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2 marzo 2009

Le due sinistre

Dopo l’ascesa al vertice del PD di Dario Franceschini, abbiamo scoperto che la sinistra italiana è ancora quella degli anni ‘70: moralista, attaccata religiosamente alla Costituzione e alla memoria dei partigiani, senza alcuna volontà di dialogare con la maggioranza. Sono finite le illusioni di una sinistra moderna, capace di fare programmi di modernizzazione. Alla sinistra piace la “Repubblica fondata sul lavoro” che tratta con i grandi sindacati per fare contratti collettivi nazionali. Se ci sono disoccupati, sono i lavoratori e le imprese che li devono pagare con assegni di disoccupazione (come ha proposto Franceschini proprio in questi giorni). Con questa sinistra non vedremo niente di nuovo: è la pura e semplice conservazione dello status quo, totalmente priva di idee. E’ talmente divisa al suo interno che, difficilmente, tornerà al governo, a meno di non riprendere a bordo partiti estremisti come Rifondazione o Verdi che, nella migliore delle ipotesi, sono in grado di paralizzare l’attività dell'esecutivo.

A svolgere il ruolo della sinistra di governo, capace di accettare qualche cambiamento e di prendere decisioni è: il centro-destra. Che sta facendo quel che Prodi avrebbe voluto fare.

Il fatto in sé di prendere decisioni e di agire non qualifica questo governo come un esecutivo di destra. Se noi guardiamo a tutte le iniziative del governo Berlusconi, vediamo la realizzazione di programmi di sinistra: la Banca del Sud, la social card, un piano energetico nazionale rigidamente statalista, gli aiuti all’industria automobilistica, il mantenimento dello status quo fiscale (mascherato con un “federalismo” talmente annacquato da non essere più tale), la concertazione continua con i sindacati, la proposta di governare la finanza internazionale contro i “pericoli” del libero mercato, l’invito dell’Iran al G8 per la “stabilizzazione” dell’Afghanistan, la ricostruzione di Gaza chiudendo un occhio su Hamas, un’accettazione acritica del Trattato di Lisbona, il trattato con la Libia che non tiene conto degli interessi dei creditori italiani...

Resta una sola differenza fra le due sinistre: una riesce a governare, l’altra no (per motivi di caos interno). Ma i programmi sono ormai intercambiabili.

Perché in Italia nessuno dice qualcosa di destra? Qualcosa di alternativo allo status quo statalista (compresi gli aiuti di Stato alle dittature arabe)?

Ci sono tre ipotesi, dalla più ottimista alla più catastrofica.

Ipotesi più ottimista: la classe politica italiana, indipendentemente dal colore, è stata educata a idee socialiste (sia nella variante cattolica che in quella laica). Chiunque votiamo, ci ritroveremo ad avere a che fare con politici che rientrano esattamente sempre negli stessi schemi. Se siamo ottimisti, pensiamo pure che l’opinione pubblica non sia felice di accettare questa linea politica e probabilmente matura a una velocità superiore rispetto a quella della sua classe dirigente. In questo caso, nelle prossime elezioni assisteremo alla fine della sinistra attuale, a un declino del centro-destra (a meno che non ritorni sui suoi passi) e all’ascesa di nuovi soggetti politici più liberali.

Ipotesi mediamente ottimista: la classe politica italiana, indipendentemente dal colore, è l’espressione di quello che gli italiani vogliono: più Stato e meno libertà individuale in tutti i campi. Quindi anche i politici più liberali, per essere eletti, sono indotti ad adottare un’agenda statalista per rassicurare l’opinione pubblica. In questo caso, nelle prossime elezioni non vedremo grossi cambiamenti di sistema, ma solo un’alternanza lenta fra le attuali destra e sinistra, con programmi sempre più simili fra loro. E il Paese andrà gradualmente a rotoli, perché, essendo rigido, non sarà in grado di reggere la competizione globale. Spinti da una crisi sistemica, forse, fra un decennio, si faranno le necessarie liberalizzazioni e nasceranno nuovi soggetti politici, un po’ come avvenne nei primi anni ‘90.

Ipotesi catastrofica: non solo in Italia, ma anche nelle potenze democratiche occidentali il liberalismo è stato archiviato e si adottano modelli di socialismo più o meno dirigista. Si va dritti verso lo Stato mondiale socialista, fondato sui pilastri americano ed europeo, capace di coinvolgere anche la Russia e in un futuro non troppo lontano anche la Cina. In questo scenario, i politici italiani non fanno altro che seguire un trend internazionale, ormai tutto socialista. Il tutto con il consenso della maggioranza delle popolazioni coinvolte. In questo caso, non c’è alcuna speranza di riforma in Italia, anzi: possiamo solo peggiorare seguendo un corso politico che non dipende più solamente dalla nostra volontà. E allora prepariamoci ad assistere a una recessione continua su scala globale.

E’ ancora troppo presto per dire quale di queste tre ipotesi sia vera. Una sola cosa è certa: che in Italia non abbiamo già più alternanza. Abbiamo due sinistre. E questo non va affatto bene.




permalink | inviato da oggettivista il 2/3/2009 alle 16:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa

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