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22 ottobre 2009

Documento anti-Tremonti, quando il rimedio è quasi peggiore del male

Quando si è diffusa la notizia di un documento del Pdl che propone una politica economica alternativa a quella del ministro Tremonti, ho tirato un sospiro di sollievo. “Meno male” – è stata la mia primissima impressione – “qualche liberale deve essere rimasto nel Pdl, qualcuno si ribella a un ministro che un giorno condanna la deregulation, il giorno dopo le privatizzazioni, il terzo propone la Banca per il Mezzogiorno e il quarto, invece di fermarsi e riposare, rimpiange pure il posto fisso”. Ma era una pia illusione purtroppo. La barricata liberale eretta nelle file del Pdl contro il ministro socialista ha cessato improvvisamente di esistere nei miei sogni. Era, giustappunto, solo un sogno. Il documento anti-Tremonti esiste, pare sia condiviso da ministri e parlamentari del Pdl, ma non è assolutamente un’alternativa liberale allo statalismo di Tremonti. Anzi, in molti casi scavalca Tremonti a sinistra.

C’è solo un punto che posso condividere ed è la riduzione delle tasse, il primo paragrafo del documento:

“La prima iniziativa da intraprendere è una immediata e consistente riduzione dell'imposta di reddito delle persone fisiche (IRE); riduzione da inserire in un percorso, graduale ma annunciato fin da subito nei tempi e nei modi, che conduca alla realizzazione di quelle due sole aliquote a suo tempo promesse e di una contestuale e conseguente riduzione generale della pressione fiscale nel nostro paese”.

Bene, l’abbassamento delle tasse richiede comunque un altro grande intervento strutturale: il taglio delle spese. Ma il documento ne fa cenno solo al punto 7, parlando di tagli irrilevanti (costi della politica). Strano: l’Italia è il Paese con il più alto debito pubblico d’Europa (quasi il 113,4% del Pil). Con meno tasse con cosa continueremmo a pagare le spese, se non le si taglia?

Il documento prova a dare una risposta al punto successivo:

“Anche nel tetto dell'aumento delle entrate conseguente al rilancio della domanda interna, la riduzione dell'IRE produrrà un aumento del deficit pubblico. Che andrà compensato, almeno in una prospettiva di medio-lungo periodo con un graduale innalzamento dell'età pensionabile per uomini e donne, nel settore pubblico e privato. Una riforma di questo tipo dovrebbe mettere al riparo da reazioni negative dei mercati e degli organismi internazionali”.

L’aumento dell’età pensionabile potrebbe non bastare. Il problema è demografico, non solo economico. Abbiamo una natalità bassissima (8,18 nati ogni 1000 abitanti), una percentuale sempre più alta di anziani (gli over 65 sono esattamente un quinto della popolazione). Se manteniamo l’attuale sistema previdenziale, in cui sono i lavoratori a pagare la pensione a chi non lavora più, una base decrescente di lavoratori non riuscirà più a mantenere una crescente popolazione di pensionati. Alzando l’età pensionabile non facciamo altro che costringere la gente a lavorare più a lungo (e ditemi voi che produttività ha un sessantenne, quando i cinquantenni medi già non sanno usare il computer!) e a rimandare, ma non risolvere, lo scoppio del sistema. Di sicuro questa misura non sanerebbe il debito pubblico. E non risolverebbe il problema previdenziale, la cui salvezza può arrivare solo dall’introduzione di un sistema a capitalizzazione (pensioni private, ogni lavoratore risparmia e investe su un proprio conto personale e decide i tempi del suo pensionamento).

Fin qui ci sono i peccati veniali di questo documento. Adesso iniziano i peccati mortali:

“Anche nell'attuale fase di timida ripresa economica, si conferma una dinamica stentata degli investimenti privati. E' questo il momento per avviare con decisione un forte e immediato programma di investimenti pubblici, che aiuti a sostenere l'economia almeno fin quando riprenderanno gli investimenti privati, e che produca effetti di lungo periodo in termini di efficienza complessiva del nostro sistema economico”.

Benissimo! Allora, se la gente non ha abbastanza soldi in tasca per fare investimenti di rischio, allora prendiamo ancora più soldi dalle sue tasche per fare investimenti pubblici. Operazioni in cui non è il singolo risparmiatore/investitore a decidere su cosa rischiare, ma è lo Stato a decidere al posto suo. Complimenti per la logica!

“In particolare è possibile dare impulso deciso alla produzione di energia elettrica da impianti nucleari. La tecnologia è disponibile. Le nostre imprese stanno velocemente definendo un quadro di accordi internazionali. Sul mercato esistono ampie disponibilità a finanziarie questi investimenti, sempre che si assicuri alle imprese chiamate a realizzare un quadro tariffario certo e prevedibile. Le stesse preclusioni di una parte di opinione pubblica ed enti locali stanno venendo meno. Ne trarrà beneficio la competitività del Paese”.

Premetto che non sono contrario all’energia nucleare. Anzi, penso sia la soluzione a molti dei nostri problemi e mi sono sempre battuto per il suo ritorno in Italia dopo il referendum del 1987. Ma un programma nucleare ha la brutta caratteristica di costare tanto senza produrre ricchezza per un numero spropositato di anni: 10, anche 15 anni necessari per costruire le centrali. Poi inizia a produrre energia e allora inizia ad essere una scelta conveniente. In tempi di crisi come questo è proprio necessario imbarcarci in una spesa enorme e di lungo periodo che inizierà a fruttare nella prossima generazione? Non è meglio aspettare che ci sia un po’ più di ricchezza in giro e avere i conti a posto?

“Con l'esperienza abruzzese si è dimostrato che la costruzione di case pubbliche può essere realizzata in un tempo misurabile nelle settimane e non nei lustri. Non ci sono più scuse per una pronta realizzazione di un vasto programma di edilizia pubblica a sostegno delle famiglie più in difficoltà e delle nuove coppie”.

Eccola qui la vecchia illusione della casa popolare, sogno di fascisti e democristiani, dei tempi andati. L’esperienza ci mostra come la costruzione di case popolari a) non abbassa il prezzo delle case private b) non garantisce un tetto alla gente bisognosa, ma solo ai raccomandati c) i piani-casa non rendono la società più benestante, ma hanno sempre creato una vera e propria industria della corruzione d) i piani-casa non rendono la società più sana, ma hanno sempre diffuso la delinquenza dovuta a vicinanze e coesistenze condominiali malsane. E poi, ripeto: coi quali soldi e con i soldi di chi si dovrebbero attuare questi programmi di edilizia pubblica?

“Più in generale, è necessario accelerare tutti gli investimenti infrastrutturali pubblici. Anche in questo caso si produrrebbe un rigonfiamento immediato del deficit pubblico. Ma non dovrebbe essere difficile convincere i mercati delle bontà dell'operazione, ove si presenti un programma che porta ad anticipare spese infrastrutturali già previste; guardando a un orizzonte temporale ad esempio decennale, si tratterebbe non già di un aumento complessivo del deficit pubblico, bensì di una sua rimodulazione temporale. Con in più il beneficio di finanziare queste opere sul mercato in un momento nel quale i tassi d'interesse sono particolarmente bassi. E una parte di queste infrastrutture dovrebbe essere finanziata con una accelerazione nella spesa dei fondi europei”.

Olè, altre spese. Ripeto: il nostro debito pubblico è il 113,4% del Pil. Che fiducia volete che ci diano i mercati se apriamo ancora il nostro portafoglio pubblico? A un certo punto penso che anche a Bruxelles inizino a stancarsi di pompare fondi all’Italia per le sue infrastrutture (se non si sono già stancati). E poi: come fanno le infrastrutture in Italia? L’esplosione del treno a Viareggio, i continui ritardi dei treni più moderni e costosi, la viabilità del Sud che è degna di quella di un Paese arabo sono solo alcuni dei tantissimi esempi di come vengono realizzate le grandi opere in Italia. Vogliamo dare un po’ più di fiducia ai privati più intraprendenti o vogliamo continuare a costruire costosi e inefficienti colossi di Stato? I redattori di questo documento devono essersi resi conto che mancava un tassello (vedi alla voce: dove risparmio per poter spendere tutta ‘sta roba, abbassando pure le tasse?). E allora hanno scritto:

“Al rilancio della spesa per investimenti deve accompagnarsi un deciso contenimento della spesa corrente. A partire dai costi della politica; quelli diretti (numero e remunerazione dei componenti delle assemblee elettive e degli organi di governo ai vari livelli), ma anche quelli indiretti, legati al pletorico mondo delle società partecipate degli enti locali”.

Lodevole, ma pochissimo. I costi della politica sono solo una minima parte della gigantesca spesa pubblica italiana. Il gosso (un quarto del totale) è costituito dalle spese sociali (sanità, pensioni e altri servizi sociali), seguito dalla spesa per interessi sul debito pubblico e dall’istruzione. Un riformatore che abbia veramente coraggio dovrebbe metter mano a una riforma della sanità, dell’istruzione e del sistema previdenziale, il tutto in chiave di privatizzazione. Qualcuno ha il coraggio? No? Allora è inutile parlare di riduzione delle spese.

“La ripresa non potrà decollare senza un adeguato sostegno del sistema creditizio. Ma qui occorre una svolta decisiva rispetto alle politiche e agli annunci recenti. Se sono le imprese ad aver bisogno di aiuto, non ha senso proporre aiuti alle banche, nella speranza che queste poi aiuteranno le imprese; si aiutino invece direttamente le imprese: gli strumenti della garanzia di credito hanno dimostrato di funzionare bene; c'è una forte necessità di aiuti alla innovazione tecnologica; un forte aumento della dotazione finanziaria assicurata a questi strumenti funzionerà mille volte meglio degli aiuto promessi dalle banche e da queste poco utilizzati”.

Se è lecito chiedersi perché aiutare le banche fallite, perché dovremmo aiutare le imprese fallite? Perché non lasciamo che da questa crisi sopravvivano realmente i migliori? Se siamo davvero preoccupati per la possibile impennata della disoccupazione, perché non pensiamo a qualche forma di sostegno per i disoccupati invece che agli imprenditori che li hanno gettati su un marciapiede?

“E' del tutto controproducente minacciare le banche con l'istituzione di nuove banche pubbliche. E' difficile che per questa via - come l'esperienza insegna - giunga buon credito a buone imprese. Servono invece buone banche private, in concorrenza fra loro; serve una disciplina severissima che contrasti eventuali accordi a cartelli; servono regole certe e semplici riguardo la trasparenza di prezzi, tassi, commissioni. Ma senza ingerenze della politica, che presto o tardi produrrebbero i danni del passato”.

Si può essere d’accordo con il principio, ma la soluzione è tanto “minacciosa” per le banche private quanto l’istituzione di nuove banche pubbliche. Se lo Stato pone regole “severissime” su: accordi, cartelli, prezzi, tassi, commissioni… come fa ad operare una banca privata?

“Il nuovo impulso alla politica economica deve accompagnarsi a una azione riformatrice più vasta, anch'erra capace di importanti effetti economici. La riforma della giustizia, accrescendo celerità e qualità dei giudizi, è suscettibile di importanti effetti positivi sul mondo delle imprese oggi condannate alla incertezza permanente riguardo la capacità di far valere i propri diritti. Riforme istituzionali che accrescano la forza e l'efficacia dell'azione di Governo, garantendo l'attuazione dei programmi elettorali enunciati dalla coalizione maggioritaria, saranno in grado di ridurre l'incertezza sulle politiche future; e l'incertezza è il peggior nemico della crescita economica”.

Manca la cosa fondamentale: il diritto di proprietà. Solo garantendo pienamente il rispetto del diritto di proprietà il mercato in Italia può decollare di nuovo. Il giudizio celere, da solo, non è un rimedio. Anzi, se un magistrato, a tempo di record, condanna il proprietario a favore del “bisognoso”, il creditore a favore del debitore, l’economia non è affatto destinata a ridecollare. Idem dicasi per le riforme istituzionali: quel che deve cambiare in Italia è la legge, che non protegge abbastanza il cittadino dall’ingerenza dello Stato. Con le leggi e con la mentalità dei politici di questi anni, istituzioni che accrescono “la forza e l’efficacia del governo” non faranno altro che accelerare i tempi. I tempi della nostra completa sottomissione allo Stato.

Se questa è l’unica alternativa a Tremonti ritorna la solita depressiva riflessione: in Italia non esiste più alcuna opposizione a un programma economico socialista. Fanno specie i politici di sinistra che ridono delle dichiarazioni di Tremonti: loro, quando erano al governo, hanno fatto molto peggio. Sono stati il governo della spesa pubblica, dello strangolamento tramite tasse e del blocco totale (per motivi ecologici) del progresso in Italia. La Lega, che è nato come partito anti-tasse, è in realtà una delle principali ispiratrici dello statalismo tremontiano. Fini, che si atteggia tanto a liberale quando parla di eutanasia e diritti agli immigrati (ma sono cose liberali poi?), non appena tocca i temi economici torna alle vecchie posizioni della destra sociale. Persino l’Udc non ha diritto di parola: quando era al governo, assieme a Berlusconi, attaccava sempre Tremonti da sinistra, rimpiangendo le vecchie politiche sociali della Dc. Non c’è alternativa. Moriremo statalisti?


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