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13 novembre 2008

Il diritto di morire

In questa filosofia individualista a cui è dedicato il blog (l’oggettivismo), la vita è lo standard ultimo dell’etica. Un uomo fa del bene se compie delle azioni che lo aiutano a vivere, fa del male se compie azioni che lo portano alla morte. Questa è la scelta fondamentale, da cui dipendono, a cascata, tutte le altre gradazioni, in ogni singola, semplice, azione quotidiana. Ovviamente non siamo bacchettoni. Se mi fumo una sigaretta in santa pace, so che sto contrabbandando un’azione malvagia (fare del male ai miei polmoni) con un piccolo piacere quotidiano, che mi rende la vita più felice e dunque più degna di essere vissuta. Se mi bevo un bicchiere di vino, so ancora che sto compiendo un’azione malvagia (contro il mio fegato), ma anche buona (il vino è nutrimento e mi rende pià felice, quindi mi incoraggia a vivere meglio). Entro certi limiti, se non compromette del tutto la qualità della vita, vale di più la spinta a vivere meglio che non l’atto dannoso per il nostro fisico. Tutti i giorni capita di fare questi scambi di un’azione malvagia con una buona all’interno dello stesso gesto. Sono cose che comunque ci fanno dormire la notte con la coscienza a posto. Diverso è quando si parla di una scelta estrema: il suicidio. Eppure, in grande, portato alle estreme conseguenze, il ragionamento è esattamente lo stesso.

In questo caso, una filosofia in cui la vita è lo standard etico dovrebbe bandirlo completamente. Invece non è così semplice. Nell’oggettivismo la vita dell’uomo va intesa come la vita degna di essere vissuta da un uomo. La vita di un uomo è prima di tutto vita fisica. Prosegue finché funzionano gli organi vitali. Questa è la condizione necessaria. Ma è sufficiente? Non direi proprio. Una vita umana è prima di tutto una vita cosciente. Se non abbiamo alcuna possibilità di discernere, di capire che cosa ci circonda, di regredire allo stadio animale dell’istinto, siamo ancora uomini? Tecnicamente sì, ma non sarebbe più possibile definirci come “animali razionali”, considerando che è solo la ragione, solo la coscienza che ci distingue dalle altre specie. Bando a tutti i buonismi e le delicatezze del caso: un uomo che non è più in grado di compiere scelte, che non può più fare né bene né male, non può più essere considerato a tutti gli effetti un uomo, ma un organismo vivente, totalmente privo di guida. Sarebbe pura ipocrisia affermare il contrario.

Ammettiamo anche che siamo vivi (organicamente vivi) e coscienti, ma totalmente privi della nostra libertà. Che siamo prigionieri in isolamento a vita, o, peggio ancora, siamo prigionieri di un corpo ormai completamente paralizzato. Siamo ancora uomini? Anche qui: non direi proprio. La nostra mente può capire che cosa la circonda, può prendere delle decisioni, ma non le può in alcun modo mettere in pratica. Siamo indistinguibili, a tutti gli effetti, da un organismo privo di coscienza, degli uomini solo dal punto di vista formale.

Sono queste le due condizioni che rendono legittimo il suicidio. La vita può essere interrotta prima che diventi indegna di essere vissuta, completamente priva di significato umano. E’ perfettamente legittima, da questo punto di vista, la scelta della ragazzina inglese di 13 anni che ha deciso di non farsi più curare, di morire piuttosto che vivere una vita dipendente da farmaci e cure dolorose. A questo punto, però, subentra un terzo problema: l’incertezza. Possiamo suicidarci se la nostra prospettiva è quella di perdere del tutto la nostra libertà, o perdere del tutto la nostra coscienza, o entrambe. Ma siamo certi che le perderemo? Non possiamo mai essere certi di un evento futuro. E’ lecito compiere il gesto estremo quando siamo in un caso di “ragionevole certezza”, ma non sempre abbiamo la fortuna di averla. Si può finire inaspettatamente in una condizione di perdita completa di libertà o di coscienza e non essere più in grado di fare scelte estreme. O si può scivolare in quella condizione sperando fino all’ultimo, compiendo la decisione di togliersi la vita quando ormai non si è più nelle condizioni di farlo. E qui subentra il discorso del suicidio assistito: chiedere di essere uccisi quando non si è più nelle condizioni di farlo da soli. Il suicidio assistito, o eutanasia, altro non è che un suicidio commesso in ritardo. Ma sempre di suicidio stiamo parlando. Se ammettiamo moralmente il suicidio, ammettiamo anche l’eutanasia: è solo una differenza di tempo e di persone (per la seconda occorre un volontario che la porti a termine). Purtroppo, nella realtà, i casi sono sempre più complicati. Il testamento biologico, dove il malato indica se vuole essere ucciso o meno in caso di perdita completa di tutte le proprie facoltà umane, può essere di aiuto, ma il malato può avere cambiato idea nel frattempo e non riuscire ad esprimerla. In altri casi, come in quello di Eluana Englaro, non c’è neppure un testamento biologico, ma solo un’intenzione di massima espressa a voce più di sedici anni fa. I cattolici e i difensori della vita a oltranza ritengono che nessuno può mettere in discussione una vita, perché non esistono distinzioni tra una vita degna e una indegna di essere vissuta. Pura astrazione: la differenza c’è eccome e chiunque la potrebbe vedere o provare sulla propria pelle. Tuttavia resta il problema: chi decide se una vita è degna o indegna di essere vissuta? La risposta non può che essere una: l’individuo decide sulla sua stessa vita. Se non può esprimere la sua decisione, questa passa alle persone più vicine, quelle che meglio sanno interpretare le sue intenzioni. Al di fuori di questa cerchia, non può decidere nessun altro. Lo Stato non può prendere decisioni in merito, in alcun caso. Non può decidere di porre termine a una vita di un suo cittadino innocente. Non può decidere di far fare a un suo cittadino innocente una vita di inferno.




permalink | inviato da oggettivista il 13/11/2008 alle 23:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa

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