni individuo, diventa il principio fondamentale dell’attività umana. Questo vuol dire che un individuo non è più libero di non lavorare e che esiste un obbligo implicito a dare lavoro a tutti. Come viene ribadito dall’Articolo 4, che afferma: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.

Gli individui sono obbligatoriamente legati gli uni agli altri, in base a questo principio. Come ribadisce anche l’Articolo 2, che parla di “formazioni sociali, ove si svolge la sua (dell’uomo, ndr) personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Questo articolo, al di là dei sofismi, vuol dire una cosa sola: che l’individuo non esiste, esistono formazioni sociali. Vuol dire che, da soli, non valiamo niente, ma se dobbiamo contare qualcosa dobbiamo appartenere a un gruppo, a una corporazione, a un sindacato. Vuol dire che non abbiamo diritto a tutelare i nostri interessi, ma abbiamo il dovere di anteporre gli interessi e il bene degli altri. L’Articolo 3 rincara la dose, quando afferma: “È compito della Repubblica (leggasi in concreto: dei cittadini contribuenti, ndr) rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Al di là della sbandierata “eguaglianza di fronte alla legge”, questi tre articoli sanciscono la divisione della società in due classi: quelli che devono dare lavoro e quelli che ricevono il lavoro e lo stipendio (anche se lavorano il minimo indispensabile), quelli che pagano le tasse e quelli che beneficiano delle tasse pagate dagli altri. Basta questo per capire perché il nostro paese non funziona: con un sistema sociale di questo tipo, la conflittualità (e in alcuni casi anche le spinte secessioniste della parte più produttiva del paese) viene portata alle estreme conseguenze. Quindi è più difficile trovare un governo comunemente accettato e avere un sistema politico stabile. Oggi è normale trovarci in una situazione di semi-paralisi istituzionale: tranne qualche parentesi, siamo sempre stati in queste condizioni. Ed è normale trovarci con una disoccupazione in crescita e un’economia a crescita 0. Quando i cittadini sono mediamente convinti di dover ricevere il lavoro senza cercarselo, di dover ricevere uno stipendio anche senza meritarselo, o, se lavorano sodo, sono costretti a dare allo Stato più della metà di quello che guadagnano per “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” a quelli che non lavorano, capiamo bene che così si creano le condizioni per avere una società seduta, improduttiva, demoralizzata, depressa.

Lo si può dire? Sì, ma fino a un certo punto. La Costituzione è diventata un vero e proprio idolo. La si può contestare, ma fino a un certo punto. La si può riformare, ma solo in teoria. E allora dobbiamo limitarci a festeggiare il suo 60° anniversario.




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20 gennaio 2008

L'insegnamento all'odio. In Europa

Se il futuro di una nazione dipende dalla sua cultura, che cosa ci dobbiamo aspettare quando saranno cresciute le generazioni che ora stanno studiando? Mentre le madrasse dove si insegna l’Islam più radicale e ideologizzato sfornano terroristi e le nuove direttive di Mosca per l’educazione prevedono una rivalutazione dello stalinismo, nei due principali Stati europei, la Germania e la Francia, prevalgono programmi di insegnamento ispirati al marxismo e ad una forte propaganda anti-capitalista. Un’inchiesta condotta dal giornalista economico Stefan Theil, Newsweek, rivela quanto siano ideologizzati e carichi di pregiudizi populisti i loro libri di testo economici. Lo studio riguarda solo i testi francesi e quelli tedeschi perché i due paesi sono ritenuti le locomotive (culturali, politiche ed economiche) dell’Unione Europea, ma potrebbe benissimo adattarsi anche alla realtà culturale italiana. Nell’Europa occidentale del capitalismo avanzato, all’alba del XXI secolo, si dà per scontato che il libero mercato sia un male, uno strumento di oppressione nelle mani di pochi potenti per sfruttare le masse operaie. “La globalizzazione sottomette il mondo al mercato e costituisce un vero pericolo culturale”. “La pressione globale per una maggior deregulation, in realtà significa il dissanguamento del moderno Stato nazionale”. Non sono citazioni tratte da due pamphlet di propaganda della Corea del Nord, né dell’ex blocco sovietico, ma da due testi di studio dell’Europa occidentale, il primo francese e il secondo tedesco. In Francia, gli studenti che si preparano per l’esame di ammissione di Scienze Politiche e studiano sul testo “Histoire du XXe siècle” (storia del XX secolo), devono imparare che: “La crescita economica impone uno snervante stile di vita che produce superlavoro, stress, depressione, malattie cardiovascolari e, secondo alcuni, anche il cancro”. Quanto alla nuova economia, alla voce “start-up”, il testo francese accosta aggettivi quali “imprese azzardate” dalle “prospettive mal definite” e, per spiegare meglio il concetto, rimanda ad approfondimenti sul crollo del Nasdaq e sulla bolla tecnologica. Di fronte a un mercato libero che viene dipinto come un pericolo letteralmente “mortale” (anche in senso fisico), lo stesso testo propone la sua ricetta no-global: si sostiene, infatti, che, il XXI secolo si sia aperto all’insegna della “Consapevolezza dei limiti della crescita e dei rischi che essa pone all’umanità”. Una consapevolezza che i cittadini di Genova hanno sperimentato sulla loro pelle nel corso della sommossa contro il G8 del 2001. Il libro di testo in questione non vede il capitalismo come un sistema produttivo o sociale, ma come un qualcosa di “selvaggio”, “brutale” e soprattutto “Americano”: di fatto viene di nuovo spacciata la teoria leninista dell’imperialismo (in questo caso degli Stati Uniti) come ultimo stadio della degenerazione inevitabile del capitalismo. E stiamo parlando di un libro scritto e pubblicato nel 2005, non nel 1917.

Un corso di “Scienze Economiche e Sociali” sviluppato per volontà dello stesso Ministero dell’Educazione francese, si concentra esclusivamente sulle ricadute negative dell’attività economica sulla società. Il Ministero stesso impone che la risposta alla globalizzazione debba essere l’imposizione di nuove regole statali, anche su scala internazionale. In altri libri di testo ancora più diffusi, gli studenti che vogliono essere promossi dai loro professori devono imparare che le nuove tecnologie distruggono posti di lavoro e che la “globalizzazione della cultura” porta a “violenza internazionale e movimenti di resistenza armati”. Questa impronta marxista caratterizza anche i giornali di approfondimento, che gli studenti più bravi sono invitati a leggere, come Le Monde Diplomatique. L’ultimo numero (in Italia è diffuso e tradotto da “Il Manifesto”) è un pamphlet unico contro il capitalismo internazionale. Si va dall’editoriale del direttore Ignacio Ramonet che elogia l’Africa che resiste alla liberalizzazione degli scambi (per morire di fame?) a un lungo articolo contro i vigilantes (non solo Blackwater, ma anche i semplici mondialpol, come quelli che vediamo proteggere le banche e i negozi), visti come vera e propria arma nelle mani del grande capitale e come minaccia alla nostra sicurezza.

Nelle scuole e università tedesche la realtà è altrettanto drammatica: ciascuno dei 16 Land che dettano le linee-guida dell’istruzione pubblica, promuove una visione tipicamente marxista del lavoro e dell’imprenditoria. Un libro di testo per le scuole superiori, insegna, nel capitolo “Che fare contro la disoccupazione?”, come organizzare i lavoratori in gruppi di pressione e inscenare manifestazioni per ottenere dallo Stato più tutele e posti di lavoro. Nello stesso capitolo è riportato un lungo estratto del programma della federazione sindacale tedesca: le 30 ore settimanali, il pensionamento statale a 60 anni, la redistribuzione dei posti di lavoro tramite la riduzione degli orari da full time a part-time. Un altro libro di studio sulla globalizzazione, per descrivere il fenomeno, usa definizioni quali “brasilianizzazione” dell’Europa, “revival del capitalismo di Manchester (quello descritto da Dickens, ndr)” e “ritorno al Medio Evo”. Si spiega anche che la Cina e l’India sono economie di successo perché ampi settori strategici sono nelle mani dello Stato e perché il commercio è fortemente limitato dal protezionismo. Un tema ricorrente è Internet e la rivoluzione informatica: strumenti in grado di trasformare i lavoratori in numeri e distruggere le relazioni interpersonali.

Gli effetti di questa sistematica disinformazione sul capitalismo non si fanno attendere. Lo studente tedesco o francese che studia su questi libri non crederà mai (o sarà considerato un ingenuo dai coetanei e bocciato dai professori) che il capitalismo non è che un sistema pacifico di scambio, in cui le due parti guadagnano reciproci vantaggi. Non crederanno mai che l’imprenditore non sfrutta, ma propone uno scambio con il lavoratore (lavoro in cambio di denaro). Né riusciranno mai a comprendere che il mercato si basa su scelte libere, perché un’azienda offre prodotti o servizi a milioni di persone che li stanno chiedendo. Non capiranno che le nuove tecnologie stanno rendendo più confortevole la loro vita come le generazioni precedenti neanche potevano immaginare. E non sapranno neppure che, solo grazie alla globalizzazione, moltissimi paesi poveri del terzo mondo sono usciti dalla miseria, che le caste inferiori in India si stanno lentamente emancipando e che regimi totalitari durissimi, come la stessa Cina Popolare, hanno dovuto abbassare il loro livello di violenza e repressione per permettere il funzionamento del mercato. Il bravo studente che esce a pieni voti da un corso di studi anti-capitalista, sarà convinto di vivere in un mondo molto peggiore di quello che è in realtà. Vedrà il suo datore di lavoro come un nemico a cui deve ribellarsi. Vedrà il suo posto di lavoro come una minaccia alla sua libertà. Vedrà le nuove tecnologie come un nuovo strumento di oppressione. In sintesi: le nuove generazioni vivranno nell’incubo del futuro. E vedranno ancora nello Stato l’unica oasi di salvezza.

E’ comprensibile che leader riformatori come Angela Merkel e Nicolas Sarkozy (che pure sono consapevoli dei benefici del libero mercato) siano costretti a moderare i loro programmi, annullare i progetti più liberali e siano piuttosto incoraggiati a lanciare proclami anti-capitalisti (come la “tassa sui ricchi” della Merkel e le sparate contro la globalizzazione di Sarkozy): il loro popolo li lincerebbe se dicessero qualcosa di diverso. Stefan Theil, nella sua inchiesta, snocciola dati inquietanti sulla tendenza delle opinioni pubbliche: solo 2 francesi e 2 tedeschi su 5 vorrebbero avere un lavoro autonomo, mentre gli americani che rispondono positivamente sono 3 su 5. Il 28% degli americani vogliono aprire nuove imprese, contro l’11% dei francesi e dei tedeschi. Se non nasceranno nuove imprese, avremo ancora meno posti di lavoro. E vivremo realmente nell’incubo che si studia nei libri di scuola.

Fonte: Ragionpolitica




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17 gennaio 2008

Questo è lo Stato, cari miei

Dove è tutto lo scandalo per Mastella? E’ vero che la sua famiglia usava la burocrazia statale come casa propria? E’ vero che nominava i suoi amici e i suoi fidi a capo di enti pubblici e ospedali? Non è detto che queste cose su cui si sta indagando siano vere. Ma se lo fossero? Sarebbe ordinaria amministrazione: si chiama Stato. Lo Stato è l’insieme dei politici, ciascuno con i propri interessi privati, più o meno pericolosi per gli altri. Se affidi un’attività importante come la sanità allo Stato, non puoi aspettarti di meglio: saranno i politici a scegliere i dirigenti e anche i medici, in base a criteri che decidono loro (magari il merito, magari l’amicizia o la parentela). Se affidi la scelta delle aziende che devono fornire un servizio allo Stato e non ai consumatori, avrai per forza le tangenti sugli appalti. E vince l’azienda che paga di più il politico che deve scegliere. Tutto questo è perfettamente razionale, anche in una logica individualista. Una persona deve massimizzare i profitti, tutelare i propri interessi. Anche un politico tutela i propri interessi: dà posti di lavoro, anche importanti, in cambio di voti. Voti che gli servono per avere più potere, distribuire posti di lavoro e benefici a un maggior numero di persone che, in cambio, gli daranno ancora più voti. Al di là degli slogan, è così che funziona gran parte della politica reale. Non occorreva attendere l’ultimo scandalo: che la politica funzionasse così lo sapeva anche John Calhoun, nell’America di un secolo e mezzo fa. Oggi la gente che non fa politica è indignata con questo genere di attività. Rigetta la politica. I politici, invece, si stanno chiudendo a falange. Hanno solidarizzato con Mastella e non potevano fare altro: oggi colpiscono il ministro di Ceppaloni, domani potrebbe toccare a chiunque altro di quelli che siedono in Parlamento. Si sta creando una divisione fortissima (ed è un fenomeno che sta diventando molto visibile da almeno due anni) tra la classe politica e l’opinione pubblica che non fa politica, una divisione che va oltre gli schieramenti di destra e sinistra.

Questa situazione, che rischia di scoppiarci in mano, può avere due esiti, uno estremamente negativo, l’altro estremamente positivo.

L’esito estremamente negativo è la pretesa di moralizzare la politica, pretendere che i politici (forzando la loro stessa natura umana) si occupino in modo disinteressato del bene altrui, usino la macchina dello Stato nell’interesse del paese e non nel loro. Chi opta per questa soluzione invoca a gran voce la dittatura militare o un maggior potere epuratore dei giudici. In entrambi i casi, pretende che si arrivi ad un regime autoritario. Il problema che questi moralizzatori non si pongono è che il potere autoritario, che avranno contribuito a creare, sarà molto più facilmente corrompibile, proprio perché ha la facoltà di controllare gli altri, ma non si autocontrolla.

L’esito estremamente positivo, invece, è la richiesta di liberarci dallo Stato e dalle sue pratiche. Perché lo Stato ci succhia risorse e ci restituisce inefficienza, quindi meglio fare da soli. Una tendenza di questo tipo potrebbe concretizzarsi con una forte richiesta di autonomia locale, di meno tasse e di molte meno regole, in modo da limitare i danni che i politici possono farci. In questo modo avremmo risolto quasi tutti i nostri problemi. E (contrariamente alla soluzione autoritaria) senza che nessuno si faccia male. Sarà meglio che qualcuno, dentro o fuori i partiti esistenti, inizi a promuovere seriamente questa seconda via e la proponga a un pubblico sempre più indignato come l’unica soluzione ragionevole al nostro problema. Si deve fare, prima che monti l’ondata di antipolitica autoritaria. Fra un anno o due potrebbe già essere troppo tardi.




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15 gennaio 2008

In un'università privata non sarebbe successo

La nostra università pubblica ha battuto le università islamiche, in fatto di intolleranza. La protesta islamica contro Benedetto XVI, almeno, è avvenuta dopo il suo discorso a Ratisbona. A Roma, invece, un gruppo di professori, seguiti a ruota da gruppetti di studenti comunisti, è riuscito a censurare preventivamente l’intervento del papa. La maggioranza assoluta degli studenti sarà anche stata favorevole alla presenza del pontefice, ma non ha potuto neppure farsi sentire. Questo dimostra che i comunisti aderiscono ad una religione atea molto più intollerante di tutte le altre religioni, compresa quella islamica. Hanno potuto esercitare la loro censura preventiva solo perché la struttura in cui hanno agito, La Sapienza di Roma, è pubblica. Pubblico è sinonimo di “di tutti”, il che vuol dire, in concreto: “di chi riesce ad imporsi con più violenza”. In questo caso si è visto in modo lampante come funziona un’università pubblica, ma è solo un esempio: di fatto, l’istruzione pubblica funziona sempre così, anche se gli altri episodi sono meno violenti e visibili. Nella promozione degli eventi culturali, nella scelta dei libri di testo, nella selezione dei professori, nella stessa promozione degli studenti, la scuola pubblica non premia il migliore, ma il gruppo più aggressivo, il più politicizzato, il più organizzato.

In un’università privata tutto questo non sarebbe accaduto. In un’università, in una scuola, in un istituto privati, a decidere è il proprietario. E’ il proprietario che decide chi invitare e chi no. I professori che contestano possono essere licenziati o quantomeno sanzionati. E gli studenti che organizzano un’occupazione possono essere espulsi: si paga una retta per studiare e seguire le lezioni, non per giocare al rivoluzionario. Io stesso avevo scelto un liceo privato, proprio per non subire un solo giorno di occupazione. In un istituto privato prevale il diritto di proprietà sulla violenza. Decide chi ha investito i propri soldi (pacificamente e senza far del male a nessuno), non chi riesce ad imporsi con l’intimidazione. Questa si chiama civiltà.

Un’istruzione privata mina la libertà di istruzione, per il fatto che a decidere è il proprietario? Neanche per idea: chi lo pensa ha un concetto ridicolo della libertà. La libertà è quella di aprire liberamente la scuola e di non essere sanzionato dallo Stato se adotti un libro di testo piuttosto che un altro. Libertà, da parte degli studenti, è quella di poter scegliere la scuola e il corso di studi preferiti, gli insegnanti preferiti, le materie di studio preferite, scegliere se studiare in un istituto laico o religioso e (se religioso) scegliere un istituto della propria confessione religiosa. Una volta compiute queste scelte, si studia. Si può sempre cambiare idea e cambiare istituto o corso di studi. Questa è la libertà vera. Picchettare le aule, occupare la scuola, disturbare i professori, contestare una libera scelta del rettore, minare un evento culturale, non sono manifestazioni di libertà: sono atti di violenza, che limitano la libertà di migliaia di persone. Solo nella cultura perversa dello statalismo italiano questi atti di violenza possono essere scambiati per libertà.




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10 gennaio 2008

Stavolta devo dare ragione all'estrema destra israeliana

In Israele, questa volta, ha ragione l'estrema destra. Non perché è l'estrema destra (che di solito ha idee nazionaliste o religiose assurde), ma perché in questo caso ha ragione. Ha ragione a raffigurare ironicamente Bush con la keffiah palestinese: dopo otto anni di terrorismo, Bush premia i terroristi dando loro uno Stato. Ha ragione a sostenere che il ritiro dalla Cisgiordania è un suicidio. Perché è empiricamente dimostrato che è un suicidio. Basta vedere che cosa è successo a Gaza dopo il ritiro: quasi 10.000 razzi lanciati su Israele e Hamas al potere. Basta vedere cosa è successo in Libano: da che gli Israeliani si sono ritirati nel 2000, è tutto un susseguirsi di lanci di razzi, rapimenti, incursioni militari e persino una guerra nell'estate del 2006. Quando un esperimento viene fatto e ripetuto e dà sempre gli stessi risultati, c'è bisogno di ripeterlo ancora? Sulla pelle di un intero popolo? L'estrema destra ha ragione a non fidarsi delle promesse di Abu Mazen. Può anche darsi che sia sincero... ma quante possibilità ci sono che lo sia veramente? I palestinesi di Al Fatah si richiamano al nazismo senza mezzi termini. Raffigurano ancora la Palestina che verrà come uno Stato che si sostituirà del tutto a Israele, cancellando il vicino. La storia insegna che se ai nazisti concedi i Sudeti, loro si prendono l'intera Cecoslovacchia.
L'11 settembre non ha insegnato nulla. Dopo appena sette anni dal fattaccio, si torna a cercare il dialogo con chi cerca solo di distruggere la nostra civiltà. Israele è sempre stato un esempio: quando vince, vinciamo anche noi e viceversa. L'esempio che noi occidentali stiamo dando in Israele è pessimo: d'ora in poi i terroristi capiranno che basta insistere, anche senza strafare, per ottenere tutto quello che vogliono. Adesso trattiamo con i terroristi "moderati" di Al Fatah. In Afghanistan già si tratta con i terroristi talebani "moderati". Non manca molto prima di vederci al tavolo delle trattative con i "moderati" di Al Qaeda. E loro cosa ci possono chiedere? Di lasciar mano libera per fare il Califfato?




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9 gennaio 2008

Sarkozy sarebbe un liberista?

Il presidente francese Sarkozy ha fatto sperare addirittura di essere una nuova Thatcher. Oggi ha fatto di nuovo parlare di sé proibendo la pubblicità dalla Tv di Stato. Ha bandito i vili mercanti dal tempio della cultura statale francese. Non mi sembra un comportamento liberista. Un liberista avrebbe dovuto riconoscere che la Tv di Stato deve essere privatizzata. Una Tv di Stato dipende dall’arbitrio di una ristretta élite al comando, che inculca al popolo la sua cultura. Una Tv privata, al contrario, dipende dalla pubblicità, la quale a sua volta dipende dall’audience, cioè dalle scelte della maggioranza della gente: è la vera Tv pubblica. La Tv di Stato vive estorcendo soldi alla gente (canone) e si impone al pubblico, volente o nolente. La Tv privata non estorce soldi, li ottiene se piace.

Queste sono tutte ragioni sufficienti per dire che un liberista dovrebbe privatizzare la Tv di Stato senza se e senza ma. Sarkozy, al contrario, la rende “pura”. Il suo (se è onesto) è un ragionamento che muove da un’illusione basilare dello statalismo (tipica del pensiero politico francese): credere che possa esistere uno Stato neutrale, con una funzione realmente “pubblica” e fingere che i politici siano dei disinteressati pastori del loro popolo. Non vuole vedere (e non vuole far credere) che lo Stato si fa promotore della cultura dell’élite al potere e i politici fanno soprattutto i loro personali interessi.

La notizia poteva sembrare positiva per un suo effetto collaterale: la Borsa ha fatto immediatamente salire le azioni delle Tv private, che possono accaparrarsi il bottino pubblicitario un tempo destinato allo Stato. Ma anche questa notizia positiva è stata subito contraddetta dalla seconda sparata di Sarkozy: aumentare le tasse sulle Tv private per finanziare la Tv di Stato. Questo, a casa mia, si chiama: togliere a chi merita per dare a chi non merita.

Sarkozy fa sempre a tempo a mostrarsi per il liberista che tutti credono che sia. Certo, sinora, ha fatto proprio poco in questa direzione. A prescindere dal fatto che lo invidio moltissimo per Carla Bruni, non mi sembra proprio l’uomo nuovo di cui l’Europa avrebbe tanto bisogno.




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