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31 luglio 2009

Ripensare la Grande Guerra/ parte 2

Come abbiamo visto nella prima parte, il XX secolo è un'eccezione straordinaria (in senso negativo) nella storia dell'umanità. Con i suoi 170 milioni di morti provocati da regimi autoritari e totalitari, il XX secolo ha rappresentato un periodo di impazzimento collettivo e autodistruttivo, unico nella storia. Le cause dei mali del XX secolo sono tutte da rintracciarsi nella I Guerra Mondiale. Vediamole una per una:

1. L'integralismo islamico nella sua versione moderna è la prima delle grandi ideologie totalitarie nate nella I Guerra Mondiale. Nasce precisamente l'11 novembre 1914, quando l'Impero Ottomano proclamò la jihad contro gli imperi infedeli di Russia, Francia e Gran Bretagna (risparmiando solo gli alleati Austria-Ungheria e Germania). La jihad ottomana è vista come una mossa strumentale, che per di più ebbe poca presa sui musulmani russi e quelli degli imperi coloniali britannico e francese (che non si sollevarono). Ma le conseguenze della proclamazione della jihad furono più pesanti di quanto non si pensi. Nella I Guerra Mondiale, la jihad motivò le masse musulmane a commettere i genocidi ordinati dai Giovani Turchi (che erano laici ed erano, invece, mossi da un'ideologia nazionalista) contro le minoranze cristiane greca e armena. E il genocidio degli armeni fu il progenitore (anche dal punto di vista tecnico) di tutti i genocidi moderni. L’Intesa non fece nulla per stroncare la jihad: nel 1918, sconfitto l’Impero Ottomano, gli alleati non abolirono il Califfato, né processarono i Giovani Turchi per i loro genocidi. La mentalità jihadista rimase intonsa e riemerse, pari pari, dopo la fine dei mandati occidentali, prima mascherata da nazionalismo, poi più esplicitamente. Secondo un luogo comune della storiografia marxista e islamica il radicalismo nasce come reazione al colonialismo occidentale seguito allo smembramento dell’Impero Ottomano, allora alleato della Germania. Altro falso storico. L’Intesa liberò le province arabe dal dominio ottomano, poi concesse loro l’indipendenza dopo un breve interregno di amministrazione controllata (mandati), durato solo un ventennio. Le potenze occidentali, Francia e Gran Bretagna, non hanno colonizzato un bel niente nel Medio Oriente. A proposito: altro falso storico è affermare che gli inglesi abbiano tradito la fiducia degli arabi permettendo agli ebrei di colonizzare la Palestina. Prima della fine della II Guerra Mondiale, per gli arabi la Palestina NON era rilevante. I palestinesi stessi erano guardati come non-arabi dai popoli della Siria e dello Hijaz.

2. Il comunismo, così come si è affermato in Urss, poi in tutti i Paesi suoi satelliti in Europa, poi in Cina, poi nel Sud Est asiatico, infine anche in alcuni stati dell'America Centrale (Cuba e Nicaragua) e dell'Africa, è un prodotto diretto della I Guerra Mondiale. La rivoluzione russa del novembre 1917 non sarebbe mai avvenuta senza le condizioni create dalla guerra. Si tende a credere che fosse inevitabile, che i comunisti siano subentrati agli zar senza soluzione di continuità, che abbiano preso il potere per modernizzare un Paese arretrato e che l’antagonismo fra comunisti e mondo libero sia nato dall’intervento dell’Intesa a favore degli anticomunisti alla fine della guerra. Semmai è vero il contrario, per tutte e tre queste affermazioni. L’impero russo non era arretrato, era semmai in piena evoluzione. Nel 1914 la Russia imperiale era la V potenza industriale del mondo ed era in fase di democratizzazione almeno dal 1905. Fino al 1916 le principali forze riformatrici erano liberali, nazional-liberali e ottobristi (monarchici riformatori). Nel febbraio 1917 presero il sopravvento i socialisti democratici, solo alla fine del 1917 presero il potere i bolscevichi, grazie anche a un notevole aiutino dalla Germania. I bolscevichi inizialmente non godevano di alcun sostegno dell’opinione pubblica. Insomma: solo le circostanze create dalla I Guerra Mondiale resero possibile una rivoluzione e l’affermazione di un regime totalitario che, altrimenti, non avrebbero avuto alcuna chance di emergere. L’Intesa non fece nulla per rovesciare questo regime (soprattutto per l’opposizione del presidente americano Woodrow Wilson, che era egli stesso socialista e aveva scambiato il regime bolscevico per un'autentica democrazia) e il problema dell’espansionismo sovietico nacque a causa dell’inazione occidentale non di un eccesso di interventismo. Nota bene: senza espansionismo sovietico, sia il fascismo in Italia che il nazismo in Germania non avrebbero mai avuto il successo popolare che ebbero negli anni ‘20 e ‘30, quando si presentarono come diga contro il dilagare del bolscevismo. Il progetto totalitario sovietico nacque da subito. Basta vedere la data dell'istituzione della polizia politica (Ceka, poi Nkvd, poi Kgb): 1917. La data del primo Gulag: 1918. La data delle prime eliminazioni fisiche di massa delle classi nemiche: sempre 1918. La I Guerra Mondiale ha partorito un mostro in Russia, che nel corso dei decenni successivi, fino al 1991, ha decimato l'umanità: sono circa 100 milioni le persone assassinate dai regimi comunisti di tutto il mondo.

3. Il nazismo, considerato come il Male assoluto del XX secolo, causa diretta della morte di 20 milioni di persone, della II Guerra Mondiale e dell'unico tentativo quasi riuscito di eliminare fisicamente interi popoli (ebrei e rom), è anch'esso un prodotto della I Guerra Mondiale. Un luogo comune vuole che il nazismo è nato perché alla Germania furono imposte “condizioni troppo dure” nel Trattato di Versailles. Si dimentica che, se avesse vinto, la Germania avrebbe imposto condizioni molto più dure a tutta l’Europa. E che le condizioni imposte dagli Alleati alla Germania dopo la II Guerra Mondiale furono infinitamente più dure, ma non scoppiò una III Guerra scatenata dai tedeschi. La differenza fra il primo e il secondo dopoguerra è che: nel primo dopoguerra i tedeschi non percepirono la sconfitta, nel secondo sì. La Germania, nel novembre del 1918, aveva nelle sue mani tutta l’Europa orientale (Ucraina compresa), aveva truppe nel Medio Oriente, nel Caucaso e persino in Persia, manteneva il controllo dei 2/3 del Belgio e occupava ancora le regioni settentrionali e orientali della Francia. Ludendorff e il governo Von Baden vollero a tutti costi arrivare a una pace nel novembre del 1918 perché sapevano di non aver più speranza di una vittoria, non perché erano stati sconfitti definitivamente. Un po’ come se Hitler avesse accettato una pace negoziale alla fine del 1943. Nel 1918, la popolazione tedesca non capì mai quel che fu deciso da pochi uomini. Quel che videro i tedeschi fu una sequenza ininterrotta di vittorie fino al 1918 inoltrato, seguite da qualche sconfitta regionale e poi dalla... resa. Chiunque rimarrebbe sconcertato. Il nazismo era un progetto esoterico noto praticamente solo a Hitler, ma per le masse tedesche altro non era che l'espressione della volontà di proseguire la guerra interrotta nel 1918, distruggendo prima i "nemici" interni (ebrei, comunisti e socialdemocratici) poi quelli esterni (la Russia e le potenze occidentali). L'ambizione a conquistare uno spazio vitale a spese della Russia c'era già nella I Guerra Mondiale: la Russlandpolitik, che si era quasi del tutto realizzata nel 1918 con la conquista di immensi territori dalla Finlandia al Don. La campagna di Russia del 1941-44 non fu altro che la naturale riedizione. L'invasione del Benelux e della Francia, la battaglia d'Inghilterra non furono altro che vendette per la sconfitta subita nel 1918. Gli elementi ideologici del nazismo c'erano già tutti nella I Guerra Mondiale: il richiamo al passato pagano, un progetto di unificazione europea sotto la Germania, l'unificazione di tutti i popoli tedeschi sotto un unico governo, il dirigismo economico erano tutti programmi (in gran parte attuati) nella Germania di Guglielmo II, soprattutto dopo lo scoppio della guerra. Il nazismo si è affermato anche e soprattutto grazie alla passività delle potenze occidentali, che avrebbero potuto e dovuto contenerlo sin dai primi anni '30. Anche il pacifismo occidentale trae la sua origine dalla I Guerra Mondiale. Nel 1918 le potenze occidentali non realizzarono (comprensibilmente, visti gli scarsi risultati) di avere vinto. Né erano certe dei valori per cui avevano combattuto. Fino a tutto il 1915 l’obiettivo delle potenze dell’Intesa era chiaro: sconfiggere l’imperialismo tedesco e distruggere l’Impero Ottomano (causa, questa, sentita soprattutto in Gran Bretagna e in Francia). Per due anni, giovani volontari accorrevano a fiumi per combattere questa causa. Nel 1916, dopo così tante sconfitte e perdite umane, iniziò a diffondersi la demoralizzazione fra civili e militari. Nel 1917 la demoralizzazione fu nobilitata col nome di “pacifismo”. L’ingresso di Woodrow Wilson ridiede un senso e uno scopo alla guerra, ma i 14 Punti, allora, furono visti soprattutto come un modo per uscire dalla guerra. Dopo il 1918 le potenze occidentali non erano più in grado di affrontare con decisione i loro nuovi nemici. E non lo sono nemmeno oggi. La II Guerra Mondiale, insomma, nacque perché nella I non furono ottenuti risultati decisivi da parte dell’Intesa. L'ingresso di Woodrow Wilson in guerra e soprattutto la sua proclamazione dei 14 Punti ha anche indirettamente facilitato la successiva nascita del nazismo. il problema è in uno dei 14 punti: il principio dell’auto-determinazione delle nazioni. L’applicazione del diritto di auto-determinazione dei popoli, così come l’applicazione di qualsiasi diritto collettivo, facilita lo scoppio di nuovi conflitti, civili o internazionali, perché la sua osservanza coerente da parte di un gruppo, viola lo stesso diritto in altri gruppi. La Cecoslovacchia applicò coerentemente il principio di autodeterminazione, violando così i diritti di autodeterminazione delle minoranze tedesca e slovacca. I tedeschi applicarono anch’essi coerentemente il principio di autodeterminazione quando decisero di riprendere entro i propri confini le popolazioni tedesche dell’Europa centrale (e in effetti, a Monaco, le potenze occidentali non avevano alcun argomento da opporre a Hitler), ma in questo modo violarono i diritti di autodeterminazione di Cecoslovacchia e Polonia.




permalink | inviato da oggettivista il 31/7/2009 alle 2:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


28 luglio 2009

Ripensare la Grande Guerra/ parte 1

Novantacinque anni fa partiva il primo colpo di cannone della I Guerra Mondiale, sparato da una nave della flottiglia austro-ungarica del Danubio contro le batterie serbe a Belgrado. Perché è importante ricordare la I Guerra Mondiale? Perché quasi tutti gli orrori del ‘900 hanno origine in quella guerra. Occorre trovare cosa, nel corso della Grande Guerra, ha generato il comunismo, il nazismo e l’integralismo islamico moderno, cioè le tre ideologie che hanno provocato (con poche eccezioni) tutte le guerre e gli stermini di massa 1919 ad oggi. I cinici possono inquadrare la I Guerra Mondiale come un conflitto fra i tanti. “Da sempre gli uomini si combattono, da sempre i regimi uccidono i loro cittadini”. In questa visione della storia, il XX secolo è un secolo terribile quanto tutti gli altri. Ma il XX secolo, proprio a partire dalla I Guerra Mondiale, non è la regola, ma è un’eccezione straordinaria. Mai come nel XX secolo il Male, nel senso pieno del termine, si è manifestato in modo così coerente e così su larga scala. Basti pensare a due cifre: nei 19 secoli di storia precedenti, dalla nascita di Cristo al 1914, regni, imperi e regimi rivoluzionari hanno provocato in tutto circa 140 milioni di morti. Nel solo XX secolo, i regimi totalitari e autoritari, a partire dalla I Guerra Mondiale, hanno provocato 170 milioni di morti. Nella storia dell’umanità, presa nel suo insieme, il XX secolo può essere visto solo come un periodo di impazzimento collettivo autodistruttivo, una vera malattia mentale della nostra specie.

Il XX secolo non è finito del tutto, nonostante i peggiori carnefici siano defunti. Tuttora siamo, volenti o nolenti, prigionieri delle stesse ideologie che hanno provocato gli sterminii e le guerre del ‘900.

Nella storiografia marxista o di ispirazione marxista, la Grande Guerra è vista come un fenomeno ineluttabile, la naturale degenerazione dell’imperialismo, a sua volta considerato come la fase suprema del capitalismo. In questa ottica, la Belle Epoque, lo straordinario periodo di pace e progresso che ha preceduto la guerra, non è altro che una illusoria parentesi destinata a chiudersi inevitabilmente con un bagno di sangue. Tuttora l’immaginario collettivo tende a riferirsi a quel periodo come a una grande illusione, lo si paragona al Titanic: la grande nave inaffondabile che invece affondò.

Ma il Titanic poteva anche non affondare. Se non avesse urtato l’iceberg, avrebbe portato tutti i passeggeri a destinazione e avrebbe vinto il nastro azzurro. Non c'erano difetti strutturali che rendevano inevitabile il suo affondamento. Anche gli imperi del mondo occidentale dei primi del ‘900 avrebbero potuto sopravvivere. Non erano realtà decadenti, né erano destinate alla guerra gli uni contro gli altri. Telegrafo, telefono, radio, automobili, aerei, uso della radioattività, cinema... praticamente tutto ciò che è alla base del mondo contemporaneo è nato in repubbliche e imperi più o meno liberali nel periodo precedente la I Guerra Mondiale. Allo stesso tempo stavano maturando le società e i loro sistemi politici: la garanzia dei diritti individuali, la democrazia, l’autogoverno locale, la libertà di mercato erano tutti concetti già vivi da un secolo e in piena espansione. Infine, l’Occidente era in piena espansione anche territoriale, mentre le civiltà extra-occidentali (Impero Ottomano, Impero Cinese, imperi e società tribali in Africa), non solo erano in piena decadenza, ma ammiravano e allo stesso tempo temevano le potenze europee. In molti casi (Persia, Impero Ottomano, Impero Cinese) erano loro stessi a chiedere l’assistenza europea. Questa tendenza all’espansione dell’Occidente poteva continuare, anzi: era logico che continuasse. Perché non c’erano dei difetti strutturali nei sistemi economici europei tali da farli implodere. Quel che ancora ostacolava il loro sviluppo (la presenza di forti monarchie autoritarie nell’Impero Austro-Ungarico, in Germania e in Russia) era già fortemente messo in discussione dalle opinioni pubbliche, che chiedevano più rispetto dei diritti. Lo sviluppo degli imperi europei al di fuori del vecchio continente, inoltre, non era destinato necessariamente a causare una loro collisione. Non c’erano ideologie messianiche diffuse prima della I Guerra Mondiale, nessuno dei regimi di allora mirava alla distruzione dei vicini nel nome di una convinzione ideologica o religiosa. La conquista di questo o quel pezzo d'Africa e Asia non ha mai generato tensioni tali da giustificare in conflitto globale. Anche nella peggior crisi tra Francia e Gran Bretagna (Fashoda) la questione è stata risolta dai diplomatici. 

Per questo la I Guerra Mondiale viene vista come il “suicidio d’Europa”, una colpa collettiva o il prodotto involontario di una serie di errori. Tuttavia non è corretto mettere tutte le potenze belligeranti sullo stesso piano. Tra la fine di giugno e tutto il mese di luglio, la tensione è arrivata alle stelle fra quattro regimi autoritari: l'Impero Austro-Ungarico (regime autoritario e conservatore) contro la Serbia (autoritaria e nazionalista), l'Impero Russo (autoritario e conservatore) dalla parte della Serbia, la Germania (autoritaria e nazionalista) dalla parte dell'Impero Austro-Ungarico. Le democrazie sono entrate in mischia solo in un secondo momento. La Francia perché alleata della Russia (perché temeva la Germania), la Gran Bretagna perché costretta dagli eventi. Da notare che la Gran Bretagna, la più democratica delle potenze europee, è entrata in mischia per ultima, una settimana dopo lo scoppio del conflitto, quando la Germania ha invaso il Belgio minacciando direttamente il Canale della Manica. Il Belgio, altra democrazia, è dovuto entrare in guerra perché invaso. La causa della I Guerra Mondiale è dunque nell'autoritarismo degli Stati che l'hanno scatenata. Un regime autoritario, che non risponde all'opinione pubblica e pretende di dirigere l'economia (con il protezionismo, il mercantilismo e in generale la subordinazione degli interessi economici a quelli statali) ha più facilità a risolvere una controversia con una guerra, prendendo una decisione dal giorno alla notte, senza consultare altri che una ristretta cerchia di nobili, ufficiali e funzionari.

Non sarebbe nemmeno corretto mettere tutti i regimi autoritari del 1914 sullo stesso piano. Non ci fosse stata l'opera di istigazione della Germania, la crisi fra Impero Austro-Ungarico e Serbia si sarebbe risolta con una mediazione, al massimo con una guerra regionale nei Balcani. Guglielmo II di Germania aspirava a far diventare il suo impero la prima potenza mondiale. La tensione fra l’Austria-Ungheria e la Serbia (appoggiata dalla Russia) fu solo un pretesto. Non ci fosse stato l’attentato di Sarajevo nel 1914, Guglielmo II avrebbe atteso un altro pretesto. Non dimentichiamo che la guerra poteva scoppiare anche nel 1911 a causa della crisi di Agadir. Se la Germania, in quel caso, rinunciò ad attaccare la Francia fu solo perché non era ancora pronta ad affrontare la Gran Bretagna. La Germania si preparava da almeno un ventennio a combattere una guerra per conquistare una sfera di influenza nell’Est europeo (la Russlandpolitik), da almeno quaranta anni aggiornava piani per invadere la Francia, da almeno quindici anni costruiva una flotta per sconfiggere la Gran Bretagna e conquistarne l’impero coloniale. Non si tratta dunque di “suicidio”, ma di “omicidio”: l’ambizione di un singolo impero ha distrutto l’equilibrio mantenuto da tutti gli altri per 40 anni di Belle Epoque.

(segue)




permalink | inviato da oggettivista il 28/7/2009 alle 20:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


9 luglio 2009

Contro Berlusconi non c’è solo un semplice “complotto”

Il “complotto” è un termine che torna sempre in Italia, in Europa, in Russia, nel mondo arabo (molto meno nel mondo anglo-sassone) quando qualcosa non funziona, quando gli eventi non prendono la piega che desideriamo, quando una gran parte del consenso si rovescia contro di noi, persino quando la Nazionale perde una partita. In queste circostanze siamo portati a vedere la mano di qualche grande vecchio che ci odia, ci vuole rovinare ed è sufficientemente potente da manovrare tante leve mediatiche e finanziarie. Ma così facendo si evade il problema vero, che è molto più ampio e incontrollabile da mano umana. Adesso si parla di complotto quando parecchie (diciamo: la maggioranza) delle testate straniere sparano contro Berlusconi e l’Italia che vota centro-destra. Eppure non è la prima volta che succede: Berlusconi è un bersaglio per i media internazionali dal 1994. E non è l’unico: anche Bush è stato un bersaglio esattamente come Berlusconi, anche Avigdor Lieberman lo è in questi mesi, per non parlare di Geert Wilders (e prima di lui Pym Fortuyn, pace all’anima sua) e lo sono stati anche Sarah Palin e John McCain (che pure è stato un beniamino dei media… quando contestava Bush). E vogliamo dimenticare cosa dicevano e scrivevano tutti di Sharon? E a suo tempo contro Reagan e la Thatcher? Non ne parliamo. Per i giornalisti, che siano nel Guardian, così come nel New York Times o nella redazione di Le Monde, o in quella di El Pais, i buoni e i cattivi sono chiarissimi, facili da identificare, persino prevedibili. Se vai in pubblico a parlare in difesa della proprietà privata, o della pena di morte, o del capitalismo, o pensi che la guerra a volte sia da fare, o semplicemente sei ricco, allora finisci nel loro mirino. Diventi automaticamente un cattivo. Non serve chiamarsi Berlusconi: anch’io, con le mie idee pro-capitaliste, se mi presentassi con un partito e avessi successo, diverrei immediatamente un bersaglio dei media di tutto il mondo. Per piacere ai media dovrei stare al loro gioco: essere multiculturalista, parlare di solidarietà, di ecologismo, di socialismo e di pace nel mondo. Nessuno mi darebbe fastidio. Forse passerei del tutto inosservato, perché ormai si dà per scontato che il pensiero (al singolare) sia multiculturalista, solidale, ecologista, socialista e pacifista. Tutto questo è un complotto? No, semplicemente perché è troppo vasto per esserlo. Se parliamo di complotto non vogliamo vedere il vero problema, che è la cultura. La cultura, adesso come in quasi tutto il ‘900, condanna il capitalismo e tutte le sue vere e presunte manifestazioni. In questo periodo, così come negli anni ’60 e prima ancora negli anni ’30, si sta verificando uno scollamento totale fra chi produce e chi pensa. Chi produce disprezza chi pensa, chi pensa condanna moralmente chi produce. Tra i produttori vige un’accettazione pressoché passiva del sistema capitalista, fra i pensatori domina la condanna assoluta del sistema capitalista. Chi produce, magari vota o milita a destra ed è quasi sempre portato a punire gli intellettuali. Li considera come dei parassiti, mangia-a-ufo, produttori di aria fritta, perditempo, frivoli parolai o pennivendoli. Chi produce non spenderebbe un solo centesimo per mantenere gente del genere, o comprare le loro opere. Chi pensa (e parla e scrive), al contrario, nutre sin dalla scuola un pregiudizio atavico contro il mondo del denaro e della produzione. Vuoi per motivi religiosi, vuoi per motivi marxisti, l’intellettuale contemporaneo è, per antonomasia, estraneo al lavoro. Si considera un mondo a parte, che deve essere mantenuto al di fuori del mercato, possibilmente coi soldi della collettività, per il bene della comunità. Sono persone di questo tipo che fanno carriera nell’istruzione, nei media, molte volte anche nelle corti di giustizia. Ed è quasi antropologico che odino il mondo della produzione e coloro che vengono identificati, di volta in volta, come i suoi rappresentanti. E’ logico che odino chi considera la proprietà un valore, chi difende il libero mercato, chi si fa portavoce di valori tradizionali, chi è pronto ad accettare la guerra per la sicurezza dei cittadini: sono tutte cose antitetiche loro status di liberi pensatori, privi di confini, distaccati dalla realtà sociale. Finché esisterà questo cortocircuito fra mondo della produzione e mondo intellettuale, avremo sempre il problema dei media (e dei giudici e dei professori…) che condannano i vari Berlusconi, Bush, Sharon, Palin, McCain, Lieberman e Geert Wilders, non appena questi si affacciano sulla scena pubblica, anche se sono votati dalla stragrande maggioranza dei loro popoli, soprattutto se vengono eletti da gente pratica che lavora e produce. E’ un fenomeno sociale, molto superiore a un semplice “complotto”: gli intellettuali si nutrono di teorie collettiviste, i produttori e i loro rappresentanti politici li snobbano, gli intellettuali si fanno proteggere da regimi e partiti anticapitalisti e contribuiscono ad affossare il sistema capitalista. E’ da più di un secolo che si va avanti con questi circolo vizioso, di cui non è facile trovare il punto di origine.

Le cose possono cambiare? Certo che sì. Se si cambiasse direzione, concretamente, da entrambe le parti: gli intellettuali dovrebbero smettere di studiare teorie che rigettano l’attuale sistema produttivo (e pensare che solo in un sistema capitalista possono vivere da pensatori liberi); i produttori, dal canto loro, dovrebbero smettere di considerare gli intellettuali come dei parassiti. Sul primo punto c’è poco da aggiungere: il ‘900 non ci ha lasciato in eredità solo teorici collettivisti anti-mercato, ma fior di intellettuali per la libertà. La soluzione, però, dovrebbe arrivare anche dai produttori, perché solo loro possono finanziare gli intellettuali. Lo devono fare pensando che un intellettuale è sempre un investimento di lungo periodo, utile quanto l’aria che si respira. Devono finanziare degli intellettuali che difendano e legittimino il loro sistema produttivo. Solo così possono contrastare chi li condanna moralmente giorno e notte. L’uomo che si considera “pratico” dimentica che la “pratica” è solo l’applicazione di una “teoria” e chi fa la teoria è l’intellettuale. Punto. Se l’uomo “pratico” lascia che gli intellettuali sparino giorno e notte contro il suo lavoro, prima o poi si ritroverà sconfitto. La cultura dominante detta sempre le regole del mercato e oggi assistiamo al paradosso di imprenditori che finanziano intellettuali anti-capitalisti (che ricambiano con tutto l’odio possibile) e snobbano chi li difende. I “pratici” ministri di Berlusconi si accorgono solo adesso quanto pericolosi sono i “parolai” di tutto il mondo? Si accorgono solo adesso che un intellettuale può letteralmente cambiare la realtà che li circonda, creandone un’immagine plasmata sulle loro idee? Si rendono conto che un nucleo duro di intellettuali può far loro perdere un governo vinto con la stragrande maggioranza dei voti? Si rendono conto che una campagna mediatica può addirittura trasformare una guerra vinta in una “sconfitta” e rovinare la carriera a chi l’ha combattuta? I “pratici” ministri di centro-destra si rendono conto che gli intellettuali di sinistra sono talmente influenti da condizionare addirittura le loro stesse menti (e non è un caso che lo stesso governo Berlusconi, almeno dal 2006, dica ben poche cose “di destra”)? E’ probabile che non se ne rendano conto, se pensano veramente che quello contro di loro sia solo un semplice, piccolo “complotto”.




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