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12 dicembre 2007

Blocco dei tir: è guerra civile fredda

Poi dicono che gli oggettivisti, a partire da Ayn Rand, sono esagerati quando paragonano lo Stato sociale a una condizione di guerra civile fredda. E allora guardate il blocco delle autostrade da parte dei camionisti, che ci piomba addosso una settimana dopo il blocco delle rotaie e dei mezzi pubblici delle città. E’ una guerra civile fredda o no? Il blocco delle autostrade da parte dei camionisti sta degenerando in episodi di violenza neanche troppo fredda: gomme tagliate, caselli bloccati, camionisti “crumiri” e semplici automobilisti costretti a non passare o a farsi ore e ore di viaggio per percorrere solo poche decine di chilometri. La settimana scorsa è stata la stessa cosa con i trasporti ferroviari. A pagarne le spese maggiori sono sempre le “vittime collaterali”: quelli che non c’entrano niente con la categoria che sta protestando, quelli che hanno firmato un contratto (un biglietto del treno, l’acquisto di merci che devono essere consegnate) e lo vedono andare in fumo, quelli che vorrebbero lavorare ma non possono perché i colleghi più maneschi li costringono a incrociare le braccia. E tutti questi episodi hanno un’unica causa: lo Stato sociale, che dovrebbe redistribuire il benessere a tutti in modo equo. Ovviamente non è possibile redistribuire il benessere in parti eque. Non è giusto, perché non è lecito rubare a una persona per dare di più a un’altra persona (indipendentemente dalle giustificazioni intellettuali che sono state formulate di volta in volta per permettere questo tipo particolare di furto), ma non è nemmeno possibile, perché non esiste un criterio oggettivo per stabilire chi ha più bisogno di aiuto rispetto ad altri. Solo i singoli possono stabilire di dare o non dare qualcosa a persone che conoscono, in base alle loro valutazioni personali, ma un sistema redistributivo nazionale è infattibile. Siccome invece tutti gli Stati, soprattutto quello italiano, tentano di metterlo in pratica, ecco il risultato pratico: una lotta continua di lavoratori e imprenditori, organizzati in categorie chiuse e militanti, per ottenere maggiori benefici dallo Stato. I lavoratori della categoria auto-ferro-tranvieri ricevono un salario dallo Stato e sono assunti in base a contratti collettivi. Quindi ricattano lo Stato, tenendo in ostaggio i passeggeri, per avere più soldi, spremendo i cittadini con più tasse. Sono nella condizione di farlo e lo fanno. E noi paghiamo.

I camionisti sono un caso diverso: sono piccoli imprenditori. Hanno firmato contratti per consegnare merci e se non li vogliono rispettare, dovrebbero vedersela con i loro contraenti. Lo Stato non ha alcun diritto di precettarli, perché il loro è un rapporto di affari privato con i clienti, non sono affatto obbligati a fornire un servizio “pubblico”. Tuttavia la loro protesta ha assunto un carattere pubblico, perché vogliono chiedere allo Stato di lavorare in condizioni migliori. Attualmente sono vittime degli altri gruppi collettivi di lavoratori che hanno ottenuto più benefici dallo Stato pagati con le loro tasse. I camionisti, dunque, hanno ragione da vendere quando chiedono al governo di pagare meno tasse sulla benzina (giusto per fare un esempio: c’è ancora un’accisa imposta dal regime fascista per finanziare la Guerra d’Abissinia!), ma si mettono sullo stesso piano dei lavoratori statali quando chiedono privilegi: sussidi di Stato a favore di tutta la categoria, limiti alla competizione (contro i lavoratori stranieri) e calmieri imposti dallo Stato sui prezzi. E per di più hanno torto marcio quando rendono la loro protesta una vera calamità nazionale, bloccando la circolazione sulle strade, danneggiando gli interessi di milioni di cittadini.




permalink | inviato da oggettivista il 12/12/2007 alle 14:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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