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22 ottobre 2009

Documento anti-Tremonti, quando il rimedio è quasi peggiore del male

Quando si è diffusa la notizia di un documento del Pdl che propone una politica economica alternativa a quella del ministro Tremonti, ho tirato un sospiro di sollievo. “Meno male” – è stata la mia primissima impressione – “qualche liberale deve essere rimasto nel Pdl, qualcuno si ribella a un ministro che un giorno condanna la deregulation, il giorno dopo le privatizzazioni, il terzo propone la Banca per il Mezzogiorno e il quarto, invece di fermarsi e riposare, rimpiange pure il posto fisso”. Ma era una pia illusione purtroppo. La barricata liberale eretta nelle file del Pdl contro il ministro socialista ha cessato improvvisamente di esistere nei miei sogni. Era, giustappunto, solo un sogno. Il documento anti-Tremonti esiste, pare sia condiviso da ministri e parlamentari del Pdl, ma non è assolutamente un’alternativa liberale allo statalismo di Tremonti. Anzi, in molti casi scavalca Tremonti a sinistra.

C’è solo un punto che posso condividere ed è la riduzione delle tasse, il primo paragrafo del documento:

“La prima iniziativa da intraprendere è una immediata e consistente riduzione dell'imposta di reddito delle persone fisiche (IRE); riduzione da inserire in un percorso, graduale ma annunciato fin da subito nei tempi e nei modi, che conduca alla realizzazione di quelle due sole aliquote a suo tempo promesse e di una contestuale e conseguente riduzione generale della pressione fiscale nel nostro paese”.

Bene, l’abbassamento delle tasse richiede comunque un altro grande intervento strutturale: il taglio delle spese. Ma il documento ne fa cenno solo al punto 7, parlando di tagli irrilevanti (costi della politica). Strano: l’Italia è il Paese con il più alto debito pubblico d’Europa (quasi il 113,4% del Pil). Con meno tasse con cosa continueremmo a pagare le spese, se non le si taglia?

Il documento prova a dare una risposta al punto successivo:

“Anche nel tetto dell'aumento delle entrate conseguente al rilancio della domanda interna, la riduzione dell'IRE produrrà un aumento del deficit pubblico. Che andrà compensato, almeno in una prospettiva di medio-lungo periodo con un graduale innalzamento dell'età pensionabile per uomini e donne, nel settore pubblico e privato. Una riforma di questo tipo dovrebbe mettere al riparo da reazioni negative dei mercati e degli organismi internazionali”.

L’aumento dell’età pensionabile potrebbe non bastare. Il problema è demografico, non solo economico. Abbiamo una natalità bassissima (8,18 nati ogni 1000 abitanti), una percentuale sempre più alta di anziani (gli over 65 sono esattamente un quinto della popolazione). Se manteniamo l’attuale sistema previdenziale, in cui sono i lavoratori a pagare la pensione a chi non lavora più, una base decrescente di lavoratori non riuscirà più a mantenere una crescente popolazione di pensionati. Alzando l’età pensionabile non facciamo altro che costringere la gente a lavorare più a lungo (e ditemi voi che produttività ha un sessantenne, quando i cinquantenni medi già non sanno usare il computer!) e a rimandare, ma non risolvere, lo scoppio del sistema. Di sicuro questa misura non sanerebbe il debito pubblico. E non risolverebbe il problema previdenziale, la cui salvezza può arrivare solo dall’introduzione di un sistema a capitalizzazione (pensioni private, ogni lavoratore risparmia e investe su un proprio conto personale e decide i tempi del suo pensionamento).

Fin qui ci sono i peccati veniali di questo documento. Adesso iniziano i peccati mortali:

“Anche nell'attuale fase di timida ripresa economica, si conferma una dinamica stentata degli investimenti privati. E' questo il momento per avviare con decisione un forte e immediato programma di investimenti pubblici, che aiuti a sostenere l'economia almeno fin quando riprenderanno gli investimenti privati, e che produca effetti di lungo periodo in termini di efficienza complessiva del nostro sistema economico”.

Benissimo! Allora, se la gente non ha abbastanza soldi in tasca per fare investimenti di rischio, allora prendiamo ancora più soldi dalle sue tasche per fare investimenti pubblici. Operazioni in cui non è il singolo risparmiatore/investitore a decidere su cosa rischiare, ma è lo Stato a decidere al posto suo. Complimenti per la logica!

“In particolare è possibile dare impulso deciso alla produzione di energia elettrica da impianti nucleari. La tecnologia è disponibile. Le nostre imprese stanno velocemente definendo un quadro di accordi internazionali. Sul mercato esistono ampie disponibilità a finanziarie questi investimenti, sempre che si assicuri alle imprese chiamate a realizzare un quadro tariffario certo e prevedibile. Le stesse preclusioni di una parte di opinione pubblica ed enti locali stanno venendo meno. Ne trarrà beneficio la competitività del Paese”.

Premetto che non sono contrario all’energia nucleare. Anzi, penso sia la soluzione a molti dei nostri problemi e mi sono sempre battuto per il suo ritorno in Italia dopo il referendum del 1987. Ma un programma nucleare ha la brutta caratteristica di costare tanto senza produrre ricchezza per un numero spropositato di anni: 10, anche 15 anni necessari per costruire le centrali. Poi inizia a produrre energia e allora inizia ad essere una scelta conveniente. In tempi di crisi come questo è proprio necessario imbarcarci in una spesa enorme e di lungo periodo che inizierà a fruttare nella prossima generazione? Non è meglio aspettare che ci sia un po’ più di ricchezza in giro e avere i conti a posto?

“Con l'esperienza abruzzese si è dimostrato che la costruzione di case pubbliche può essere realizzata in un tempo misurabile nelle settimane e non nei lustri. Non ci sono più scuse per una pronta realizzazione di un vasto programma di edilizia pubblica a sostegno delle famiglie più in difficoltà e delle nuove coppie”.

Eccola qui la vecchia illusione della casa popolare, sogno di fascisti e democristiani, dei tempi andati. L’esperienza ci mostra come la costruzione di case popolari a) non abbassa il prezzo delle case private b) non garantisce un tetto alla gente bisognosa, ma solo ai raccomandati c) i piani-casa non rendono la società più benestante, ma hanno sempre creato una vera e propria industria della corruzione d) i piani-casa non rendono la società più sana, ma hanno sempre diffuso la delinquenza dovuta a vicinanze e coesistenze condominiali malsane. E poi, ripeto: coi quali soldi e con i soldi di chi si dovrebbero attuare questi programmi di edilizia pubblica?

“Più in generale, è necessario accelerare tutti gli investimenti infrastrutturali pubblici. Anche in questo caso si produrrebbe un rigonfiamento immediato del deficit pubblico. Ma non dovrebbe essere difficile convincere i mercati delle bontà dell'operazione, ove si presenti un programma che porta ad anticipare spese infrastrutturali già previste; guardando a un orizzonte temporale ad esempio decennale, si tratterebbe non già di un aumento complessivo del deficit pubblico, bensì di una sua rimodulazione temporale. Con in più il beneficio di finanziare queste opere sul mercato in un momento nel quale i tassi d'interesse sono particolarmente bassi. E una parte di queste infrastrutture dovrebbe essere finanziata con una accelerazione nella spesa dei fondi europei”.

Olè, altre spese. Ripeto: il nostro debito pubblico è il 113,4% del Pil. Che fiducia volete che ci diano i mercati se apriamo ancora il nostro portafoglio pubblico? A un certo punto penso che anche a Bruxelles inizino a stancarsi di pompare fondi all’Italia per le sue infrastrutture (se non si sono già stancati). E poi: come fanno le infrastrutture in Italia? L’esplosione del treno a Viareggio, i continui ritardi dei treni più moderni e costosi, la viabilità del Sud che è degna di quella di un Paese arabo sono solo alcuni dei tantissimi esempi di come vengono realizzate le grandi opere in Italia. Vogliamo dare un po’ più di fiducia ai privati più intraprendenti o vogliamo continuare a costruire costosi e inefficienti colossi di Stato? I redattori di questo documento devono essersi resi conto che mancava un tassello (vedi alla voce: dove risparmio per poter spendere tutta ‘sta roba, abbassando pure le tasse?). E allora hanno scritto:

“Al rilancio della spesa per investimenti deve accompagnarsi un deciso contenimento della spesa corrente. A partire dai costi della politica; quelli diretti (numero e remunerazione dei componenti delle assemblee elettive e degli organi di governo ai vari livelli), ma anche quelli indiretti, legati al pletorico mondo delle società partecipate degli enti locali”.

Lodevole, ma pochissimo. I costi della politica sono solo una minima parte della gigantesca spesa pubblica italiana. Il gosso (un quarto del totale) è costituito dalle spese sociali (sanità, pensioni e altri servizi sociali), seguito dalla spesa per interessi sul debito pubblico e dall’istruzione. Un riformatore che abbia veramente coraggio dovrebbe metter mano a una riforma della sanità, dell’istruzione e del sistema previdenziale, il tutto in chiave di privatizzazione. Qualcuno ha il coraggio? No? Allora è inutile parlare di riduzione delle spese.

“La ripresa non potrà decollare senza un adeguato sostegno del sistema creditizio. Ma qui occorre una svolta decisiva rispetto alle politiche e agli annunci recenti. Se sono le imprese ad aver bisogno di aiuto, non ha senso proporre aiuti alle banche, nella speranza che queste poi aiuteranno le imprese; si aiutino invece direttamente le imprese: gli strumenti della garanzia di credito hanno dimostrato di funzionare bene; c'è una forte necessità di aiuti alla innovazione tecnologica; un forte aumento della dotazione finanziaria assicurata a questi strumenti funzionerà mille volte meglio degli aiuto promessi dalle banche e da queste poco utilizzati”.

Se è lecito chiedersi perché aiutare le banche fallite, perché dovremmo aiutare le imprese fallite? Perché non lasciamo che da questa crisi sopravvivano realmente i migliori? Se siamo davvero preoccupati per la possibile impennata della disoccupazione, perché non pensiamo a qualche forma di sostegno per i disoccupati invece che agli imprenditori che li hanno gettati su un marciapiede?

“E' del tutto controproducente minacciare le banche con l'istituzione di nuove banche pubbliche. E' difficile che per questa via - come l'esperienza insegna - giunga buon credito a buone imprese. Servono invece buone banche private, in concorrenza fra loro; serve una disciplina severissima che contrasti eventuali accordi a cartelli; servono regole certe e semplici riguardo la trasparenza di prezzi, tassi, commissioni. Ma senza ingerenze della politica, che presto o tardi produrrebbero i danni del passato”.

Si può essere d’accordo con il principio, ma la soluzione è tanto “minacciosa” per le banche private quanto l’istituzione di nuove banche pubbliche. Se lo Stato pone regole “severissime” su: accordi, cartelli, prezzi, tassi, commissioni… come fa ad operare una banca privata?

“Il nuovo impulso alla politica economica deve accompagnarsi a una azione riformatrice più vasta, anch'erra capace di importanti effetti economici. La riforma della giustizia, accrescendo celerità e qualità dei giudizi, è suscettibile di importanti effetti positivi sul mondo delle imprese oggi condannate alla incertezza permanente riguardo la capacità di far valere i propri diritti. Riforme istituzionali che accrescano la forza e l'efficacia dell'azione di Governo, garantendo l'attuazione dei programmi elettorali enunciati dalla coalizione maggioritaria, saranno in grado di ridurre l'incertezza sulle politiche future; e l'incertezza è il peggior nemico della crescita economica”.

Manca la cosa fondamentale: il diritto di proprietà. Solo garantendo pienamente il rispetto del diritto di proprietà il mercato in Italia può decollare di nuovo. Il giudizio celere, da solo, non è un rimedio. Anzi, se un magistrato, a tempo di record, condanna il proprietario a favore del “bisognoso”, il creditore a favore del debitore, l’economia non è affatto destinata a ridecollare. Idem dicasi per le riforme istituzionali: quel che deve cambiare in Italia è la legge, che non protegge abbastanza il cittadino dall’ingerenza dello Stato. Con le leggi e con la mentalità dei politici di questi anni, istituzioni che accrescono “la forza e l’efficacia del governo” non faranno altro che accelerare i tempi. I tempi della nostra completa sottomissione allo Stato.

Se questa è l’unica alternativa a Tremonti ritorna la solita depressiva riflessione: in Italia non esiste più alcuna opposizione a un programma economico socialista. Fanno specie i politici di sinistra che ridono delle dichiarazioni di Tremonti: loro, quando erano al governo, hanno fatto molto peggio. Sono stati il governo della spesa pubblica, dello strangolamento tramite tasse e del blocco totale (per motivi ecologici) del progresso in Italia. La Lega, che è nato come partito anti-tasse, è in realtà una delle principali ispiratrici dello statalismo tremontiano. Fini, che si atteggia tanto a liberale quando parla di eutanasia e diritti agli immigrati (ma sono cose liberali poi?), non appena tocca i temi economici torna alle vecchie posizioni della destra sociale. Persino l’Udc non ha diritto di parola: quando era al governo, assieme a Berlusconi, attaccava sempre Tremonti da sinistra, rimpiangendo le vecchie politiche sociali della Dc. Non c’è alternativa. Moriremo statalisti?



19 ottobre 2009

Tremonti e la fiaba del posto fisso

E già, adesso abbiamo Tremonti che difende anche il posto fisso. Il posto fisso. Una roba che nemmeno la Cgil vuole più difendere, perché si rende conto che è superato dai tempi, dalla tecnologia degli anni 2000, dal senso comune delle ultime due o tre generazioni. Difendere il posto fisso su scala nazionale, da parte di un ministro dell’Economia, è un po’ come… che so… difendere i diritti dei mezzadri o dei contadini senza terra. Una cosa che faceva chic nei primi del ‘900.

Ma Tremonti ha veramente difeso il posto fisso? Ho letto male? Cito da agenzia: "Non credo - ha detto il ministro - che la mobilità sia di per sé un valore. Per una struttura sociale come la nostra, il posto fisso è la base su cui costruire una famiglia. La stabilità del lavoro è alla base della stabilità sociale". E poi, come un qualsiasi comunista e socialista di casa nostra, si è messo a fare le pulci al sistema americano, tirando fuori i soliti luoghi comuni, triti e ritriti: "Un conto è avere un posto di lavoro fisso o variabile in un contesto di welfare come quello europeo, un conto è avere uno stipendio senza sanità e servizi. Negli Stati Uniti i fondi pensione dipendono da Wall Street, e se le cose vanno male ti ritrovi a mangiare kit kat in una roulotte e neghi la scuola ai tuoi figli". Negli Usa nessuno nega la scuola ai figli e nessuno nega la sanità (ci sono Medicare e Medicaid), ma vabbé… Negli Stati Uniti, tra le altre cose, c’è il lavoro. Da noi no. Negli Stati Uniti, al massimo della crisi, sono arrivati al record del 7% di disoccupazione. Per loro è un trauma, era da 30 anni che non avevano così tante persone senza lavoro (di solito hanno il 3-4% di disoccupati). Per noi il 7% non è un trauma, è la norma. Nel Sud, il 7% è addirittura un dato positivo, di crescita. Noi abbiamo già raggiunto da un pezzo quel livello di disoccupazione, anche quandonon eravamo in crisi. Negli Usa c’è lavoro perché c’è una maggior libertà (non assoluta, ma più che in Italia) di contratto. Un datore di lavoro ha libertà di assumere e di licenziare, un dipendente ha più possibilità di cambiare impiego. Mi resta impresso nella mente l’episodio di quell’ufficiale di aviazione che si licenziò dalle forze armate nel 1999, in segno di protesta contro la guerra in Kosovo e ricevette più di 900 (novecento) offerte di lavoro in una settimana. In America, se vali, non vivi in una roulotte. Da noi, anche se vali, rischi di non trovare lavoro. Perché gente che non ha assolutamente voglia di lavorare non può essere licenziata. Andiamo avanti così, facciamoci del male.




permalink | inviato da oggettivista il 19/10/2009 alle 21:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


17 ottobre 2009

Una cura per il sistema-Italia

Allora, iniziamo col dire che, mentre sto scrivendo, sto aspettando il tecnico che mi deve cambiare il contatore elettrico. Doveva essere qui alle 11, adesso sono le 12,15 e non è ancora arrivato, senza né avvisare né tantomeno scusarsi. Ho telefonato alla ditta: una voce annoiata, tipica di uno che non ha voglia di rispondere al telefono, afferma che “sta arrivando”.

Adesso sono le 12,50 e il tecnico non si vede ancora. La solita voce annoiata, questa volta ha tagliato con un “scusi, ho una chiamata sull’altra linea”. Nel frattempo ho perso tutti gli appuntamenti di questa mattina. Sono le 13,15 e la ditta questa volta non mi risponde nemmeno. Scoppio di rabbia. Devo dire a qualcuno quello che sto passando.

Ho telefonato a un paio di amici e ai miei genitori. Tutti hanno l’aria rassegnata. Mi sembra proprio di vederli dall’altra parte della cornetta: ti guardano con sufficienza, alzano le spalle, ti dicono: “E’ così, di cosa ti stupisci?”. Eccolo qui, il sistema Italia. Ormai siamo talmente abituati ai disservizi che, quando si ci presentano davanti per noi è una cosa normale come la pioggia o il vento. E’ una cosa che “si sa”. Si sa che gli autobus arrivano sempre con 10, 15, 20 minuti di ritardo, che il passante ferroviario ha come minimo 5 minuti di ritardo (e quando piove, anche se è sotterraneo, magicamente si ferma). Si sa che se prendi un treno per andare in un’altra città italiana, il ritardo rischi di farlo di 3 ore. Si sa che se mandi un computer in riparazione aspetti 2 mesi (io sono al secondo mese e mezzo di attesa per il mio computer nuovo, comprato già rotto all’origine). E si sa ovviamente che, delle cose che compri, è molto probabile che una su dieci è difettosa all’origine. Si sa che, se sei un lavoratore autonomo, i clienti non ti pagano. Se lo fanno, si sa che lo fanno con ritardi di 3, 6, 8 mesi o anche di più. Si sa che se chiedi qualcosa a un fornitore, questo te la manda con minimo una settimana di ritardo e magari quando ti arriva vedi anche che è rotta o è un’altra cosa e devi rifare la richiesta.

Questo sistema è talmente consolidato che la gente ormai lo accetta come la pioggia o il vento. Diventa impossibile lamentarsi: perché, ti dicono, ti stupisci che la pioggia è bagnata? Ti lamenti perché il vento fischia? Ma sei nato ieri o cosa?!

Oppure, l’altra reazione, speculare e opposta, è quella della lagna o della minaccia permanente. E’ quello della gente esasperata che minaccia di far causa a tutti per qualsiasi cosa. E’ l’esasperazione del cliente che chiama il call center e vuole far causa al centralinista prima che questi dica un “pronto” perché l’attesa è lunga. E’ quella di chi vuol far causa al barista perché ti porta una birra che ritiene troppo piccola. O di chi fa causa al cameriere che inciampa nella sua sedia. Il più delle volte è gente che se la prende con i più deboli e per i motivi più stupidi. Pare stia diventando una caratteristica di noi milanesi: lamentati sempre e tieni pronto il numero del tuo avvocato. Da quel che vedo non è solo una caratteristica dei milanesi. Siamo veramente diventati un popolo costituito per metà da lagnosi, per l’altra metà da esasperati. Abbiamo bisogno, a questo punto, di sole due categorie professionali: avvocati e psicologi.

Ah ecco, il tecnico è finalmente arrivato. Con due ore di ritardo. Non parla molto, ma ha l’aria incazzata, esasperata, vendicativa. Guai a dirgli qualcosa sul suo ritardo di due ore, evidentemente non dipende da lui. E da quel che vedo queste due ore di ritardo gli sono costate molto, in termini di stress e di fatica. Se gli dici qualcosa ti ficca il cacciavite in gola. Ecco: questa è l’altra faccia del sistema Italia. Tutti sono “vittime”. Magicamente si perdono nel nulla le vie che portano a capire chi è responsabile di un disservizio. Capita nelle piccolissime cose: quando l’autista di autobus che arriva con 20 minuti di ritardo, facendoti perdere il treno, l’aereo o minuti preziosi di lavoro, ti guarda con aria di rivendicazione e dice: “ringraziami che sono arrivato; io sono qui a guidare, del mio collega che doveva passare prima di me non so niente!”. Capita nelle cose più enormi: quando un treno carico di Gps è esploso a Viareggio provocando una piccola Hiroshima nell’Italia centrale, le responsabilità si sono improvvisamente frammentate in una serie infinita di scarica-barile: colpa delle ferrovie, no di chi fa i vagoni, anzi no dei binari e di chi li ha costruiti, anzi colpa della manutezione, no nemmeno, della ditta che ha fabbricato e venduto i bulloni…

E’ soprattutto questa la caratteristica più assurda del “sistema Italia”, che tutti si lamentano, ma nessuno riesce a trovare un responsabile. A livello “macro” è impossibile risalire a una causa unica. Da come appare, il sistema Italia è assolutamente irriformabile. In realtà una soluzione vi sarebbe: l’unico sistema in cui si è spinti ad assumersi la propria responsabilità è il libero mercato. In un sistema di mercato, vivi finché soddisfi il cliente. Se non soddisfi il cliente perché sei inefficiente, fallisci. Ma la gente non vuole libero mercato. Quindi il problema è: l’etica degli italiani. Sto per partire con il solito pistolotto sulla presunta mancanza di senso civico negli italiani? Neanche per idea. Il senso civico che ci insegnano nelle scuole è il problema, non la soluzione. Per senso civico intendo quella mentalità in base alla quale devi lavorare per il bene della “società”, prima ancora che per il tuo bene. Dall’Unità d’Italia in poi ti insegnavano che dovevi sacrificarti per la patria. Poi il fascismo ha finalmente affossato questo tipo di etica. Lavorare e morire per gente come Mussolini e Hitler, per di più per perdere la guerra, non è il massimo della vita. Nell’ultimo mezzo secolo, il senso civico che tira di più è quello cattolico (prima viene il bene della comunità e poi il tuo) e quello comunista (prima viene il bene della tua classe sociale e poi il tuo). Il problema è proprio nel collettivismo. Se dai priorità al bene della collettività, rischi da un lato di rimanere deluso dalla bontà di questa collettività. E dall’altra rischi di snervarti per mancanza di incentivi individuali se lavori bene. Il cattolico comunitarista che entra in un’azienda e lavora per il bene della comunità, cooperando diligentemente con il suo datore di lavoro, rischia di rimanere scottato dal cinismo del “padrone” che sfrutta la sua bontà a suo esclusivo vantaggio. E il cattolico che resta scottato da questa esperienza, il più delle volte, passa alla versione eretica e meno paziente del cattolicesimo: il comunismo. Il comunismo, in soldoni, si traduce in scontro. E lo scontro (terrorismo, rivoluzioni e dittature del proletariato a parte) si concretizza in: non lavorare. Non lavorare per principio, per non fare gli interessi del “padrone”, per chiedere stipendi sempre più alti e orari sempre più ridotti, fino al fallimento dell’azienda. Dall’altra parte, il comunista o il cattolico che sono privati di soddisfazioni individuali per troppo tempo, nemmeno dopo anni di duro lavoro o duri scontri, tendono a diventare quanto prima degli squali: gente che rigetta ogni codice morale e che vuole farsi strada anche sulla pelle degli altri. C’è chi parte subito, chi parte prima, chi parte solo dopo anni di delusioni, ma alla fine troppa gente arriva all conclusione che: “io mica sono nato ieri. La società mica è buona, l’importante è approfittarne”. E le cose iniziano ad andare veramente male. La burocrazia si riempie di impiegati e funzionari che prendono lo stipendio per non lavorare, perché “non sono mica nati ieri”. Le aziende si riempiono di manager irresponsabili che mungono l’azienda e poi la lasciano in condizioni miserabili, pur guadagnandoci, perché “non sono mica nati ieri”. Siamo pieni di imprenditori che, invece di produrre, passano tutto il tempo a cercare appoggi politici, tanto è lo Stato che li finanzia o li protegge in caso di fallimento, perché “non sono mica nati ieri”. L’Italia si riempie di finte aziende e finte burocrazie che hanno l’unico scopo di attirare soldi a palate dallo Stato o dall’Unione Europea, perché i burocrati “non sono mica nati ieri”.

Ecco perché il senso civico collettivista è l’origine dei nostri problemi, non la soluzione. La soluzione si potrebbe avere, semmai, riportando il nostro sistema morale alla realtà: alla realtà di un uomo naturalmente egoista, che mira ad avere premi e incentivi, mentre rigetta il sacrificio. Un bel bagno di realtà, anche nell’etica, farebbe bene: l’egoismo ci curerebbe dai nostri mali, non ci farebbe peggiorare. Ci vuole il sano egoismo di gente che cerca di essere indipendente: indipendente dal potere, indipendente dall’aiuto altrui. Questo andrebbe insegnato sin da subito: vedi di cavartela da solo.




permalink | inviato da oggettivista il 17/10/2009 alle 16:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

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