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31 agosto 2009

Un revival dell'Asse

Benissimo, cari quattro lettori quattro, dopo una serie di articoli estivi sulla I Guerra Mondiale (quando si dice: un programma trasmesso quando l’audience è al minimo) torno dalle vacanze negli Stati Uniti per parlare di attualità. E purtroppo le notizie che mi accolgono non sono affatto buone. Ce ne sono tre, arrivate in simultanea, che non fanno pensare a niente di buono. Apparentemente si tratta di cose molto diverse tra loro, ma sono causate dalla diffusione della stessa ideologia anti-occidentale.

La prima è la vittoria in Giappone del partito democratico di Yukio Hatoyama. So può esultare per la prima alternanza al potere della democrazia giapponese dopo 55 anni di dominio liberaldemocratico? Assolutamente no. Il nuovo premier Hatoyama ha più volte attaccato il sistema capitalista, che considera definitivamente tramontato dopo la crisi dell’anno scorso. E vede il libero mercato internazionale solo come una propaggine del presunto imperialismo americano. Come soluzione propone una serie di misure per staccare il Giappone dall’orbita americana e riagganciarlo all’Asia. Siccome i rapporti di forza si sono invertiti rispetto a quelli degli anni ‘30, se Hatoyama dovesse riuscire nel suo intento, il Giappone non tornerebbe a cercare di dominare l’Asia, ma finirebbe direttamente nell’orbita cinese. Da “colonia” dell’America diverrebbe una colonia (senza virgolette) della Cina. Si realizzerebbe anche qui un’altra profezia di Samuel Huntington, che nel 1993, nel suo “Scontro di Civiltà” prevedeva il distacco del Giappone dall’orbita occidentale nel nome di un nuovo “asianesimo”, non più motivato dallo spirito imperiale, ma da una rivendicazione di orgoglio identitario contro l’Occidente. Una rinascita, con altri mezzi e altri termini, della stessa rivalità che c’era nel Pacifico prima della II Guerra Mondiale.

La seconda notizia è il vertice di Tripoli dell’Unione Africana presieduto da Muammar Gheddafi. Lungi dal diventare più “responsabile” una volta investito del prestigioso incarico internazionale, il vecchio dittatore libico ha dichiarato esplicitamente che gli ebrei di Israele sono la causa di tutti i conflitti nel Continente Nero. E che occorre chiudere le relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico a livello continentale. E’ la summa della teoria del complotto ebraico, questa volta applicato alla realtà africana, che riecheggia i tempi di Hitler. Sia i nazisti che Gheddafi dicono le stesse cose, i primi vedevano negli ebrei la causa della sconfitta tedesca nella I Guerra Mondiale e l’origine di tutti i conflitti europei. Gheddafi (come i suoi amici islamisti) crede che gli ebrei siano all’origine della miseria e delle guerre nel terzo mondo.

La terza notizia, meno grave, è il discorso di Putin alla vigilia del 70mo anniversario della II Guerra Mondiale. Il premier russo ha denunciato come “immorale” l’arcinoto patto Ribbentrop-Molotov, ma di fatto lo ha giustificato come risposta sovietica all’accordo di Monaco raggiunto da Francia e Gran Bretagna con la Germania hitleriana. Il ragionamento di fondo è questo: siccome le potenze occidentali avevano già accettato di cedere un pezzo di Europa a Hitler, spezzando il fronte antifascista, Stalin era “costretto” ad allearsi con la Germania. Per invadere mezza Europa. Solo un sovietico può fare un ragionamento del genere e crederci. Putin, ufficiale del Kgb, ancora dopo 70 anni, non ammette la cruda realtà: che Stalin, alleato con Hitler, o da solo, o con altri alleati, aveva l’unico obiettivo di esportare il comunismo con la forza, ovunque potesse. E che è stato Stalin, assieme a Hitler, a scatenare la II Guerra Mondiale.

Queste tre notizie fanno capire una sola cosa: che la memoria della vittoria delle democrazie nella II Guerra Mondiale sta svanendo del tutto. Merito dell’Urss che, sedendo al tavolo dei vincitori, ha condizionato tutta l’ideologia e la storiografia post-bellica, minando la legittimità (altrimenti indiscussa) di Gran Bretagna e Stati Uniti. Ma dopo il collasso dell’Urss non ci sono più scuse. Il revisionismo, politico oltre che storico, è merito anche di un Occidente che continua a sentirsi in colpa, a flagellarsi intellettualmente, anche dopo che è rimasto l’unico vincitore. Ci siamo bastonati in continuazione per i nostri peccati, veri o presunti che siano, del colonialismo, delle bombe atomiche, del razzismo. Abbiamo imparato nelle scuole che, quelle che sono le nostre massime virtù (l’individualismo, il capitalismo, lo sfruttamento delle risorse naturali, l’espansione della nostra civiltà nei cinque continenti con la globalizzazione) sono le nostre colpe peggiori. Ed ecco il risultato: a settanta anni suonati dallo scoppio della II Guerra Mondiale, con i nostri complimenti, le forze che avevamo creduto di sconfiggere definitivamente, ora stanno tornando in pista, armate delle stesse ideologie. E in alcuni casi anche con gli stessi propositi.



6 agosto 2009

Una storia alternativa della Grande Guerra/ parte 4

C’è ancora un ultimo “se” della storia della I Guerra Mondiale: cosa sarebbe successo se non fosse finita nel 1918 e fosse invece continuata ancora nel 1919, o forse anche nel 1920? La storia alternativa che parte da questa domanda è forse la più realistica fra le varie esaminate finora. Perché tutte le potenze belligeranti, fino all’estate del 1918, erano convinte che la guerra sarebbe durata ancora un altro anno. E le scorte belliche erano state pianificate di conseguenza per durare fino alla fine del 1919. La caduta improvvisa degli Imperi Centrali è difficilmente spiegabile ancora adesso. Il comando tedesco si è demoralizzato dopo il fallimento delle offensive in Francia, ma non abbastanza da parlare seriamente di armistizio. La Bulgaria ha accettato la pace separata nel settembre del 1918, gettando nel panico i comandi austriaci e tedeschi. L’Impero Ottomano se ne è andato subito dopo la resa bulgara. L’Impero Austro-Ungarico è uscito non appena ha visto che in Ungheria stavano scoppiando i primi moti, contemporaneamente all’offensiva alleata nei Balcani e a quella italiana sul Piave. I moti rivoluzionari interni alla Germania hanno dato solo un colpo di grazia a imperi ormai morti. Quindi solo un rapido e imprevedibile concatenarsi di eventi ha determinato la fine improvvisa di una guerra che stava durando da quattro anni e che poteva durare benissimo per altri due.

Per quanto plausibile, lo scenario di una Grande Guerra prolungata al 1919 è difficilmente prevedibile, perché dal 1917 è diminuita la capacità di controllo sulle proprie forze da parte delle potenze belligeranti. Se fino al 1916 nessuno mirava alla resa incondizionata del nemico, dopo il 1917 (con la guerra sottomarina indiscriminata lanciata dai tedeschi e l’entrata in guerra degli Usa) la guerra è diventata veramente totale, nel senso pieno del termine. Dopo il 1917, inoltre, tutte le potenze belligeranti hanno dovuto far fronte ad un nemico interno oltre che esterno, la guerra internazionale si è accavallata con conflitti civili, sia in Russia (dal 1917) che in Germania, Austria e Ungheria (nell’ultimo mese di guerra). Fino al 1916 si sarebbe potuto conservare il vecchio ordine degli imperi. Dal 1917 il sistema internazionale era destinato inevitabilmente a cambiare. Diciamo che, dal 1914 al 1916, la I Guerra Mondiale (come tutti i conflitti) è stata caratterizzata da un notevole livello di caos contenuto, dal 1917 il caos ha iniziato a prevalere sulle scelte pianificate. Ad aumentare l’imprevedibilità del tutto è stato lo scoppio dell’epidemia di influenza spagnola, che dall’ottobre del 1918 ha iniziato a macinare morti a decine di milioni (27 milioni di vittime, secondo le stime più prudenti) in tutti i Paesi belligeranti.

L’ordine internazionale creato dalla vittoria dell’Intesa nel 1918 è una duplice rivoluzione. Per farla breve: nell’Europa centrale i grandi imperi si sono ritirati come un’onda, lasciando sul bagnasciuga tante nuove nazioni più o meno democratiche (Cecoslovacchia, Jugoslavia, Ungheria, Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, Ucraina) completando così un percorso rivoluzionario repubblicano e nazionale iniziato con i moti europei del 1848. In Russia, invece, si è avviata una rivoluzione di segno opposto, con la nascita di un nuovo impero multinazionale e messianico fondato sull’ideologia marxista. Grazie alla fine della guerra nel 1918, queste due tendenze, di segno opposto, sono entrambe sopravvissute. Hanno convissuto (male) fino al 1939. Poi le piccole nazioni nate dalla caduta degli imperi sono state di nuovo conquistate dai nuovi imperi: prima da quello nazista (nato come sistema speculare a quello comunista), poi da quello sovietico.

Se la guerra fosse continuata ancora nel 1919 ci sarebbe stata da subito una resa dei conti. I due movimenti non avrebbero potuto coesistere a lungo.

Se tutto fosse andato secondo i piani dell’Intesa, nel 1919 avremmo avuto:

  1. Una grande offensiva corazzata anglo-franco-americana sul fronte occidentale, secondo il piano di JFC Fuller che, per certi versi, anticipò Guderian e la blitzkrieg. L’offensiva si sarebbe conclusa, con ogni probabilità con la vittoria alleata e l’occupazione della Saar e della Ruhr, il cuore industriale della Germania.
  2. Un’offensiva dell’esercito italiano contro l’Impero Austro-Ungarico, pronta a proseguire in territorio tedesco da Sud, con obiettivo finale Monaco di Baviera. L’offensiva italiana avrebbe molto probabilmente ottenuto un successo facile contro gli austro-ungarici (che nel 1919 sarebbero stati ridotti al lumicino), avrebbe permesso agli italiani di arrivare a Trento, Bolzano, Trieste, Pola e Fiume, ma si sarebbe quasi sicuramente arenata sulle montagne bavaresi.
  3. Un’offensiva dell’Armata d’Oriente nei Balcani, per eliminare la Bulgaria, liberare la Serbia e marciare su Budapest. Non fosse riuscita nel 1918, questa impresa avrebbe avuto certamente successo nei primi mesi del 1919 e avrebbe portato l’Impero Austro-Ungarico alla resa.
  4. L’appoggio da parte degli alleati alle armate bianche di Miller (artico) e Kolchack (Siberia), con cui erano già stati fatti accordi. Con tutta probabilità un minimo di sostegno alleato avrebbe permesso ai bianchi di vincere e di rovesciare il regime bolscevico, prevenendo la nascita dell’Unione Sovietica
  5. La prosecuzione dell’offensiva britannica in Siria, Mesopotamia e Anatolia fino alla resa dell’Impero Ottomano. In questa campagna, gli ebrei sionisti avrebbero potuto fare più pressioni sull’Intesa per ottenere già nel 1919 l’indipendenza di Israele, partecipando con la loro Legione (come già avevano fatto cechi e polacchi) alla sconfitta del nemico, ottenendo così un riconoscimento nazionale.

A questo progetto, gli Imperi Centrali avrebbero potuto opporre poco, ma erano in grado di creare numerose insidie:

  1. Il regime bolscevico, per sopravvivere, si sarebbe dovuto alleare con la Germania contro i bianchi e i loro alleati dell’Intesa. La Germania avrebbe, a sua volta, avuto bisogno del regime bolscevico come alleato ideologico, sia per placare la rivolta comunista al suo interno, sia per scatenarla negli eserciti delle potenze occidentali. In questo modo la Germania poteva sperare nello scoppio di tante piccole guerre civili, alimentate da movimenti filo-bolscevichi, in Francia, Gran Bretagna e Italia. E arrivare a una pace negoziale, o magari, addirittura, a una vittoria risicata seguita al rovesciamento dei governi nemici. In Germania, l’alleanza con il regime bolscevico avrebbe potuto creare strani nuovi movimenti politici, un connubio fra nazionalismo e comunismo totalmente imprevedibile. Ludendorff e Hindemburg avevano già imposto un socialismo di guerra al servizio della nazione, cosa sarebbe successo in caso di alleanza con i bolscevichi?
  2. La Germania avrebbe giocato ancora la carta navale, con una grande sortita di tutta la sua Flotta d’Alto Mare. La mossa, pianificata nell’estate del 1918, è stata eseguita in ritardo, solo alla fine di ottobre, con i negoziati di pace già in corso e gli equipaggi che non ne volevano sapere di rischiare ancora la pelle (il loro ammutinamento ha poi provocato la rivoluzione in Germania). Se la guerra fosse andata avanti, invece, la carta dell’offensiva navale avrebbe potuto essere giocata molto bene e l’esito sarebbe stato incerto. I tedeschi erano marinai formidabili, alla fine del 1918 la Flotta d’Alto Mare era al massimo della sua potenza, ma si sarebbe trovata contro le flotte congiunte britannica e americana (la 6th battle squadron). L’esito sarebbe stato al 50% una vittoria tedesca o alleata e sarebbe stato comunque determinante per la vittoria finale di uno dei due campi. Una vittoria tedesca in mare avrebbe portato al blocco dell’Atlantico. Una vittoria alleata alla prosecuzione del blocco navale della Germania.
  3. L’Impero Ottomano accettò la resa proprio quando stava iniziando a sviluppare un’offensiva in Asia, approfittando del vuoto lasciato dal crollo della Russia. L’obiettivo di Enver Pascià era: conquistare il Caucaso, avanzare in Persia e Afghanistan, minacciare direttamente l’India britannica. Il piano non era assurdo come sembra, perché avrebbe contato sull’unione alla causa ottomana di tutti i popoli turcofoni dell’Asia Centrale: una bella massa d’urto indisciplinata da lanciare contro l’impero britannico! Fosse stato più lungimirante, Enver avrebbe potuto fare il calcolo di unirsi alle forze del barone Ungern-Sternberg, ex ufficiale zarista, che avanzava dall’estremo oriente russo (con un esercito privato) per creare un suo impero, a immagine e somiglianza di quello mongolico. Per gli inglesi sarebbe stata una doppia insidia.
  4. Il regime bolscevico, oltre a contare sull’alleanza con la Germania, avrebbe puntato a dividere l’America dai suoi alleati. Nel 1918 e nel 1919, infatti, il presidente Woodrow Wilson era relativamente favorevole al regime bolscevico e aveva già pensato di accettarlo nella futura Lega delle Nazioni. Fra le potenze dell’Intesa era solo Churchill a voler proseguire la guerra contro i bolscevichi. Con un abile lavoro diplomatico, Lenin e Trotzky avrebbero potuto benissimo indurre gli Stati Uniti a ritirare le truppe dal territorio russo e far sì che Wilson si opponesse a qualsiasi altra iniziativa anti-comunista inglese, Inutile dire che una mossa del genere avrebbe creato non pochi danni alla causa alleata.

Nel 1919, in caso di vittoria dell’Intesa, si sarebbe compiuto fino in fondo il moto iniziato con le rivoluzioni del 1848: avremmo avuto tante nazioni indipendenti, molte di più di quelle che nacquero nel 1918. Solo nell’area ex russa avremmo avuto Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Ucraina, una nazione cosacca, la Georgia, l’Armenia, un Caucaso musulmano confederato, vari stati nell’Asia Centrale, un Turkestan unificato a cavallo fra Cina e Asia centrale, un Estremo Oriente russo, probabilmente anche una Siberia del tutto autonoma. In Medio Oriente, sarebbe stato prossibile un Israele indipendente già nel 1919, forse ci sarebbe stata la possibilità della secessione anche per il Kurdistan (soprattutto se l’offensiva dell’Intesa fosse continuata in Anatolia). Il crollo degli Imperi Centrali e, simultaneamente, anche del nuovo impero bolscevico, avrebbe generato una frammentazione territoriale incontrollabile, in tutta l’Eurasia. Piaccia o no, questo sarebbe stato l’esito più probabile.

Nel 1919, in caso di vittoria degli Imperi Centrali, si sarebbe invece imposto un ordine completamente nuovo e totalitario. La Germania avrebbe involontariamente fatto da rompighiaccio a Lenin, sarebbe stata comunque troppo debole per resistere a un’ondata di esportazione della rivoluzione comunista dalla Russia all’Europa occidentale. Una volta finita la guerra, con i governi occidentali rovesciati, l’America più lontana di prima e una debolissima Germania vincitrice dopo cinque o sei anni di continui massacri, con mezza popolazione tedesca già in subbuglio, Lenin avrebbe potuto lanciare la rivoluzione mondiale, incontrando ben pochi ostacoli. E in quel caso sarebbe stata la notte dell’umanità: un sogno per i comunisti, un incubo per tutti gli altri.




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4 agosto 2009

Una storia alternativa della Grande Guerra/ parte 3

La fantasia degli storici non ha quasi mai toccato un "se" della storia molto interessante: cosa sarebbe successo nel mondo se l'Intesa avesse vinto la I Guerra Mondiale in soli due anni, entro il 1916, prima cioè di raggiungere quel punto di rottura nel 1917 che cambiò drasticamente il mondo per sempre e in peggio, con la nascita delle ideologie e dei regimi totalitari. Le potenze dell'Intesa ebbero pochissime occasioni per battere gli Imperi Centrali in un colpo solo. La prima fu all'inizio della guerra, con l'offensiva russa lanciata nell'agosto del 1914 in Prussia orientale. I russi avevano i numeri e la possibilità di raggiungere Berlino entro settembre. Non ci riuscirono perché i due generali che guidarono l'offensiva, Samsonov e Rennenkampf, non erano sufficientemente coordinati fra loro. E già dopo due settimane di offensiva si trovarono ad avere a che fare con Hindemburg, il miglior generale tedesco in assoluto. A Tannenberg furono sconfitti e non ebbero più chance di vittoria fino al 1916. Nel giugno del 1916, i russi ebbero un'altra possibilità di eliminare gli Imperi Centrali dal conflitto, quando il generale Brusilov trasformò quella che doveva essere un'operazione diversiva in uno sfondamento generale del fronte tenuto da 4 armate austro-ungariche. Se avesse avuto sufficienti riserve per sfruttare il successo, avrebbe potuto marciare su Budapest e mettere ko gli Imperi Centrali.
In entrambi i casi furono i russi che minacciarono di schiantare Germania e Impero Austro-Ungarico. E, da un punto di vista strategico, l’unica speranza di vittoria decisiva per l’Intesa, in tempi rapidi, è sempre stata sul fronte orientale. Sul fronte occidentale non si verificarono mai (almeno fino all'arrivo in massa degli americani a partire dall'estate del 1918) le condizioni di superiorità numerica, qualitativa e tecnologica che avrebbero permesso all’Intesa di sconfiggere in battaglia la Germania. In Francia e nelle Fiandre gli alleati riuscirono a malapena a resistere a spallate tedesche che avrebbero potuto far crollare il fronte. Le uniche condizioni in cui gli anglo-francesi avrebbero potuto sfondare sul fronte occidentale sarebbero state: una rivoluzione tecnologica e tattica dovuta all’introduzione di un gran numero di carri armati e il loro utilizzo come arma di sfondamento (come fu sperimentato a Cambrai nel 1917 e ad Amiens nel 1918). Ma la mentalità per uno sfondamento su larga scala con uso massiccio di carri armati stentò ad affermarsi. Gli inglesi pianificarono una grande offensiva corazzata solo per la primavera del 1919 (il “Piano 1919” di J.F.C. Fuller). E non è detto che gli sarebbe riuscita, perché il terreno di avanzata era ormai un cratere unico dopo 4 anni di continui combattimenti.

Sul fronte orientale, invece, i russi erano numericamente superiori alle forze degli Imperi Centrali, avevano degli ottimi generali (lo si è visto anche nella successiva Guerra Civile) e potevano fisicamente raggiungere Berlino, Budapest e Vienna in tempi relativamente brevi. Ai russi mancavano due cose essenziali: un sistema politico-decisionale decente, una produzione industriale sufficiente a sostenere una guerra lunga e soprattutto un’organizzazione logistica decente. Per vincere la guerra, gli anglo-francesi avrebbero dovuto aiutare i russi in modo molto più massiccio di quello che fecero storicamente. L’unica possibilità di aiutare i russi sarebbe stata quella di aprire un canale di comunicazione costante, nel Mar Nero o nel Mar Baltico.

Gli altri fronti principali della guerra in Europa (Italia e Macedonia) erano troppo lontani dai principali centri di gravità dell’Intesa. Vista la necessità di difendere la Francia, gli inglesi e i francesi non avrebbero mai avuto la possibilità di sviluppare una grande offensiva dai Balcani, o dall’Italia, in grado di mettere in ginocchio gli Imperi Centrali. Contro la Turchia, invece, ci fu un’unica occasione per eliminarla dalla guerra con una singola battaglia: sui Dardanelli nel 1915. E gli inglesi andarono vicinissimi a una vittoria, tanto che la loro sconfitta nei Dardanelli resta un mistero. Per loro fu come giocare contro una squadra senza portiere e continuare a mancare una porta vuota. Gli inglesi avrebbero potuto vincere facilmente nel febbraio del 1915, quando iniziarono l’attacco navale e i turchi erano quasi del tutto indifesi. Potevano vincere anche il 19 marzo del 1915, quando i turchi avevano finito le munizioni e stavano per abbandonare i forti a guardia degli stretti. E non lo fecero solo perché furono le flotte combinate anglo-francese a rinunciare all'attacco. Potevano vincere il 25 aprile del 1915, quando il corpo di spedizione australiano e neozelandese (Anzac) sbarcò in un’area della penisola di Gallipoli che i turchi non avevano assolutamente presidiato, ma non riuscirono a sfruttare la sorpresa. Se gli inglesi avessero vinto, oltre ad eliminare l’Impero Ottomano, avrebbero anche conseguito l’obiettivo (a dir poco fondamentale) di ripristinare un canale di comunicazione con la Russia già nel 1915. Una vittoria britannica avrebbe fermato in tempo il genocidio degli armeni, risparmiando all’umanità il primo sterminio su scala industriale. Ma, soprattutto, avrebbe completamente cambiato il volto del Medio Oriente.

Con una vittoria nella spedizione dei Dardanelli nel 1915, l'Intesa avrebbe potuto trionfare entro il 1916. Gli Imperi Centrali, infatti, si sarebbero trovati circondati da tutti i lati: a Est avrebbero dovuto fronteggiare una Russia ancora in piedi e aiutata dagli anglo-francesi; a Sud avrebbero dovuto far fronte a un'armata alleata di tutto rispetto nei Balcani (non solo le forze sbarcate a Gallipoli e la Serbia, ma anche la Romania e la Grecia, che erano pronte a entrare in guerra al fianco dell'Intesa in caso di vittoria nei Dardanelli); a Sud-Ovest, a partire dalla fine di maggio, si sarebbero comunque trovati contro l'Italia; e la guerra sarebbe continuata anche sul fronte occidentale in condizioni di parità numerica fra tedeschi e Intesa. Con un vantaggio simile, l'Intesa avrebbe potuto mantenere l'iniziativa per tutta la seconda metà del 1915 e nella campagna del 1916, agli Imperi Centrali sarebbero rimaste poche chance per nuove offensive. Alla fine uno sfondamento sarebbe stato possibile per le potenze dell'Intesa, o sul fronte orientale o su quello meridionale.

Cosa sarebbe successo dopo? In caso di vittoria dell'Intesa nel 1916, molti dei problemi del mondo contemporaneo sarebbero stati prevenuti ed evitati. L'ipotesi più probabile è: sarebbe prevalso il trend già forte negli anni precedenti il conflitto, cioè una graduale liberalizzazione degli stati autoritari, il rafforzamento degli imperi coloniali occidentali nel mondo extra-europeo e l'affermazione definitiva dell'Impero Britannico. L'unico pericolo post-bellico poteva essere una competizione ostile fra le due principali potenze vincitrici: la Russia e la Gran Bretagna. Ma la Russia era politicamente debole e il suo regime zarista in piena decadenza. Una riforma o una rivoluzione liberale (già alle porte dal 1905) avrebbe avvicinato Pietrogrado alle potenze occidentali, sia come mentalità che come politica. Anche nella peggiore delle ipotesi, fra una Russia zarista e una Gran Bretagna imperiale non ci sarebbe mai stata una Guerra Fredda così come l'abbiamo conosciuta. Sarebbe mancato, infatti, il suo movente principale: il comunismo e la sua esportazione nel mondo da parte dell'Urss, uno Stato messianico, completamente differente dalla Russia imperiale. Sarebbe cambiato del tutto il volto del mondo islamico. Stando ai progetti inglesi elaborati alla fine del 1914, una vittoria nei Dardanelli nel 1915 avrebbe infatti portato all'abolizione del Califfato da parte degli alleati e alla nascita di un grande protettorato britannico con Kitchner stesso nella veste di viceré e l’emiro Hussein dello Hijaz in quella di leader spirituale. Si sarebbe verificata, nel medio periodo, una divisione fra Stato e religione anche nel mondo islamico, magari in modo cruento, ma comunque vantaggioso per tutti. (segue)




permalink | inviato da oggettivista il 4/8/2009 alle 14:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


3 agosto 2009

Una storia alternativa della Grande Guerra/ parte 2

La domanda più ricorrente nella storia alternativa della I Guerra Mondiale è: se gli Imperi Centrali avessero vinto? Non è una domanda stupida, perché, almeno fino al 1917, una vittoria austro-tedesca era l’esito più probabile del conflitto mondiale. Ancora fino all’estate del 1918, i tedeschi hanno avuto molte chance di trionfare. Solo dopo l’agosto del 1918 non ci sono state più speranze per Berlino e Vienna, con l’arrivo in massa del contingente americano in Francia e le perdite subite dai tedeschi nella battaglia di Amiens. Nel corso della guerra, i tedeschi ebbero ben 4 occasioni di vincere la guerra con una sola battaglia: sulla Marna nel settembre 1914, nella battaglia di Varsavia nell’agosto del 1915 (dove sprecarono la possibilità di annientare i 2/3 dell’esercito russo), nella battaglia dell’Atlantico del febbraio-giugno 1917 (in aprile la Gran Bretagna aveva scorte per soli 6 mesi, poi avrebbe dovuto chiedere la pace separata) e infine nella grande offensiva in Francia del 21 marzo 1918.

E se i tedeschi avessero vinto? Uno storico come Niall Ferguson dice: non sarebbe stato poi così male. Siamo davvero sicuri? In “La verità taciuta”, Ferguson dipinge l’ipotesi di una vittoria tedesca nel 1914, al seguito della quale sarebbe nata una sorta di Unione Europea (a guida austro-tedesca) con quasi un secolo di anticipo. Ferguson, evidentemente, non ha alcun problema a considerare l’Ue come un’istituzione positiva per gli europei. Io non sarei così sicuro. Finora in tutti i Paesi europei si vive relativamente bene, con standard di vita altissimi e una grande libertà (soprattutto se paragonati al resto del mondo extra-occidentale), ma non abbiamo ancora un super-Stato europeo che ci governa. Elementi di decadenza e crisi delle nostre democrazie sono dovuti alla cancrena dei sistemi di welfare istituiti negli anni ‘50 e ‘60 e non più al passo coi tempi. Un super-Stato europeo non sanerebbe questa cancrena, con tutta probabilità la estenderebbe su scala europea. Un super-Stato, inoltre, non farebbe che inasprire i conflitti che già ci sono fra i vecchi e i nuovi membri dell’Ue, con i primi che temono la concorrenza dei secondi e i secondi che si sentono discriminati dai primi. Inasprirebbe le tensioni fra Nord e Sud dell’Europa, con i secondi che chiedono aiuti e i primi che non li vogliono più dare. Un super-Stato europeo, insomma, peggiorerebbe quella condizione da “guerra civile fredda” che già esiste all’interno delle singole democrazie europee. Ecco: una vittoria tedesca nella I Guerra Mondiale ci avrebbe portato ad una situazione da super-Stato europeo già all’inizio del ‘900. E un super-Stato molto peggiore rispetto a quello che si sta progettando in questi due decenni. Perché, mentre l’Ue si sta formando su un libero condominio di democrazie liberali, una Ue a guida tedesca sarebbe stata l’esito di un’espansione territoriale di un impero, molto meno accettabile da parte delle popolazioni non tedesche. Se nella Ue di oggi, i cittadini hanno un indiretto potere decisionale nella formazione delle istituzioni comuni (per lo meno votiamo i governi che a loro volta voteranno in sede europea), in un’Europa a guida tedesca non vi sarebbe stato alcuno spazio decisionale per l’opinione pubblica. Nell’Ue di oggi tutte le nazionalità hanno pari diritti. In una Ue a guida tedesca, i popoli germanici avrebbero goduto di più diritti rispetto alle altre nazionalità (soprattutto quelle sconfitte in guerra): gli slavi di una mitteleuropa a guida tedesca (polacchi, baltici, bielorussi, ucraini), i francesi, gli italiani, i serbi, avrebbero subito discriminazioni politiche, sociali ed economiche. Nell’Ue attuale, elementi di liberismo (libero commercio e libera circolazione dentro i confini comuni) si mischiano a elementi di dirigismo (regole imposte dalla Commissione, dazi sulle frontiere comuni). In un’Europa unificata a forza da una Germania ancora bismarckiana, il dirigismo economico sarebbe stato imposto a tutti, con gravi discriminazioni anche economiche per i popoli soggetti al nuovo impero.

E’ molto probabile che un’Europa del genere sarebbe ben presto finita in decadenza sul piano economico e lacerata al suo interno dalle tensioni etniche. Non ci saremmo risparmiati neppure i totalitarismi: in una Francia sconfitta sarebbero esplose le tendenze di estrema destra ed estrema sinistra che già covavano sotto le ceneri dalla fine dell’800. Il totalitarismo sarebbe nato prima a Ovest, invece che a Est del Reno. In Russia, il partito bolscevico avrebbe (molto probabilmente) preso il potere comunque: i tedeschi lo avrebbero visto come un virus da iniettare in Russia per indebolirne la resistenza, senza considerare tutte le sue terribili conseguenze. Cosa che in effetti fecero nel 1917.

Tutto questo vale per l’Europa. E gli altri continenti? Peggio che andar di notte! Una vittoria dell’Impero Ottomano, non solo ne avrebbe garantito la sopravvivenza, ma l’avrebbe radicalizzato. Gli armeni furono quasi interamente sterminati entro il 1916. Se i turchi vincevano la guerra, greci d’Anatolia ed ebrei della Palestina sarebbero stati i prossimi della lista. L’Impero avrebbe cercato di riconsolidare i suoi domini in Africa settentrionale (a spese di Gran Bretagna e Francia) e di espandersi nell’Asia centrale (a spese della Russia). Avendo dichiarato la jihad nel 1914, il sultano si sarebbe trovato nell’invidiabile posizione di essere a capo di un vero e proprio califfato islamico, il sogno di Bin Laden e di tutti gli integralisti islamici contemporanei.

In effetti è meglio che la I Guerra Mondiale sia stata vinta dall’Intesa. Il mondo dopo il 1918 è drasticamente cambiato in peggio rispetto a quello del 1914. Ma se avessero vinto gli Imperi Centrali sarebbe stato un mondo ancora peggiore. Il problema, dunque, è come e quando l’Intesa ha vinto la guerra... (segue)




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1 agosto 2009

Una storia alternativa della Grande Guerra/ parte 1

Gli storici inorridiscono quando si parla dei "se" della storia. Un atteggiamento simile non l'ho mai trovato corretto. I "se" della storia e la costruzione di storie alternative, non solo sono divertenti, ma fanno toccare con mano che gli esiti delle vicende storiche, anche delle più epocali, sono frutto dell'azione umana, di scelte e di errori fatti da uomini dotati di libero arbitrio. I nostri storici non tollerano soprattutto questo ultimo aspetto: il libero arbitrio. Essendo quasi tutti di formazione marxista o idealista, credono che la storia abbia un senso. Ma la storia non ha un senso. Siamo noi uomini che decidiamo in quale direzione debba procedere la storia. Andare a ripercorrere gli errori del passato e correggerli è un esercizio utilissimo: per non ripeterli.

Detto questo, un mondo diverso poteva essere possibile? Sì. Ci sono storie alternative della I Guerra Mondiale? Praticamente nessuna, per lo meno nessuna famosa. Nessun equivalente di Philip Dick si è messo a cambiare la storia. Ci sono tantissime ipotesi, fatte da storici, all’interno di testi storici, ma la Grande Guerra continua a non colpire l’immaginario. Di quel conflitto si vogliono ricordare solo i duelli aerei, l’unico argomento su cui si fanno ancora film e wargames, il resto rischia di essere dimenticato. Mentre nella II Guerra Mondiale i “se” abbondano (se i tedeschi avessero vinto a Stalingrado, se gli Alleati avessero perso in Normandia, se l’operazione Valchiria fosse riuscita, se i giapponesi avessero vinto a Midway…), nella I Guerra sembra che tutto sia andato come era inevitabile che andasse. Oppure perché la Grande Guerra è stata combattuta da governi relativamente normali e da gente normale, poco attraente, mentre la II Guerra è uno scontro fra regimi luciferini (fra Hitler e Stalin…) che colpiscono l’immaginario collettivo più di ogni altra cosa nella storia. La II Guerra dà l’idea di un’Apocalisse anticipata. La I, nella nostra memoria, è un brutto conflitto e basta. Eppure è nel ’14-’18 che si sono decise le sorti del secolo scorso e del mondo contemporaneo. Nella II Guerra Mondiale il vaso di pandora dei totalitarismi comunista e nazista si era già aperto da un pezzo e qualunque fosse l’esito del 1945, almeno metà dell’umanità avrebbe peggiorato infinitamente le sue condizioni. Noi siamo felici di essere stati liberati dagli anglo-americani, ma, per l’altra metà dell’Europa, il 1945 è l’inizio di un inferno staliniano durato mezzo secolo. Proviamo a pensarci con il distacco necessario: avesse vinto Hitler un regime totalitario si sarebbe imposto su almeno 1/3 del mondo eliminando decine di milioni di uomini, fra cui la quasi totalità del popolo ebraico. Hitler ha perso, ma cosa è successo? Che un altro regime totalitario (quello comunista) si è imposto su almeno 1/3 del mondo eliminando fisicamente 100 milioni di uomini, fra cui la quasi totalità di molte etnie soggiogate all’Urss. La II Guerra Mondiale era comunque destinata a terminare con una sconfitta per gran parte dell’umanità. E comunque non ci sarebbe stata pace: una vittoria di Hitler avrebbe creato una condizione di Guerra Fredda fra gli Stati Uniti e la Germania nazista. La vittoria degli Alleati ha creato una condizione di Guerra Fredda fra Usa e Urss. E’ per questo che trovo sia un esercizio inutile accanirsi a immaginare storie alternative della II Guerra Mondiale: l’esito immaginato sarebbe ancora peggiore o altrettanto orribile rispetto a quello reale.

Immaginare un esito differente della I Guerra Mondiale, invece, può radicalmente cambiare tutta la storia del XX secolo, sia in meglio che in peggio. Ma possibilmente in meglio, perché è difficile immaginare un esito peggiore rispetto a quello reale del 1918.

Quali sono i “se” della I Guerra Mondiale. Ce ne sono tanti, a dire il vero.

Il primo è: la guerra non scoppia. Anche se la tensione era molto alta, la guerra poteva benissimo non scoppiare. Così come erano state risolte altre crisi europee e coloniali, il conflitto austro-serbo del luglio 1914 poteva essere fermato con una buona attività di mediazione. L’Impero Austro-Ungarico, il 28 giugno 1914, con l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando da parte di un ultranazionalista serbo, ha subito uno shock paragonabile a quello patito dagli Stati Uniti con l’11 settembre. Ma la Serbia del 1914 non era l’Afghanistan del 2001. Gli americani sono stati pressoché costretti a invadere l’Afghanistan perché il regime talebano non era disposto a nessun costo di fare concessioni sulla lotta ai terroristi che ospitava. La Serbia, al contrario, aveva accettato quasi tutte le clausole dell’ultimatum austriaco per la lotta al terrorismo e la fine della propaganda all’odio contro l’Impero. Non poté accettare che le indagini sul suo territorio (per stroncare le organizzazioni terroristiche) fossero dirette da autorità austriache. Per questo motivo si può ben dire che l’Impero ebbe una reazione sproporzionata rispetto alla disponibilità dimostrata dalla controparte. Ma anche quando scoppiò il conflitto austro-serbo erano ancora poche le possibilità che una guerra regionale degenerasse fino a diventare una guerra mondiale. La Russia non era obbligata a entrare in guerra al fianco della Serbia. Anzi: da 10 anni si trovava nel bel mezzo di un processo riformatore che, fosse continuato, l’avrebbe trasformata in un Paese moderno, in una monarchia temperata, magari anche costituzionale nel medio-lungo periodo. La guerra distrusse di colpo tutte le speranze di rinnovamento in Russia, seppellendole sotto una coltre di nazionalismo. Tuttavia a Pietroburgo si sentirono praticamente obbligati a intervenire. Non solo per salvare un alleato, con cui si dovevano mantenere le promesse, ma anche perché al fianco dell’Impero Austro-Ungarico si era schierata apertamente la Germania. E i vertici militari russi erano ben consapevoli di quel che Berlino stava preparando per loro: i piani di conquista dell’Europa orientale, la Russlandpolitik, non era un mistero. Se la Russia avesse atteso una vittoria degli Imperi Centrali, se fosse rimasta alla finestra, avrebbe rischiato di trovarsi ad avere a che fare con un nemico molto più potente. Il problema, dunque, resta la Germania. Fu la Germania a precipitare la situazione, trasformando una guerra regionale in un conflitto mondiale. Per impedire un’azione bellica tedesca sarebbe occorso un forte deterrente. Sapendo di dover combattere, nella peggiore delle ipotesi, contro Russia e Francia simultaneamente, la Germania non ebbe problemi a scatenare un conflitto generale: era pronta a battere entrambi i nemici e per poco non lo fece. Solo una minaccia concreta da parte della Gran Bretagna avrebbe potuto fare da deterrente: nel 1914 la Germania non era ancora pronta a sfidare l’impero britannico. Ma Londra si astenne dall’intervenire seriamente nella crisi europea continentale e si trovò nel conflitto letteralmente contro la sua volontà, una settimana dopo l’inizio delle ostilità, solo dopo che la Germania stava iniziando a invadere Belgio e Francia, minacciando direttamente le coste britanniche.

Anche qui, come abbiamo visto, ci sono tantissimi “se”: se l’Impero Austro-Ungarico avesse mandato un ultimatum più ragionevole alla Serbia, se la Russia non fosse entrata in guerra al fianco della Serbia, se la Gran Bretagna avesse mobilitato la sua flotta già in luglio e minacciato più duramente un intervento in caso di guerra tra Francia e Germania… allora non sarebbe scoppiata la I Guerra Mondiale. La Belle Epoque sarebbe continuata, avremmo avuto una globalizzazione ante-litteram, ci sarebbero state poche possibilità di affermazione per movimenti totalitari, gli imperi e i regni autoritari, già in fase di riforma, gradualmente sarebbero diventati più liberali, l’Europa avrebbe continuato a dominare il resto del mondo, gli Stati Uniti sarebbero stati beati, isolati e liberi come prescritto dai padri fondatori.

Ma anche in caso di scoppio del conflitto, avremmo potuto avere un mondo diverso, anche migliore. Nel caso di un differente esito della guerra... (segue)




permalink | inviato da oggettivista il 1/8/2009 alle 1:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

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