La Cina e la Russia, l’Indonesia, più i paesi dell’Asean e l’India (che stanno ben zitti di fronte alla crisi birmana) si buttano a corpo morto perché l’Onu non intervenga contro la giunta militare che ha preso il potere nel 1962 e ha cambiato il nome del paese in Myanmar (ma noi continueremo a chiamarlo Birmania). E uno dirà: i soliti interessi. No. La risposta corretta è: la solita ideologia. La Birmania non ha particolari giacimenti petroliferi o di gas che fanno gola a tutto il mondo. Non è in una posizione strategica che può cambiare di colpo gli equilibri “geopolitici” dell’Asia (vuoi mettere il controllo di Singapore?). Non si presta, insomma, a tutti quegli schemi che piacciono tanto agli accademici di Relazioni Internazionali e ai giornalisti di estrazione marxista. Che sono comunque sbagliate, ma in questo caso lo sono anche in modo evidente. Fare affari o non fare affari con una giunta militare che governa col pugno di ferro un paese relativamente piccolo, estremamente caotico e incredibilmente povero, non cambia i destini della distante Russia, né della gigantesca Cina, né della sovrappopolata Indonesia. E allora perché la Russia e la Cina non approvano nuove sanzioni contro una giunta socialista che governa senza alcun consenso da parte della sua popolazione? Ripeto: per ideologia.
La Russia si sarebbe disintegrata da un pezzo se non affermasse (con la diplomazia e con la forza) la sua idea di “integrità nazionale”. Il Cremlino ne ha fatto la pietra miliare della sua diplomazia: i confini sono rigidi, lo Stato ha diritto a tenere la “sua” terra unita, nessuno ha diritto a intervenire dentro i suoi confini. Secondo la dottrina russa, che poi è la versione forte del principio classico della sovranità nazionale degli Stati europei, uno Stato ha anche il diritto di grattugiare i suoi cittadini uno per uno, davanti alle telecamere, in mondovisione e nessuno ha il diritto di dire una sola parola di protesta: è sempre “questione di ordine interno”. I Russi hanno raso al suolo Grozny e i giornalisti occidentali (e gli stessi russi) non hanno neppure potuto avvicinarsi alla zona del massacro.
La Cina rigetta la forma di governo democratica, perché “democrazia è caos”, sia per i precetti confuciani tradizionali, sia per quelli marxisti moderni. Non solo: ma lo Stato deve essere uno e centralizzato, le province devono obbedire al centro. Nella Cina contemporanea anche il buddismo è una forma di sovversione e viene sistematicamente represso in Tibet, doppiamente sottomesso: in quanto provincia conquistata e in quanto buddista. Una rivolta buddista in Birmania, per Pechino è una seccatura immensa.
L’Indonesia ha un governo apparentemente democratico, in realtà sempre più simile ad una teocrazia islamista. In passato ha già massacrato i cristiani separatisti di Timor Est e tuttora le minoranze religiose sono oppresse. Ha tutto l’interesse a far sì che l’esempio della rivolta nonviolenta buddista (appoggiata, a quanto pare, anche dai musulmani birmani) non abbia successo.
E gli altri Stati asiatici che non intervengono? Ovvio: stanno a guardare cosa fanno Cina e Russia. Mica possono esporsi con dei vicini così pericolosi.
Ma la domanda vera è: cosa dobbiamo fare noi? Dobbiamo dare retta a Cina e Russia? Dobbiamo prendere in considerazione i loro principi? Dobbiamo attendere il loro parere all’Onu prima di fare qualcosa? No, perché le loro prese di posizione sono contrarie a tutto l’impianto razionale dei diritti che almeno qui in occidente è riuscito a prevalere. Cina e Russia parlano in termini di diritti collettivi, vuoi il diritto alla “integrità nazionale”, vuoi quello alla “sovranità”. Ma noi sappiamo che i diritti collettivi non esistono. Solo l’individuo pensa e agisce. Solo l’individuo è portatore di diritti. I diritti collettivi sono semplicemente ideologie, maschere con cui si copre la verità con un velo di menzogna: il mantenimento con la forza di un potere assoluto e arbitrario di una minoranza di cittadini su tutto il resto del paese. Oppure (ma la sostanza non cambia), l’imposizione legalizzata del potere assoluto e arbitrario di una maggioranza provvisoria su una minoranza di connazionali. Questa è la vera essenza del “diritto alla sovranità” o alla “integrità nazionale”.
Noi non dovremmo fermarci neppure un secondo a dar retta a queste menzogne e dovremmo affermare ciò in cui è giusto credere: il diritto dei cittadini birmani a sollevarsi contro un regime che non è legittimo da nessun punto di vista. Il diritto di qualsiasi attore internazionale esterno alla Birmania di intervenire a sostegno di chi sta resistendo alla tirannia.
Sarebbe opportuno, per un paese europeo o per gli Stati Uniti intervenire militarmente in Birmania per rovesciare con la forza la giunta militare? No, non sarebbe opportuno, perché la giunta birmana minaccia il suo popolo, ma non i nostri. E per noi sarebbe un sacrificio eccessivo ordinare ai nostri cittadini di mettere a rischio la loro vita per garantire la sicurezza ad un altro popolo. L’uso della forza da parte dei nostri governi è giustificato solo per difendere la nostra sicurezza, non per garantire quella altrui.
Però, tra l’azione militare e l’inazione ci sono tanti altri metodi per sostenere la giusta causa degli insorti birmani: permettere la partenza di volontari in Birmania che aiutino gli insorti, vendere armi agli insorti, aprire il dialogo con i partiti di opposizione, aiutarli finanziariamente o dando loro rifugio sicuro, boicottare al 100% la giunta militare socialista birmana. E per fare tutto questo non dobbiamo affatto attendere il parere dell’Onu, bloccato da Cina e Russia.