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26 agosto 2008

Disarmati di fronte alla Russia

Sia ben chiara una cosa, prima di affrontare qualsiasi discorso sulla guerra in Georgia: la Russia di Putin e Medvedev non è l’Urss, non vuole esportare la rivoluzione comunista nel mondo, non è un regime totalitario rivoluzionario. La Russia è una potenza militare, nel senso ottocentesco del termine. Usa la forza quando ritiene che serva e lo fa anche a scapito dell’Occidente, di cui non si ritiene affatto “partner”. L’obiettivo della Russia di oggi è quello di conquistare l’egemonia politica e militare nell’area ex sovietica e ottenere il monopolio delle vie di rifornimento del gas e del petrolio nella regione. In Russia lo Stato non è assoluto, ma è dominante, dirige i settori strategici dell’economia, usa le risorse come un’arma, considera il commercio internazionale come una branca della sua politica estera. E quando il commercio e la politica non bastano, usa l’esercito, così come facevano i monarchi europei sino alla prima metà del XIX secolo. Tolto ogni velo di ipocrisia e di retorica, di questo stiamo parlando: del padrone di un podere che non ha imparato a vendere il prodotto del suo lavoro, ma si limita a possedere la terra, a tenere i frutti tutti per sé e rubare terre agli altri quando la sua terra non gli rende abbastanza. Il vicino che si vede depredare la terra, oggi come oggi, è la Georgia. Perché ha una triplice sfortuna: è un paese piccolo, è lontano da ogni potenza rivale alla Russia e sul suo territorio passano delle gustose pipeline strategiche. Noi abbiamo interesse che quella terra venga rubata? Assolutamente no, perché è nostro interesse vitale avere più canali di rifornimento possibili per le nostre risorse energetiche e non è affatto nel nostro interesse che la Russia le monopolizzi tutte.

Però di fronte a questo tipo di minaccia, anche abbastanza semplice da comprendere, l’Occidente (e l’Europa e l’Italia per primi) è impotente. Siamo letteralmente disarmati di fronte alla minaccia russa, non riusciamo a capirla e, anzi, facciamo di tutto per giustificarla. I media sono relativamente favorevoli alla Georgia, solo perché quando si vedono le immagini delle città bombardate dai russi, tornano in mente brutti ricordi e i giornalisti simpatizzano automaticamente con i bombardati. Ma nessuno si straccia le vesti, nessuno manifesta, nessuno sfila con le bandiere della pace o di fronte all’ambasciata russa. E’ raro sentire o leggere un discorso coerente in difesa della Georgia, una repubblica che ha fatto di tutto, negli ultimi 4 anni, per diventare un paese civile, libero, democratico e alleato dell’Occidente. Il suo presidente Saakashvili ha assunto il meglio dei consiglieri liberali della regione, tra cui l’estone Mart Laar, per rendere il suo piccolo Paese un esempio di libertà e crescita economica. La classe dirigente arrivata al governo con la rivoluzione pacifica del 2003 crede sinceramente ai valori del capitalismo, della libertà individuale e della democrazia. E’ l’unica élite al potere in tutta la regione ex sovietica che, di fronte alle ultime proteste di piazza, ha avuto il coraggio di mettersi in discussione con elezioni considerate “libere” e “eque” dagli osservatori internazionali. Al fianco della bandiera georgiana appare sempre quella europea, così da far capire al mondo che la Georgia è parte dell’Europa, che in quelle regioni appena liberatesi dal comunismo è ancora sinonimo di Occidente. I giornalisti che si occupano del caso, tuttavia, non difendono mai la Georgia in quanto parte dell’Occidente, aggredita da uno Stato che appare sempre più come la classica tirannia orientale. Perché qui è il primo limite della nostra cultura: non crediamo più ai valori dell’Occidente. La nostra intellighenzia non crede che i valori del capitalismo e della democrazia siano positivi. Non crede neppure che la libertà individuale sia un valore positivo. I nostri cari intellettuali sono abituati a sezionare i sistemi occidentali, a mostrarne solo i difetti, a dimostrare con sofismi di tutti i tipi che sono moralmente equivalenti a qualsiasi tirannia. Dicono che la democrazia è appannaggio dei forti e dei ricchi, che il mercato libero ci rende schiavi del consumo, che nei paesi poveri e tirannici vivono più felici di noi. Agli occhi di questi intellettuali un Paese come la Georgia che cerca il suo sviluppo e la sua emancipazione nel capitalismo è solo un piccolo stato stupido, indegno di essere difeso.

I nostri analisti si limitano a vedere i particolari, vedono i punti e non li uniscono con le linee per ottenere il disegno complessivo. Si mettono con la lente di ingrandimento a vedere e a spiegare che cosa è l’Ossezia e cosa è l’Abkhasia, fanno grandi alberi genealogici che risalgono fino all’epoca dei Romani per dire che osseti e abkhasi sono popoli che storicamente non fanno parte della Georgia e che tutto sommato la Russia fa bene ad appoggiarne l’indipendenza. Senza vedere che quelle due minuscole regioni sono solo un pretesto per la Russia, una scusa per ritornare padrona di tutta la zona. Sarebbe come dire che la Germania di Hitler ha fatto scoppiare la II Guerra Mondiale per i tedeschi di Danzica. (E in effetti alcuni intellettuali lo dicono, come Buchanan, che nel suo ultimo vergognoso libro di storia arriva a dire che se avessimo lasciato Hitler libero di difendere i suoi tedeschi di Danzica, la II Guerra Mondiale non sarebbe mai scoppiata. Senza capire che nel Mein Kampf Hitler aveva già pianificato tutta la sua conquista dell’intera Eurasia).

I nostri militari, ancora peggio, hanno dimostrato di non avere più visione strategica complessiva. Anch’essi hanno guardato solo al particolare. Dall’11 settembre ad oggi hanno visto il pericolo del terrorismo e non hanno più considerato la possibilità di far fronte a una guerra convenzionale. Hanno scambiato l’arma (il terrorismo) con l’assassino che la usa (gli Stati che combattono l’Occidente), si sono preparati a combattere contro quell’arma, dimenticando che l’assassino ne può usare altre. Hanno giudicato “superata” la guerra convenzionale, solo perché non si sono più combattute grandi guerra convenzionali dal 1991. Hanno sepolto il deterrente nucleare e i grandi eserciti convenzionali, limitandosi a seguire le mode delle guerre “asimmetriche”, da combattere solo con i servizi segreti, l’aviazione e piccoli eserciti. Così quando i Russi hanno risfoderato la massa di mezzi corazzati, artiglieria e fanteria per invadere un nostro amico e contro i nostri interessi, non sanno come fare a contenerli: oggi scopriamo che non c’è più un deterrente credibile per indurli a non muoversi.

I nostri politici, dal canto loro, non hanno nessuna intenzione di tutelare i nostri interessi lasciando libere le vie di rifornimento delle risorse energetiche che passano dalla Georgia. Preferiscono una stretta di mano con un unico capo, a Mosca, per concordare il prezzo con un unico fornitore monopolista. Senza rendersi conto che nel lungo periodo sarà lui a fissare il prezzo senza passare attraverso il nostro consenso. D’altra parte pochi dei nostri politici credono nel libero mercato: preferiscono cedere alla tentazione della pianificazione, controllare direttamente l’economia e mettersi d’accordo con i loro amici (o trattare con i nemici) per fissare prezzi e quantità di quel che è necessario. I consumatori si “adatteranno”.

Siamo disarmati di fronte alla Russia: moralmente, culturalmente, militarmente e politicamente disarmati. Dobbiamo avere paura? Sì c’è da avere paura. L’unica cosa che mi consola è che, come si diceva all’inizio, la Russia di oggi non è l’Urss di ieri, non vuole issare la bandiera rossa su San Pietro, né su Times Square. Speriamo solo che qualcuno non prenda esempio dall’episodio georgiano, non constati la nostra impotenza. Speriamo solo che una Russia più ringalluzzita da questi successi insperati o qualche altro nemico non decida di infliggerci colpi molto peggiori.




permalink | inviato da oggettivista il 26/8/2008 alle 12:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


5 agosto 2008

Solzhenitsyn, morte di un compagno di strada

Alexandr Solzhenitsyn fu un eroe della libertà o un suo nemico? Fu entrambe le cose, proprio come la Russia di oggi, non riassumibile e non classificabile in una dicotomia amici/nemici. La nuova Russia ha sepolto il comunismo, ma non è diventata un Paese libero. Ha distrutto il più acerrimo nemico dell’Occidente capitalista, ma non è diventata amica dell’Occidente capitalista. Solzhenitsyn, nel suo viaggio di ritorno nella Russia appena liberata dal regime totalitario più sanguinoso del XX secolo, le ha dato una nuova identità. Ha criticato Eltsin perché lasciava troppo potere agli “oligarchi”, capitalisti ed ebrei, condannando all’infamia quelli che potevano diventare l’equivalente dei “robber barons” dell’America ottocentesca: antipatici a tutti, ma comunque artefici principali del benessere. Ha invece osannato Putin per aver di nuovo sottomesso il capitalismo allo Stato. Ha accettato la secessione delle repubbliche ex sovietiche non russe e non ortodosse, ma non per affermare principi di autodeterminazione, bensì per rendere culturalmente più omogenea la “madre Russia”. Poi ha condannato la rivoluzione arancione del 2004, liquidando il desiderio di libertà di milioni di cittadini ucraini come un’illecita ingerenza statunitense. Con il suo ultimo grande lavoro “Duecento anni assieme”, ha puntato il dito contro gli ebrei. Accusandoli di ogni male e in modo del tutto ingiustificato, affermando che erano alla guida della rivoluzione comunista, quando invece c’erano solo 16 bolscevichi di origine ebraica (e Trotskij aveva rotto ogni legame con la sua comunità, di cui divenne ben presto un persecutore). Ha condannato il sistema capitalista. Ha condannato come “occupazione” la presenza delle forze statunitensi in Bosnia, Kosovo, Afghanistan e Iraq. Il Solzhenitsyn politico, anti-capitalista e anti-semita, ha rischiato di far dimenticare, nell’ultimo decennio, “l’altro” Solzhenitsyn, quello anti-comunista, l’uomo che con “Una giornata di Ivan Denisovic” e con “Arcipelago Gulag” aprì gli occhi all’Occidente sulla realtà del regime comunista sovietico. Non solo fece vedere che cosa fosse l’Urss (di testimonianze ce n’erano già molte), ma fece capire, con autorevolezza, che il sistema dei campi di concentramento-sterminio era una diretta e inevitabile conseguenza del comunismo, non una sua deviazione. Così come i lager erano una diretta e inevitabile conseguenza del nazismo. Nessuno osò andargli addosso negli anni ‘70, pur nel momento di massima espansione dell’ideologia marxista in occidente. Tuttavia, nessuno volle imparare fino in fondo la sua lezione. I governi occidentali (con Willy Brandt e Richard Nixon) finsero di non sentirla, dando il via al disgelo con Mosca, volendo credere di trovarsi a trattare con persone ragionevoli e non con determinati assassini ideologizzati. I movimenti pacifisti non vollero ascoltare Solzhenitsyn e dopo aver applaudito le sue conferenze tornavano a predicare il disarmo unilaterale, per lasciarci nudi in balia del totalitarismo avanzante. L’anticomunismo di Solzhenitsyn, come quello di Ayn Rand e di Vladimir Bukovskij era sincero, lucido e basato su esperienze di prima mano: quindi “scomodo”. La grandezza del dissidente-scrittore fu proprio quella di essere rimasto coerente nella sua lotta contro il Male, anche nei momenti di maggior solitudine intellettuale nel suo lungo esilio statunitense.

Alla fine, proprio come nel caso della nuova Russia, è difficile giudicare la sua vita. Si deve perdonare la sua battaglia contro gli ebrei e la libertà individuale, nel nome del suo coerente anticomunismo? O il suo ultimo ventennio fa dimenticare il passato di lotta contro il comunismo? Non si deve dimenticare niente. Non ci sono due Solzhenitsyn, ce n’è stato uno solo e coerente con se stesso. Non si deve dimenticare che non tutti gli uomini che capirono e lottarono contro il comunismo lo fecero nel nome della libertà. Sin dall’origine del regime bolscevico, la maggior parte degli anticomunisti non lottava per la libertà. Tra i bianchi, pochissimi ufficiali erano dalla parte della democrazia e dell’Occidente: la massa voleva il socialismo e moltissimi erano nostalgici dello zar. Ayn Rand, ricordando quegli anni di Guerra Civile, diceva che: “Speravo che tra i bianchi, almeno uno uscisse con un manifesto a difesa della libertà individuale. Non ne emerse nemmeno uno. Con mio grande orrore scoprii di essere sola”. La nuova Russia, liberatasi dal comunismo, è lo stesso Paese che intimidisce le repubbliche ex sovietiche, disprezza la libertà occidentale, nazionalizza i settori “strategici” dell’economia, arresta i dissidenti del nuovo regime e chiude gli occhi di fronte a un nuovo antisemitismo rampante. La maggioranza degli anticomunisti russi, quelli di allora e quelli di oggi, ha combattuto sinceramente contro Lenin e i suoi discendenti per promuovere un collettivismo di segno diverso: religioso, etnico e imperialista. Questa è la cruda realtà e Solzhenitsyn ne fa parte. Come si può giudicare, visto che non giudicare sarebbe ipocrita? Il giudizio, alla fine, non può che essere positivo. I bianchi, Solzhenitsyn, i russi che seppellirono il comunismo negli anni ‘90, hanno comunque contribuito a distruggere il più terrificante esperimento sociale del XX secolo. Per quanto immorale possa essere il modello collettivista da loro proposto, non è nemmeno lontanamente paragonabile al totalitarismo che hanno combattuto, un sistema che ha distrutto 100 milioni di vite e rovinato per sempre coloro che gli sono sopravvissuti. Non sono stati nostri amici. Non hanno combattuto per la nostra libertà. Sono stati, però, dei nostri formidabili compagni di strada. Solzhenitsyn fu il migliore di tutti loro.




permalink | inviato da oggettivista il 5/8/2008 alle 16:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


4 agosto 2008

I liberal faranno la rivoluzione. E chi li ferma più?

La sensazione di una vittoria travolgente di Obama nelle prossime elezioni Usa è sempre più netta. La novità vera non è il primo presidente nero nella storia degli Usa, ma il primo presidente veramente liberal della storia contemporanea americana.
Una serie di articoli su Capitalism Magazine, la più seguita e prestigiosa rivista online della galassia oggettivista, spiega la vera natura dei due candidati alle presidenziali statunitensi. I primi quattro pezzi, a firma di Edward Cline, sono dedicati al caso di Barack Obama. Gli altri tre, sempre dello stesso autore (che è storico della Rivoluzione Americana e romanziere) prendono di mira John McCain. Non si tratta di pura par condicio, ma di una giusta analisi dei loro percorsi politici. Non si possono mettere i due candidati sullo stesso piano, ovviamente. Barack Obama, sostenuto dall’ala più radicale dei Democratici, la corrente del partito che oggi detta l’agenda, vuole letteralmente sovvertire le basi della Rivoluzione Americana per avvicinarsi a un modello social-democratico europeo. John McCain ha la colpa principale di non opporsi a questo cambiamento. Anzi: di legittimare, con le sue idee e la sua attività politica precedente, tutto quel che c’è di peggio negli ideali obamisti.

L’analisi dell’ascesa del candidato democratico è quanto di più inquietante vi sia, perché Cline traccia il parallelo con la propaganda usata dai nazisti per imporre la loro agenda. Esagera? No, in questo settore no: Cline sa quel che dice. Anche perché non si traccia alcun parallelo tra obamismo e nazismo: l’obamismo è socialdemocratico, mentre il nazismo è totalitario. Si confronta semplicemente il modo in cui Obama si sta presentando agli elettori e le tecniche di comunicazione naziste: entrambe le macchine propagandistiche hanno tenuto nascosti i loro principi e programmi reali, hanno purgato i loro elementi più estremisti, così da affascinare le masse con slogan di successo. Adatti, grazie alla loro altisonanza e genericità, ad affascinare ed attrarre quanta più gente possibile, proponendo e facendo accettare dei principi che (se espressi chiaramente) non verrebbero mai digeriti. Se vincerà le elezioni, il presidente democratico sarà in grado di trasformare l’America in una socialdemocrazia, senza che gli americani se ne rendano conto. Perché tra i tanti collettivisti è emerso proprio lui? Perché, secondo Cline, Obama è sufficientemente malleabile (può cambiare slogan su qualsiasi cosa), misterioso (c’è una forte cappa di censura sul suo passato) e può presentarsi come vittima di qualsivoglia emarginazione per fare strada in un apparato di partito e, allo stesso tempo, far la parte di paladino dei deboli. La Germania di Weimar che fu terminata dalla dittatura di Hitler era una “repubblica senza repubblicani”. L’America di oggi è una società libera senza liberali, il suo modello è odiato o quantomeno contestato da tutta l’élite intellettuale, dai media alle università. Obama ha conquistato proprio loro per iniziare la sua ascesa politica e proporre il suo “cambiamento”. Idem dicasi per i capitalisti anti-mercato, come Soros, che finanziano ogni attività mediatica e politica contraria alla libertà individuale in economia: sono loro la base economica del nuovo potere che avanza.

Ma di fronte a questa offensiva democratica, che cosa può opporre un “pragmatico” come McCain? Contro Obama sarebbe stato molto utile un candidato repubblicano in grado di proporre una sua rivoluzione. Non un secondo Bush, né (come McCain si presenta) un politico ancora più moderato, ma una figura di saldi principi che sappia riproporre la libertà individuale come valore irrinunciabile degli americani. McCain fallisce in questo compito perché non ha argomenti per opporsi al collettivismo di Obama: il patriottismo del candidato repubblicano è collettivista, al punto di proporre l’introduzione del servizio civile obbligatorio (cosa che ha fatto in tempi non lontani). Come Obama. McCain ha fede nelle teorie più estreme del riscaldamento globale, fondando su di esse la sua dottrina dello sviluppo sostenibile. Come il suo avversario (e come l’attuale presidente) crede che lo Stato debba intervenire quando il mercato “fallisce” (leggasi: non produce gli esiti voluti dal governo) e come tutti gli altri è convinto che la libertà di parola possa essere limitata nel nome della sicurezza. Il rischio di queste elezioni, insomma, è che i liberal, con Obama, facciano la rivoluzione sociale che avrebbero sempre voluto fare. E che nessuno sia realmente in grado di opporsi.




permalink | inviato da oggettivista il 4/8/2008 alle 15:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

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